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domenica, Ottobre 2, 2022

Il capitale artistico di Zeno

Il capitale artistico di Zeno

Reduce dal successo della fortunata serie tv Blanca, andata in onda sui Rai 1, nella quale interpretava l’ispettore di polizia Liguori in tandem, nella risoluzione dei crimini, con una frizzante consulente non vedente,Giuseppe Zeno non si concede riposo. Lo incontriamo che ha appena finito di lavorare per le riprese a Roma di un thriller hollywoodiano ed è di nuovo in partenza per la tournée teatrale de I soliti ignoti a fianco di Vinicio Marchioni, che ne ha curato l’adattamento dal film del grande Monicelli. Non è l’agiatezza né il bisogno di mantenere la fama acquisita a motivarlo, quanto la necessità di mettersi continuamente alla prova e di accrescere il proprio capitale professionale. “Recitare è un mestiere che richiede studio e impegno quotidiano, non si vive di solo talento”, sostiene il quarantacinquenne napoletano, che conosce il sapore della gavetta e non si è mai risparmiato

Diventare attore è stato un sogno perseguito a suon di sacrifici, anche economici?

Proprio così. Quando ero ragazzino con la paghetta settimanale correvo a comprare in edicola i fascicoli dell’enciclopedia del cinema e le videocassette per potermi documentare. Sono cresciuto infatti tra Ercolano in Campania e Vibo Marina in Calabria, piccole realtà dove non c’erano né teatro né sala cinematografica. E mentre leggevo con voracità e divoravo film cult proposti dalla tv in prima serata contemporaneamente lavoravo in mare per aiutare mio padre che possedeva un peschereccio.

Dal mare alle assi del palcoscenico: come è stato il percorso?

Duro e impegnativo. In realtà avevo le idee chiare fin da subito sulla strada da intraprendere ma avevo anche dei doveri familiari e solo dopo aver conseguito il diploma all’Istituto nautico ho deciso di cambiare e inseguire il mio sogno. Per anni avevo continuato a coltivarlo praticando il teatro a scuola. A Ercolano, dove ho vissuto gran parte dell’adolescenza, “divoravo” le commedie di Edoardo De Filippo. E alla fine mi sono iscritto all’Accademia di arte drammatica di Reggio Calabria, poi ho vinto una borsa di studio per frequentare un corso a Varsavia: il confronto internazionale mi ha aperto nuovi orizzonti, nuove sfide.

La prima cosa bella che ti sei comprato con i soldi guadagnati da attore?

Veramente ho comprato una cosa utile, non ero un frivolo nelle spese neanche da ragazzo. Agli esordi, diretto da Patroni Griffi, con il primo contratto firmato e la paga allora ancora in lire, mi comprai uno scooter per muovermi agilmente a Roma, tra casting e provini. Già lì c’era il mio destino scritto: in seguito la mia sarebbe divenuta una vita da artista nomade.

Hai debuttato in teatro con Le Troiane di Euripide, sei stato diretto da Giorgio Albertazzi e da Giuseppe Patroni Griffi, hai recitato in spettacoli scritti da Dario Fo e anche quando sei entrato nel mondo del piccolo e grande schermo hai continuato a calcare le scene. Il primo amore non si scorda mai…

Credo che chi faccia questo mestiere debba necessariamente passare dal teatro e continuare a farlo, a meno che non si abbia un talento strepitoso come Magnani o Volontè, ma anche loro hanno dovuto fare un percorso di formazione. Spesso oggi si tende a cercare una scorciatoia: quella di crearsi un personaggio sui social. La mia cartina tornasole, invece, rimane il teatro, poiché sul palcoscenico non esiste il filtro dei social, né quello del montaggio dei film. C’è sempre una componente emotiva e grande interazione col pubblico. Lì emerge la parte più autoriale dell’attore, che è costituita da materia autonoma e materia viva, non assoggettata, come succede sul set, al volere del regista.


Da L’onore e il rispetto a Mina Settembre: in tv hai abbracciato personaggi diversi ma sempre molto tenebrosi. Ora in Blanca la musica è cambiata. Come mai?

