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sabato, Ottobre 1, 2022

Roma celebra Guido Reni

Roma celebra Guido Reni

Alla Galleria Borghese una mostra dedicata al grande maestro bolognese. Sono oltre 30 le opere presentate, per provare a ricostruire i primi anni del soggiorno romano dell’artista e il suo studio appassionato dell’antico e del Rinascimento

Da Bologna alla città eterna: è un prezioso omaggio a uno dei maestri del Seicento italiano la mostra “Guido Reni a Roma. Il Sacro e la Natura”, la prima di una serie di esposizioni internazionali a lui dedicate. La rassegna ospitata nelle sale della Galleria Borghese nasce dal ritrovamento del dipinto “Danza campestre”, datato intorno al 1605, e che da un anno è tornato a fare parte della collezione del museo. Appartenente alla collezione del cardinale Scipione Borghese, citato negli antichi inventari sin dall’inizio del Seicento, venduto nell’Ottocento, prima disperso, e poi ricomparso nel 2008 sul mercato antiquario londinese come opera di un “anonimo bolognese”, il quadro, dopo una lunga serie di verifiche attributive, è stato riacquistato dalla Galleria nel 2020. Oltre a rappresentare un’importante integrazione storica del patrimonio del museo, la sua presenza nelle sale della pinacoteca accanto agli altri dipinti della collezione sottolinea la fondamentale importanza della committenza Borghese per Guido Reni (1575-1642), offrendo l’opportunità di riflettere sul rapporto del pittore con il soggetto campestre e la pittura di paesaggio, finora ritenuti “estranei” alla sua produzione.


E sono oltre 30 le opere presentate, per provare a ricostruire i primi anni del soggiorno romano dell’artista, il suo studio appassionato dell’antico e del Rinascimento. Un percorso che si apre al piano terra nel grande salone d’ingresso con 4 monumentali pale d’altare, ovvero la “Crocifissione di San Pietro” (1604-5), la “Trinità con la Madonna di Loreto e il committente cardinale Antonio Maria Gallo” (1603-4), il “Martirio di Santa Caterina d’Alessandria” (1606) e il “Martirio di Santa Cecilia” (1601), che rivelano molto anche del rapporto di Reni con i suoi committenti: Paolo Emilio Sfondrato, Antonio Maria Gallo, Ottavio Costa e Pietro Aldobrandini. Seguono la “Strage degli innocenti” (1611) e “San Paolo rimprovera San Pietro penitente” (1609) che confermano come alla base della pittura romana di Reni, ma anche di quella che si spinge un poco più in là negli anni come con “Lot e le figlie” e “Atalanta e Ippomene” (1615-20), ci sia una forte attrazione per il mestiere degli scultori, dimostrata dalla posizione dei corpi nello spazio, dalla concretezza tridimensionale dei gesti, dalle espressioni dei volti che, magistralmente, fissano per sempre una specifica emozione.

La “Strage degli innocenti” racconta visivamente la morte dei bambini maschi, ordinata dal re giudeo Erode il Grande, uno dei soggetti iconografici più diffusi in tutte le arti figurative. Le grida mute delle madri, il disperato stringere a sé i figli, le preghiere pietose che nulla possono contro l’efferatezza cieca dei carnefici, si costruiscono in questo grande quadro come un ordito di arti e corpi in tensione estrema, agitati su diagonali di movimento che si intersecano dilatando il sentimento di impotenza e orrore di chi guarda e che sono per paradosso smentiti dalle vesti voluminose, dai colori pieni. Reni affronta la narrazione della violenza più brutale incardinandola nella sua nuova idea di bellezza e perfezione: una concezione che fa nascere l’ossimoro alla base della poesia di Giovan Battista Marino: nelle forme senza tempo della perfezione artistica la tragedia si tramuta in bellezza e “l’horror va col diletto”.

L’artista eseguì il dipinto per i bolognesi conti Berò, per la loro cappella nella chiesa di San Domenico, ma lo realizzò presumibilmente a Roma, perché evidentissimo è il debito che qui contrae con l’universo classico e romano, della statuaria antica come degli esiti pittorici rinascimentali e addirittura caravaggeschi. Non è possibile guardare alla madre in primo piano a destra senza richiamare la scultura della Niobe, parte della serie nota come Niobidi, rinvenuta nel 1583 a Roma e oggi agli Uffizi di Firenze, con la quale condivide puntualmente la testa rivolta al cielo e le labbra socchiuse nello sgomento. Come non si possono non chiamare in causa celebri incisioni, di Andrea Mantegna, di Marcantonio Raimondi da Raffaello, pur in assenza di citazioni dirette, per giustificare le sovrapposizioni dei corpi, le loro pose, la distribuzione bilanciata degli spazi. Anche se in questo magnifico dipinto vige potente l’assimilazione della lezione di Raffaello, è innegabile riconoscervi lo sguardo a Caravaggio, al suo Martirio di San Matteo nella Cappella Contarelli, al quale Reni cattura il bambino spaventato in braccio alla donna che chiude la quinta destra.


