Un capitale d’amore

di Annalisa Bucchieri

Versatile e dal carisma effervescente, Cesare Bocci è diventato uno dei volti più celebri e amati della televisione. Da venti anni veste i panni dello sciupafemmine più famoso del piccolo schermo, Mimì Augello, il vice del Commissario Montalbano nella omonima fortunatissima serie. Eppure lui nella vita è l’esatto contrario del suo personaggio più celebre. Fedele e dedito all’amore per la sua Daniela, la moglie. Un sentimento che si è fortificato ancor di più quando il destino ha minacciato di portarsela via a causa di una malattia terribile. Con abile mossa di judo Cesare Bocci ha ribaltato l’avversa sorte e ne ha fatto la sua principale fonte di ricchezza, naturalmente interiore. Questa esperienza umana fatta di dolore ma anche della forza dell’amore è diventata prima un libro, intitolato Pesce d’aprile, e ora argomento di una commedia che Bocci sta portando proprio in questi mesi in tournée insieme all’attrice Tiziana Foschi a teatro, la sua prima grande passione. Lì dove tutto cominciò.

Come è nata la scelta di recitare?

In realtà sono io che sono nato in un posto dove era impossibile non recitare. Provengo, infatti, da un paesino nelle Marche, Camporotondo di Fiastrone in provincia di Macerata, popolato allora da 400 anime e tutti, almeno una volta, siamo saliti sul palco del piccolo teatro parrocchiale per partecipare a spettacoli in dialetto marchigiano. Mia mamma, che era la maestra, era una sorta di regista di questi spettacoli e casa nostra diventava spesso sala prove, sartoria, “trucco e parrucco” e io sin da piccolissimo mi mettevo lì ad osservare. Fin quando sono rimasto al paese ho sempre partecipato, poi non ci ho pensato più fino a quando, mentre frequentavo l’università, un mio amico mi disse che aveva aperto una scuola di recitazione a Tolentino e io mi sono iscritto. Con dei compagni del corso abbiamo avuto l’idea di fondare la Compagnia della Rancia, che in poco tempo è diventata la più grande compagnia specializzata in musical d’Italia. Sono stato in compagnia 8 anni poi mi è venuta voglia di provare a fare altre esperienze e sono partito per Roma.

Quando sono arrivati i primi compensi come attore?

Con la Compagnia della Rancia, dopo due anni che lavoravamo abbiamo incominciato a darci una paga, ma lì la remunerazione era il pranzo, alla cena non ci arrivavamo… (ride). I primi tempi pagavamo solo le spese, capitava spesso di doverci mettere noi dei soldi che guadagnavamo con i nostri lavori: io facevo il cameriere, un’altra socia la sarta, un altro il dj.

Qual è il suo rapporto con il denaro? Cicala o formica ?

Sicuramente formica ma a determinarlo più che le origini marchigiane, sfatando i luoghi comuni, è stato il teatro che mi ha insegnato la fatica del guadagno e la dignità del lavoro in quanto tale. Ho fatto tanta gavetta per conquistarmi il palcoscenico, recitavo ma contemporaneamente per potermi mantenere facevo il tecnico di scena; poi ho partecipato come responsabile tecnico a tante tournée musicali con Ron, Mietta, Anna Oxa, ho lavorato a due concerti in Italia di Frank Sinatra, insomma ho fatto tanti mestieri nel mondo dello spettacolo e mi sono tutti serviti.

A un certo punto è arrivato il successo del grande pubblico con Montalbano…

Sì, stiamo parlando di quasi vent’anni fa! Una sera io e la mia compagna Daniela eravamo a letto e leggevamo: lei rideva tantissimo, allora le ho chiesto cosa stesse leggendo e lei mi rispose che era una cosa troppo bella e che me l’avrebbe passata, era uno dei gialli con protagonista il commissario Montalbano. Quando iniziai il libro non riuscivo a capirci nulla, ma Daniela mi spiegò che superate le prime dieci pagine sarebbe stato più semplice. Era vero. Il libro, infatti, lo finii in una notte. Il caso ha voluto che la mattina dopo mi chiamasse la mia agente per dirmi che dovevo fare un provino per un poliziesco, “un certo Montalban”. Stupito le ribattei “ma che fanno Pepe Carvalho (l’investigatore nato dalla penna dello scrittore spagnolo Manuel Vázquez Montalbán, ndr) in Italia? E lei mi rispose… “no, no questo è siciliano”…e io, fresco della lettura notturna: “Allora che Montalban, è Montalbano!” Feci il provino e mi diedero la parte ed è partita l’avventura.

Per interpretare Mimì Augello si è dovuto immedesimare nella vita di un poliziotto e anche imparare il dialetto e la gestualità siciliana, come si è preparato?

