Un tempio sopraelevato per opere da riscoprire

San Silvestro al Quirinale ha subito molte vicissitudini. L’ultima quando, all’indomani dell’Unità d’Italia, la creazione della nuova Piazza Esedra creò un abbassamento di Via Ventiquattro Maggio e un innalzamento della struttura della chiesa, che si ritrovò a “galleggiare” sui cieli di Roma. La rampa che oggi ci conduce all’interno apre la vista a molti capolavori

di Francesco Rotatori

Nulla è come sembra, e capita spesso che nelle nostre città ci abituiamo a non saper vedere. È il caso della chiesa di San Silvestro al Quirinale, che si vuole sorta sull’allora Monte Cavallo tra il IX e il X secolo, ma che subì parecchi rifacimenti, essendo passata sotto Giulio II ai Domenicani, che la ricostruirono, e poi ai Teatini, che la ristrutturarono. Si provi a entrare nella costruzione e si noterà la novità: dalla facciata si è introdotti a uno scalone d’accesso che sale per circa nove metri fino alla chiesa vera e propria. All’indomani dell’Unità d’Italia, infatti, venne effettuata una vivace campagna di ammodernamento della capitale. Per la creazione della nuova Piazza Esedra si venne a creare un dislivello che portò all’abbassamento del livello della strada e all’innalzamento della struttura della chiesa, che si ritrovò a “galleggiare” sui cieli di Roma. Fu così affidato all’architetto Andrea Busiri Vici il compito di realizzare una facciata in stile neo-cinquecentesco che potesse accordarsi con l’interno della struttura tramite una rampa che tuttora sale solamente dal portale di sinistra.

Facciata di San Silvestro al Quirinale

Dopo questo spaesamento, si accede a un magnifico interno: una nave unica con due cappelle per lato e ricoperta da un soffitto ligneo dorato con due ovali, uno rappresentante la Madonna in adorazione del Bambino, l’altro la Chiamata di Pietro da parte di Cristo con la consegna delle chiavi.

Sulla controfacciata campeggiano due monumenti funebri che inquadrano un’edicola in stucco rappresentante il Battesimo di Cristo attribuito a Luigi Fontana, un marchigiano che la realizzò quando il Busiri Vici progettò la nuova facciata.

Soffitto ligneo dorato

Se si fa correre l’occhio verso l’altare, si noterà che le volte del presbiterio e del coro sono completamente affrescate: la prima volta (1601), decorata con angeli svolazzanti e culminante in uno sprazzo di cielo romano con putti danzanti, è di Cherubino e Giovanni Alberti, due toscani attivi tra la seconda metà del XVI secolo e gli inizi del successivo e ammiratori dell’operato di Raffaello, alla cui Loggia di Psiche in Villa Chigi- ora Farnesina- sono ispirati questi angiolotti in scorci e pose acrobatiche. Simili soluzioni erano state usate da Cherubino nella volta della Sacrestia dei Canonici al Laterano e da Giovanni nell’Apoteosi di San Clemente in Vaticano. I due erano i pittori prediletti del pontefice Clemente VIII Aldobrandini, che promosse la loro azione anche in questo cantiere. La seconda volta è invece opera di Matteo Zaccolini e Giuseppe Agellio, intervenuti forse per la morte prematura di Giovanni. In fondo, una lunetta in corrispondenza dell’altare rappresenta l’imperatore Costantino che manda i suoi emissari a cercare papa Silvestro che, temendo di essere vicino alla morte, si sarebbe rifugiato sul monte Soratte.

Domenichino, Giuditta e Olofene

Questo ambiente fu realizzato dall’architetto Ottaviano Mascarino negli anni ’80 del Cinquecento, mentre era avviata dallo stesso la cappella Bandini, un vano ottagonale che si apre sul lato sinistro. Sull’altare giganteggia la pala dell’Assunzione della Vergine (1585) di Scipione Pulzone, pittore gaetano, famoso ritrattista e molto attivo in ambito controriformato. L’opera, un olio su lavagna, mescola prototipi del gaetano a esempi raffaelleschi, come la netta suddivisione tra la porzione celeste e quella terrestre. La cappella è completata da quattro ovali nei pennacchi realizzati dal Domenichino, uno dei più grandi pittori classicisti di inizio Seicento, autore di capolavori in cui la bellezza ideale è purificata da qualsiasi forma di volgarità. Si tratta di quattro soggetti derivati dall’Antico Testamento, e che possono essere letti a loro volta come rimandi alla Vergine Maria: Giuditta e Oloferne, Ester davanti ad Assuero, Betsabea e Salomone, David davanti all’Arca dell’Alleanza. A completare il tutto, il monumento del cardinal Bandini, il cui busto fu realizzato da Giuliano Finelli, e due statue di santi di Alessandro Algardi, scultori venuti entrambi a contatto col Bernini, ma ognuno con presupposti ed esiti differenti.

Scipione Pulzone, Assunzione della Vergine

Tra le cappelle più interessanti, è da ricordare quella di fra’ Mariano, la più antica, in cui si possono ammirare due sante, Maria Maddalena e Caterina da Siena, e due scene di vita delle medesime di Polidoro da Caravaggio, uno dei maggiori allievi di Raffaello, e Maturino da Firenze: in particolare questi ultimi due affreschi svolgono un ruolo cardine nella storia dell’arte, perché sono i primi esempi di paesaggio nella pittura romana, costituendo la base su cui poi si andrà consolidando la grande pittura di genere classico del secolo successivo.

Prima di uscire, ci si affacci sul chiostro: è qui che Michelangelo si riuniva in dialogo con i suoi amici e colleghi, tra cui Vittoria Colonna, le cui parole tanto infiammarono la devozione dell’artista da accendersi in stupendi disegni ed esplodere nel Giudizio Universale.

Presbiterio e coro: Cherubino e Giovanni Alberti 1° volta: Matteo Zaccolini e Giuseppe Agellio, 2° volta