Al primo piano, nella seconda parte della mostra, percorsi e divagazioni intorno al tema del paesaggio e all’ultimo acquisto della collezione, la “Danza campestre”: nella Sala del Lanfranco, per sottolineare la pratica della pittura di paesaggio a Roma nel primo decennio del Seicento, sono esposte alcune delle necessarie premesse emiliane, dal “Paesaggio con la caccia al cervo” di Niccolò dell’Abate alla Festa campestre (1584) di Agostino Carracci, alcuni quadri di Paul Bril parte della collezione della Galleria, e “Paesaggio con Arianna abbandonata” e “Paesaggio con Salmace ed Ermafrodito” (1606-8), due dei sei paesaggi con storie mitologiche di Carlo Saraceni, già parte della collezione Farnese, provenienti dal Museo e Real Bosco di Capodimonte. E ancora alcune tarde e letterarie sperimentazioni dei pittori bolognesi, dai quattro tondi di Francesco Albani, paesaggi eseguiti nel 1621 per Scipione Borghese e abitati da dee e ninfe, al “Paesaggio con Silvia e il satiro” (1615) del Domenichino proveniente dalla Pinacoteca di Bologna, testimonianza di un interesse che continua nei decenni successivi a quei primi intensi momenti del secolo. Sono tutti dipinti che ci mettono di fronte, rileva Francesca Cappelletti, alla guida della Galleria Borghese, “a un aspetto dell’attività di Guido poco nota e sorprendente, ma che trova certamente motivi e conferme se inseriamo il pittore nel contesto romano, da dove spesso la sua considerazione di divino e di perfetto aveva contribuito a estrapolarlo. La produzione di paesaggi, intesi non solo come scorci naturali di sfondo alle storie, era totalmente ignota al catalogo dell’artista fino a pochi anni fa.

Questo elemento sembrava distinguerlo ulteriormente dall’attività dei suoi conterranei a Roma, non solo il grande Annibale, ma Domenichino, Albani e poi i collaboratori del Carracci che più tendevano a specializzarsi in questo genere: Pietro Paolo Bonzi e Giovan Battista Viola. Ma Guido arriva a Roma, e abita, con Francesco Albani che, dal 1605 in poi, è il prosecutore delle lunette con le Storie della Vergine in ampi paesaggi, commissionate ad Annibale da un grande fautore dei “paesi”, Pietro Aldobrandini, per il quale Guido esegue il suo capolavoro degli anni romani, la Crocifissione di san Pietro. Anche Odoardo Farnese va considerato fra i promotori di questo nuovo genere, come già da tempo sottolineato da Clare Robertson, che vede nei due cardinali, legati dalla loro parentela di inizio secolo e da una continua rivalità, i personaggi decisivi per le occasioni date alla pittura di paesaggio e ai suoi autori di conquistare spazi, autonomia, declinazioni diverse. Guido, inoltre, è a contatto, fin dal suo primo cantiere romano, con Paul Bril, il fiammingo che trascorre a Roma più di quarant’anni.
È da sottolineare che in occasione della mostra “Guido Reni a Roma. Il Sacro e la Natura”, la Galleria Borghese invita il pubblico non solo cittadino, ma nazionale e internazionale a scoprire i capolavori dell’artista presenti nella capitale, per mettere in luce il profondo rapporto di Reni con Roma e l’importanza del suo operato nell’ambito della committenza Borghese. Come guida, la pubblicazione Guido Reni a Roma.

Itinerari, edita da Marsilio, realizzata con l’intento di accompagnare il lettore-visitatore in un vero e proprio viaggio per ripercorrere le 23 tappe romane dell’artista tra musei, chiese, residenze private e istituzionali. Ed è un viaggio questa volta virtuale quello attraverso i luoghi di Guido Reni a Roma, che è stato donato alla Galleria Borghese da If Experience. Per tutti i visitatori della mostra, una mappa con i luoghi e le opere è scaricabile tramite un Qr code. Per tutto il periodo della mostra, inoltre, la Presidenza della Repubblica ha deciso di aprire in via eccezionale la Cappella dell’Annunziata a Palazzo del Quirinale, affrescata da Reni per papa Paolo V Borghese dal 1609 al 1611. Le visite guidate alla Cappella e alle sale di papa Paolo V Borghese, si svolgono ogni venerdì e sabato. Infine, il Casino dell’Aurora Pallavicini Rospigliosi ha deciso di aprire al pubblico gratuitamente in via straordinaria l’affresco dell’Aurora lì realizzato dal maestro su commissione del cardinale Scipione Borghese. E poi, vogliamo parlare della straordinaria crocefissione di Reni nella basilica di San Lorenzo in Lucina? Un capolavoro nato “grazie” all’uccisione di un senatore, Andrea Angelelli: la vedova, Cristina Duglioli, bolognese, con un lascito testamentario scelse Roma come sede di numerosi dipinti della sua collezione. Una raccolta che, oltre a Reni, comprendeva anche quadri di Guercino e Mattia Preti.

Gianfranco Ferroni

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