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sabato, Giugno 25, 2022

Defence Tech, un punto di riferimento nella cybersecurity nazionale

Defence Tech, un punto di riferimento nella cybersecurity nazionale

Il mondo della cybersecurity è ormai una realtà strategica nella difesa degli interessi geopolitici nazionali e nel consolidamento della sovranità tecnologica. Protagonista italiano in questo campo è Defence Tech, un gruppo che realizza prodotti e tecnologie ad alto valore aggiunto, centrati, per l’appunto, sulla sicurezza informatica, attraverso le sue controllate Donexit, Foramil e NEXT, socie della nostra Banca. Il 29 ottobre la holding si è quotata in borsa, su Euronext Growth Milan. L’obiettivo è crescere ulteriormente e diventare il punto di riferimento nella cybersecurity nazionale, in relazione sia alle Istituzioni che alle aziende che hanno un valore per il sistema Paese. Ne abbiamo parlato con Stefania Panico, Direttore Finanziario di Defence Tech, riconosciuta in Italia come una fra le manager donna di talento under 44

Come è nata Defence Tech Holding e che posto occupa oggi nel vostro settore?


Premetto che in Italia oggi un mercato come quello della cyber security vale quasi 1,5 miliardi all’anno. Il business, oltre al valore economico ha ormai una valenza strategica agli occhi di imprese e istituzioni, tanto più con l’accelerazione del percorso di digitalizzazione, con la trasformazione dei processi aziendali e con l’avvento definitivo dello smart working a causa della pandemia. Tutti fattori che aumentano il rischio di attacchi informatici. Per questo a partire dal 2017 ci siamo posti un obiettivo ambizioso, ossia sviluppare un polo italiano tecnologico di eccellenza, creando una holding per poi procedere con un progetto di consolidamento attraverso acquisizioni e aggregazioni di aziende che offrono servizi e prodotti nell’ambito della difesa e dell’aerospazio, oltre che nel mercato della cyber security.


Che peso ha questo settore sugli interessi nazionali, italiani ma non solo?


Enorme. La cybersecurity non va ormai affrontata solamente integrando tecnologie di terze parti, ma valutando se queste tecnologie siano sicure non solo da un punto di vista tecnico, ma anche da un punto di vista geopolitico. Cioè se dietro a queste tecnologie non si nasconda da parte di Paesi esteri anche la volontà di carpire informazioni. Dunque, avere o meno tecnologie cambia il potere geopolitico di un Paese, e questo ormai è ben chiaro non solo nel mondo degli addetti ai lavori ma anche nel mondo finanziario, che investe in quei Paesi e in quelle aziende dove questo diventa un processo virtuoso.


Che cosa rappresenta per voi la nascita, avvenuta questa estate, dell’Agenzia Nazionale per la Cyber Security, che è un pezzo importante della strategia di cyber-resilienza nazionale?


Guardiamo all’Agenzia con grande interesse poiché a livello nazionale detterà le strategie della cybersecurity. Vorremmo stabilire da subito con loro un programma di crescita e vediamo quindi con grande interesse un partenariato pubblico-privato. La collaborazione tra un’agenzia pubblica e un’azienda che viene dal mondo governativo è nel naturale percorso di crescita sia del nostro gruppo che dell’Agenzia stessa. Inoltre, l’Agenzia rappresenta una formidabile opportunità per poter crescere perché tenderà a prediligere le tecnologie nazionali rispetto a quelle estere, a parità di merito tecnico.


Che tipo di profili impiegate?


Il 60% dei nostri dipendenti sono ingeneri specializzati in telecomunicazioni, informatica, elettronica, aerospazio. La prima parte del nostro processo di selezione parte dalle collaborazioni col mondo accademico, grazie a convenzioni che ci permettono di individuare dei profili nei laureandi. Per noi è essenziale che un laureando acquisisca, ancora prima di venire da noi, quelle che sono le caratteristiche fondamentali per lavorare in un’azienda divenuta strategica per la sicurezza nazionale. È grazie ai giovani talenti che facciamo l’upgrade del nostro know-how. Ma oggi per i giovani talenti anche un target, perché oggettivamente è difficile in Italia a trovare un’azienda con livelli di specificità come i nostri.


Federmanager l’ha segnalata recentemente come una delle migliori donne manager under 44 in Italia. Ha avvertito un cambiamento positivo negli ultimi anni per quanto concerne la presenza femminile nei ruoli di top management in Italia, o secondo lei per una donna rimane particolarmente difficile scalare le posizioni in aziende importanti?


Il 28 giugno 2011 veniva approvata la Legge Golfo–Mosca che impone alle società quotate di riservare al genere meno rappresentato quote crescenti nei CdA. In questo decennio la legge, per quanto possa sembrare una forzatura, ha reso possibile un cambiamento importante: le consigliere sono passate da circa il 7% del 2011 al 37% nel 2020. Tuttavia, ritengo che nonostante si possano constatare significativi miglioramenti in termini di una più forte presenza del genere femminile in posizioni apicali dei management aziendali, il tema della parità di genere fatichi ancora a farsi strada nell’agenda dei CdA e nelle organizzazioni in senso ampio. La sfida dei prossimi anni infatti sarà quella integrare la leva delle politiche Diversity & Inclusion nella strategia aziendale riconoscendo che sono un fattore critico di successo e di performance. In quanto manager e consigliere di amministrazione donna di una società quotata so quanto sia difficile scalare posizioni aziendali di rilievo che consentono di prendere decisioni importanti ma, allo stesso tempo, credo di aver l’obbligo morale di contribuire alla diffusione di una cultura aziendale che miri alla riduzione del gender gap. Ho la certezza che sarà di fatto la pressione degli investitori istituzionali sui temi ESG a dare la spinta decisiva affinché le imprese si occupino della parità di genere come tema strategico. E questo aspetto l’ho potuto constatare durante il roadshow con gli investitori finalizzato alla nostra quotazione, che mi ha coinvolto in prima persona per l’attenzione e l’interesse che molti di essi hanno posto sul tema.


G.P.

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