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sabato, Dicembre 3, 2022

La Chiesa di Santa Maria Addolorata degli Argentini

La Chiesa di Santa Maria Addolorata degli Argentini

Edificata nel 1910, centenario dell’indipendenza dell’Argentina, fu costruita per assecondare una religiosità devota di tipo tradizionalista. Per questo ricalca le forme della spiritualità semplice ed intensa espressa dall’architettura sacra del Medioevo

La Chiesa di Santa Maria Addolorata, luogo sacro della comunità argentina a Roma, si affaccia su piazza Buenos Aires, confondendo la sua mole austera tra le dissimili architetture di questo eclettico spazio urbano, su un lato del quale risalta in modo singolare il campanile quadrangolare dell’edificio, articolato in sette ordini, con bifore al terzo e quarto, e trifore al sesto e al settimo.
Essa fu fondata dal sacerdote argentino don Josè Leon Gallardo, che volle donarla alla comunità dei suoi connazionali a Roma, comprando a sue spese il terreno per erigerla nel rione dove aveva iniziato il suo servizio sacerdotale in Italia. Nel 1910, centenario dell’indipendenza dell’Argentina, fu iniziata la sua edificazione, primo edificio di culto latino-americano a Roma, che il Papa cedette in uso alla chiesa nazionale Argentina.
Costruita per assecondare una religiosità devota di tipo tradizionalista, la chiesa ricalca le forme della spiritualità semplice ed intensa espressa dall’architettura sacra del Medioevo.
Al suo esterno la costruzione sobria dell’edificio in mattoni a vista si arricchisce dei mosaici a fondo oro nella parte alta della facciata, mentre l’ingresso è preceduto da un portico esterno a tre archi, che ripete la configurazione di un esonartece squisitamente paleocristiano.


Nell’interno lo spazio è suddiviso in tre navate da colonne marmoree con capitelli ionici, e si snoda in una fuga ottica accelerata verso la grande abside finale. Essa è collocata dietro un presbiterio rialzato su dei gradini, nel quale è posto un ciborio a edicola, uguale per struttura a quelli delle prime Basiliche Costantiniane.
Sopra agli archi che collegano le colonne della navata centrale si apre un matroneo praticabile, che prosegue anche nella parte interna della facciata, dalla quale è visibile il grande organo.
Il presbiterio è preceduto da una balaustra in marmo bianco intagliato, mentre il ciborio risalta cromaticamente grazie alle sue quattro colonne, tutte realizzate in granito, e al colore dorato dei loro capitelli corinzi in bronzo. Ai suoi lati sono i due pulpiti, del Vangelo, e dell’Epistola, decorati con marmi in stile cosmatesco, eseguiti su un progetto di rifacimento storico della decorazione romana.
Il disorientamento che un simile allestimento antico dell’ambiente liturgico produce al visitatore si avvale dell’effetto di sbalordita meraviglia provocato in lui non solo dal fatto di trovarsi in mezzo a un rifacimento architettonico tanto storicamente rigoroso, ma dalla percezione del contrasto tra la severità di questo luogo e la dimensione urbana convulsa dell’antistante piazza Buenos Ayres.


Anche le raffigurazioni pittoriche più importanti di questo luogo rievocano i toni sentimentalmente intensi di una sacralità lontana, che ha il suo accento più forte nelle decorazioni musive della zona presbiteriale, dove nel catino absidale è rappresentata una Madonna Addolorata che sostiene un Cristo morto, la cui immagine dolente si ispira al pathos delle crocefissioni che hanno segnato la storia della primitiva iconografia Cristiana.
Questo desiderio di rievocare la forma artistica più antica della devozione si introdusse a Roma, come nel resto di Europa, tra l’Ottocento e il Novecento, con l’affermarsi di una corrente artistica neo-medioevale, della quale questa chiesa rappresenta una delle ultime realizzazioni.


Sia l’architetto autore del progetto, Giuseppe Astori, che il decoratore Duilio Cambellotti, come i pittori Tullio Monticelli e Gian Battista Conti, artisti oggi quasi dimenticati, ne sono infatti raffinati interpreti in questo edificio. In esso sono riusciti a far risaltare la componente più poetica di questo stile, legando i loro nomi ad un’impresa nella quale l’arte volge fieramente le spalle al presente. Infatti, nell’epoca del definirsi urbanistico moderno della capitale, l’intenzionale anacronismo di una chiesa come questa indica la volontà degli artisti di far sopravvivere la memoria di un’epoca antica contro qualsiasi modernismo. E non solo nella struttura dei suoi elementi architettonici, ma anche nella capacità di recuperare tecniche artigianali con le quali scolpire i marmi dei suoi arredi sacri, o il legno di capriate capaci, nel soffitto, di sostenere la copertura di un edificio come questo senza avvalersi della tecnologica scientifica del cemento armato.
Forse per questo, Santa Maria Addolorata degli Argentini riesce ancora ad offrire agli indaffarati romani un riparo dalla convulsa modernità della loro vita, offrendo loro una pausa nel caos di una Roma costretta oggi a difendere il suo prestigio sottomettendosi più all’autorità del futuro e che non a quella dell’antico.

Licia Sdruscia

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