VENEZIA? Una madre, ma anche un’amante

Carlo Goldoni parla con il nostro inviato nel tempo e gli racconta la sua riforma teatrale e i motivi della sua “fuga” in Francia

di Marco Testi

Certo anche per un ottimista come te, Carlo, l’addio a Venezia deve essere stato una bella botta…

Mettiamo subito un punto fermo, cortese viaggiatore nel tempo: non è che io fossi davvero come alcuni mi hanno descritto, solare, buontempone, incline allo scherzo… anzi, a dirtela tutta, visto che apparteniamo a tempi diversi e non te ne vai in giro per le mie calli a pettegolare, dentro di me c’era una parte che non mi piaceva. Una tendenza alla malinconia, ad esempio, a chiudermi in me stesso. Giocare significava per me dimenticare quella parte paurosa che non mi piaceva affatto e che eppure ero io.

Alessandro Longhi – Ritratto di Carlo Goldoni (c 1757) Ca Goldoni Venezia

Ma non mi dire, maestro: hai anticipato qualcosa che verrà, rispetto a te, un secolo dopo, da un tuo quasi collega, non nel teatro però, ma nel romanzo, un certo Stevenson che ha raccontato la duplicità dell’essere. E qui si vede il genio. Complimenti. Ma torniamo alla mia domanda. Che ha significato per te andartene da Venezia, non solo casa tua, ma luogo dei tuoi trionfi in scena?

Se fosse stato luogo solo dei trionfi non me ne sarei mai andato, probabilmente, anche se con il senno del poi non si costruisce un bel niente, amico mio. Il fatto è che il pubblico è capriccioso, si fa trascinare una volta da me e poi dai tradizionalisti, e poi dai nostalgici della Commedia dell’arte, e poi dagli amanti delle maschere, maschere e basta, e poi quel Chiari, e quel Gozzi, mamma mia, sempre a cercare il pelo nell’uovo: è vero, caro straniero, nessuno può essere davvero profeta in patria.

Me lo aspettavo diverso. Qualcosa in lui non sa di teatro, di sceneggiata, amicone, pronto a prenderti in giro. In questa sottile ma immensa nube sospesa sul cielo dei maestri di scena, il rifondatore del teatro si è presentato discreto, sì, certo, amabile, pronto al sorriso, ma un sorriso a metà, come se conoscere il gran teatro del mondo significasse la malinconia di saperne anche la fatuità, la leggerezza, quasi l’inconsistenza.

E poi maestro nel dilazionare la verità.

Perché non mi rispondi, Goldoni? Quanto ti è costato abbandonare l’amata, la madre delle acque natali, colei che è serena e sirena insieme per tutte le generazioni?

Perché ti interessa tanto, mortale?

Ci risiamo, ancora un procrastinare il redde rationem. Non ridanciano, ma scaltro come si sapeva, questo sì.

Veramente le domande le faccio io, come abbiamo stabilito prima di accendere questo aggeggio che tu non puoi conoscere. Ma ho capito, non ti garba la domanda, e allora dimmi, genio del teatro, cosa ti portò alla riforma delle scene?

Non ce la facevo più a sopportare il lento declino della Commedia, amico. Per fare presa sul pubblico gli attori, che non avevano nulla di scritto, facevano a gara a chi la sparava più sporca, per far ridere, per guadagnarsi la stozza, certo, per il nobile fine di mangiare la sera. E però di arte non c’era più nulla. Volli che ci fosse decenza, una qualche sfumatura dei caratteri, una certa brillantezza e arguzia, e non sempre riferimenti al sesso e alle deiezioni. E allora decisi di scrivere le parti, prima quella del protagonista e poi pian piano tutte le altre. Certo, gli attori, che erano i re della scena con la loro capacità di improvvisare, ma che in realtà non facevano altro che passarsi le stesse battute, non la presero bene…

Casa Goldoni, cortile

E però la riforma pian piano è passata, Carlo. Dovresti esserne fiero.

È facile dirlo, uomo del futuro: ma quando una cosa la vivi, e non lo sai se prenderà piede, se avrà successo, se sarai ricordato, non vivi benissimo. Hai paura di non farcela, di sparire nel nulla e non lasciare traccia.

E invece hai lasciato una traccia, e che traccia. Venezia è diventata lo scenario del grande teatro della vita, grazie a te. Devi esserne fiero.

Sì, hai ragione, amico. E visto che stai per andartene, ora ti posso rispondere, senza paura di scadere nel melodramma: è stato come lasciare una madre e un’amante insieme, con la promessa di tornare.

Non sei tornato.

Di anno in anno me lo ripromettevo, ma in Francia ho dovuto ricominciare tutto da capo, e poi, alla fine, la vergogna della miseria, di una rivolta che mi ha preso per un riccone e mi ha tolto l’unica fonte di sussistenza che avevo, la pensione reale. Io che amavo il popolo, la gente, i lavoratori, e odiavo i fannulloni incipriati e pieni di sé. Che ironia, a volte nel fato, amico mio.