Ero stanco di interpretare ruoli un po’ scontati, anche se i cattivi, come sostenevano Allan Poe e i poeti maledetti, sono personaggi che un po’ tutti invidiano: attraggono perché sembrano onnipotenti. Stavolta mi sono cimentato in un ruolo del tutto positivo, quello dell’ispettore di polizia, dinamico ma riservato. Liguori è un personaggio che sa ascoltare, sembra rassegnato a certe dinamiche, a volte un po’ spento, ma in realtà non si ferma mai: l’energia di Blanca riaccende in lui l’entusiasmo, ed è sempre in bilico tra il desiderio e il dubbio di collaborare con una donna che ha una disabilità. Ho lavorato molto sull’interpretazione, cercando di restituire a Liguori una sorta di “ansia”, tradotta in termini di corsa contro il tempo che, per un investigatore, è fondamentale: un minuto, uno sguardo o il soffermarsi su un dettaglio possono essere determinanti per risolvere un caso.

Blanca ha avuto ascolti straordinari. E’ stato vincente il tema della disabilità e della sua inclusione?

Senz’altro, ma anche il modo in cui è stato trattato. Per questa serie tv è stato fatto un lavoro editoriale e una messa in scena molto accurati dal regista Jan Maria Michelini, coadiuvato da Giacomo Martelli. Non è un prodotto da tv generalista: si è corso il rischio che non fosse compreso. Spesso il pubblico ha la tendenza a preferire trame più edulcorate. La serie è innovativa perché permette allo spettatore di vivere in prima persona la dimensione di una non vedente. L’abilità di Blanca sta nel trasformare la diversità in forza, come la sua capacità nel decodage, cioè l’analizzare suoni e rumori nelle intercettazioni che sfuggono a un udito meno sviluppato del suo. La cecità, quindi, non è un ostacolo, anzi rappresenta una risorsa in più, quasi un “superpotere” della detective, che le regala la grinta di lottare per una vita normale.

Avere meno a volte può significare avere di più?

Sì, se si ha però anche capacità di sdrammatizzare, come fa Blanca. In questa lettura un po’ ironica della serie, mai drammatica, si possono riscontrare alcuni tratti della commedia all’italiana, sulla quale mi sono da sempre documentato. C’è un accostamento di personaggi riconducibile, appunto, ai protagonisti dei film di Monicelli: in quel tipo di cinema si scherzava su una materia di per sé piuttosto tragica e i personaggi sapevano sorridere delle loro disgrazie con un’ironia saggia, mai crudele, che rasentava quasi la rassegnazione. Anche il capolavoro che stiamo portando a teatro con Vinicio Marchioni I soliti ignoti, tratta dal film del grande maestro conserva nella disperazione una comicità intelligente e umanissima. I personaggi, tipici della povertà del dopoguerra, erano ladri improvvisati, che sapevano ridere della loro miseria.

Hai raggiunto notorietà e apprezzamento del grande pubblico nel 2002 con la serie Tv Incantesimo, e da allora il tuo astro continua a brillare. Che prezzo ha il successo?

Sebbene essere noto non mi abbia cambiato dentro, pago comunque l’alto prezzo di stare lontano dalla famiglia, di viaggiare continuamente. Giro l’Italia con zaino e trolley al seguito, senza poter passare a casa. Finita la tournée teatrale sarò impegnato a Napoli sul set di Mina Settembre, fiction basata sui racconti di Maurizio De Giovanni. Nell’immaginario collettivo traspare troppo spesso l’attore dalla personalità frivola, che passa da una festa all’altra o in frequentazioni del bel mondo. Il messaggio che dovrebbe passare, invece, è quello che recitare è un lavoro che assorbe molto.
Inoltre ho promesso a me stesso di condurre una vita ritirata, lontano dai social e dai flash: non vorrei essere considerato dal pubblico perché sono un fenomeno sui social, ma vorrei avere tanti followers perché aspiro a essere un attore di talento.

Hai qualche hobby?

Prima quando avevo più spazi disponibili nell’arco della giornata, andavo molto in mountain bike e ne possedevo tantissime, avevo il garage pieno. Ora tra il lavoro e la mia meravigliosa famiglia il tempo libero è veramente poco. Quando posso, vado in palestra non per estetica ma per poter sostenere ritmi e stress che questa professione comporta. E poi amo chiudermi nel mio universo, fatto di libri, di giardinaggio e dei miei affetti più cari.

Annalisa Bucchieri

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