Italiani delusi, ma è ora di guardare avanti

Nel rapporto Censis 2018 il ritratto di un Paese ancora prigioniero di paure e incertezze. È necessario uno scatto, e il Credito Cooperativo deve essere ancora una volta l’alleato fondamentale dell’Italia che guarda con fiducia al futuro

di Maurizio Aletti

Si è parlato molto dell’ultimo rapporto Censis sulla situazione sociale del Paese, in relazione soprattutto a quel “sovranismo psichico” (così viene definito dagli esperti di Piazza di Novella) in cui sembra siano imprigionati gli italiani, sempre più impauriti da una condizione economica incerta e da un mondo esterno dal quale si pensa provengano più minacce che sicurezze.

I numeri in questo senso sono esplicativi: solo il 23% degli italiani ritiene di aver raggiunto una condizione socio-economica migliore di quella dei genitori, mentre il 67% ora guarda il futuro con paura o incertezza. E il potere d’acquisto delle famiglie cala ancora: meno 6,3% rispetto al 2008.

Gli italiani, insomma, sono profondamente delusi. Soprattutto per aver visto sfiorire una ripresa che l’anno scorso e fino all’inizio di quest’anno era stata importante, e che è invece svanita improvvisamente, con un Pil negativo nel terzo trimestre di quest’anno dopo 14 mesi di crescita consecutiva. C’è poi da dire, spiega l’Istat, che l’atteso cambiamento promesso dalla politica non c’è stato: oltre la metà degli italiani afferma che non è vero che le cose siano cambiate sul serio.

Altro punto dolente: si investe sempre meno in formazione. Alla tradizionale sproporzione tra gli investimenti nei segmenti scolastici iniziali e l’Università (meno finanziata) si è sostituito “un omogeneo volare basso che ci colloca in tutti i casi al di sotto della media europea”. L’Italia investe infatti il 3,9% del Pil, mentre la media europea è del 4,7%. Investono meno di noi solo Romania, Bulgaria e Irlanda.

Risultato: un tasso di abbandoni precoci dei percorsi di istruzione del 18% dei giovani tra i 18 e i 24 anni, quasi doppio rispetto a una media europea del 10,6%. I laureati italiani tra i 30 e i 34 anni, poi, sono il 26,9%, contro una media Ue del 39,9%. Si aggiunga a ciò che tra il 2007 e il 2017 gli occupati giovani, di età compresa tra 25 e 34 anni, si sono ridotti del 27,3%, mentre nello stesso tempo gli occupati tra i 55 e i 64 anni sono aumentati del 72,8%.

Il pessimismo dei nostri connazionali, oltre che da questi dati, dipende probabilmente anche all’invecchiamento della popolazione. Negli altri Paesi Ue, dice il Censis, i giovani continuano a costituire una “riserva di ottimismo” che da noi manca. In Italia, la quota dei giovani di 15-34 anni sulla popolazione complessiva è pari al 20,8%, la più bassa tra tutti i 28 Paesi Ue, diminuita nel decennio del 9,3%. E questo potrebbe spiegare, si afferma, perché alcuni valori chiave dell’Europa unita (libera circolazione delle persone, moneta unica e diversità culturali) trovino sempre più sostenitori poco convinti.

Insomma, un quadro in cui non mancano incertezze e in cui il futuro appare denso di incognite. È un contesto nel quale il credito cooperativo è chiamato ancora una volta a fare la sua parte, a confermare la sua missione localistica, a dare sostegno al tessuto economico dei territori. La nostra Banca, come, sempre, è in prima linea, consapevole della sua responsabilità di BCC più grande d’Italia: negli ultimi dieci anni, anche nei momenti economici più difficili per il Paese, abbiamo continuamente sostenuto famiglie e imprese, come dimostrano i dati della raccolta e degli impieghi, cresciuti dell’80% e del 130%. Sono numeri che parlano da soli.