Il primo episodio lo abbiamo girato in provincia di Trapani, alle Grotte di Custonaci, io chiesi alla produzione la possibilità di andare in Sicilia prima e di poter essere “aggregato” alla questura di Trapani. Per un periodo seguii il lavoro della Squadra mobile e capii come erano le dinamiche del gruppo: persone che scherzano, ridono, mangiano insieme, una vera famiglia. Devo dire che corrispondeva quasi completamente a quello che aveva scritto Andrea Camilleri ed è ciò che abbiamo riportato in Montalbano. La conferma nel tempo mi è arrivata anche da molti poliziotti che mi raccontavano di avere nel gruppo un’anima semplice e ingenua come “Catarella” o un “Mimì Augello”, debole davanti alle sottane ma sempre leale nei confronti dei colleghi. Per il dialetto, invece, ci siamo aiutati fra noi, il primo anno cercavamo tutti di parlare il vero siciliano e io mi sentivo un po’ legato nella recitazione; negli anni successivi abbiamo preferito prediligere la sonorità, utilizzando la cadenza, funzionava e ci sentivamo molto più sciolti. Devo dire che però ci hanno dato una gran mano anche le persone del posto che ci hanno accolti in maniera straordinaria.

La scorsa estate è venuto a mancare il maestro Andrea Camilleri, vuole condividere con noi un suo personale ricordo?

Per me è stata una fortuna professionale ma soprattutto umana conoscere Andrea, perché era un uomo di una fascinazione, intelligenza e ironia speciale. Lui veniva raramente sul set, ma ogni volta era straordinario. Siamo stati anche insieme ospiti in tanti eventi riguardanti la fiction ed è sempre stato fantastico ascoltarlo: era un grande oratore, aveva una padronanza assoluta dell’uso della pausa. Sarebbe stato un magnifico attore.

Dimostrando grande versatilità non si è mai voluto fermare al ruolo che le ha tributato notorietà. Si è cimentato anche nei musical nonché nella conduzione di programmi televisivi, l’ultima volta nel dicembre scorso con Viaggio nella grande bellezza-Speciale Vaticano.

Nella vita sono stato sempre molto curioso; quando facevo il tecnico, il pizzaiolo, il cameriere l’ho fatto sempre con grandissimo interesse e con tanta passione. Quando mi offrono ruoli nuovi, naturalmente di qualità, io accetto: mi piace sperimentare. Ho interpretato il ruolo di Oscar nella versione italiana del musical Sweet Charity, al fianco di Lorella Cuccarini mentre insieme a Massimo Ghini ho portato in scena il musical de Il Vizietto, La cage aux folles. E così è stato per la conduzione, qualche anno fa, di Miss Italia, o del programma di Rai 3 Il giallo e il nero nel quale ho lavorato l’Unità analisi crimini violenti. A me fare l’attore piace tantissimo, però mi diverte e mi stimola fare anche altre esperienze, ad esempio ballare (nel 2018 vince Ballando con le stelle, ndr).

Da quasi trent’anni lei vive una bellissima storia d’amore con la sua compagna Daniela, purtroppo il momento più felice per una coppia, la nascita di un figlio, si è trasformato in un dramma: Daniela fu colpita da un ictus post parto, rimase in coma per venti giorni, e dopo non ricordava nulla e non riusciva neanche ad alzarsi. È stata una lunga battaglia…

Che continua… purtroppo la disabilità è rimasta, il problema è sensibilmente diminuito ma la battaglia è ancora quotidiana. Provate sulla nostra pelle le difficoltà che incontrano i disabili e le loro famiglie abbiamo deciso di mettere nero su bianco la nostra storia in un libro: Pesce d’aprile. Lo scherzo del destino che ci ha reso più forti, da cui è nato uno spettacolo teatrale che stiamo portando ora in giro per l’Italia. Abbiamo pensato che la nostra testimonianza potesse essere di aiuto e conforto ad altre persone. Spesso, infatti, in quei momenti di grande scoraggiamento ci si sente soli. È la testimonianza di una coppia che grazie all’amore trova la forza per superare gli ostacoli. Per noi è normale diffondere questo messaggio in tutti i modi in cui possiamo: il libro, lo spettacolo e poi vedremo… ma questo viaggio continuerà. La grande soddisfazione che abbiamo è vedere uscire dal teatro le persone che si sono “beccate” durante lo spettacolo “tanta roba”, serene con il sorriso sulle labbra, questo significa che il messaggio è arrivato pienamente e sono sicuro che hanno capito qualcosa in più dei disabili e della loro vita.

È molto impegnato anche nella beneficenza. Presta il suo volto da molti anni a diverse associazioni come l’Annfas (Associazione nazionale famiglie di persone con disabilità intellettiva e/o relazionale) e Save the children.

Io non credo di fare qualcosa per loro, sono loro che fanno qualcosa per me. Tutti noi personaggi pubblici dovremmo impegnarci in questo. Dopo che hai dato una mano a qualcuno ti senti veramente migliore, ti arricchisci e capisci tante cose della vita e soprattutto ne comprendi il vero valore. La fortuna e i soldi diventano sterili se non sono reinvestiti nei veri valori dell’essere umano. Nel 2019 sono stato ambasciatore di Save The Children in Uganda. È stato un viaggio toccante. Ritornerò.