Quegli anni alla Cassa Rurale di Roma

Intervista a Stefano Ziantoni, corrispondente da Parigi per la Rai e volto noto del giornalismo televisivo. Nel suo passato c’è la nostra Banca, per cui lavorò negli anni ’80: “fu un’esperienza meravigliosa”, ci racconta oggi. E ci spiega perché è necessario un codice etico per chi fa informazione, soprattutto quella che prolifera nel web

di Giuliano Polidori

Hai una lunga carriera giornalistica alle spalle, ma in realtà hai iniziato a lavorare alla Cassa Rurale e Artigiana di Roma. Come avvenne?

Fui assunto giovanissimo il 2 maggio 1984. All’epoca il Direttore Generale era Giuseppe Marchetti, che era anche un appassionato sportivo. E a questo proposito ho un aneddoto. Subito dopo l’assunzione io e il collega Franco Castigliano ci ritrovammo a giocare un campionato di tennis tra istituti bancari che si tenne a Milano Marittima. Lo vincemmo, anche perché avevo conseguito il patentino di maestro di tennis a 18 anni e, insomma, ci sapevo fare. La nostra foto, insieme al Direttore Generale che alzava il trofeo, fu diffusa in tutte le nostre agenzie. Fu così che il sabato e la domenica continuai a giocare con i colleghi e con Marchetti. Si creò un bel legame. Continuammo peraltro a gareggiare e a vincere tornei.

È in questo periodo che iniziasti a occuparti di carta stampata?

Sì, nel tempo libero che mi lasciava il lavoro in Banca. Collaboravo con un mensile che si chiamava “Tennis Lazio”, che poi è diventato “Tennis Oggi”. Divenne una passione che mi portò a dimettermi dalla Cassa nel 1987. Per un po’ collaborai con alcune testate, tra cui “Avvenire”, e con la Rai stessa. Ma non ero affatto certo sulla stabilità del mio futuro professionale, tanto è vero che ebbi con mio padre accese discussioni. Solo dopo che conquistai il tesserino di giornalista professionista e ottenni l’assunzione definitiva in Rai (nel 1990) riconobbe che avevo fatto la scelta giusta.

Come è cambiata la Rai in questi 30 anni in cui è successo un po’ di tutto, anche nel modo di fare informazione?

È cambiato tutto perché è cambiato il mondo. C’è stata una irruzione violenta (ma non per questo necessariamente negativa) delle nuove tecnologie. Faccio un esempio. Quando entrai in Rai se dovevi girare un’immagine dall’alto o ti arrampicavi sui palazzi o dovevi affittare una gru, su cui piazzare una telecamera a cavo. Oggi ci sono i droni, che può comprare chiunque, con i quali si possono ricavare immagini meravigliose. La faccia positiva della tecnologia è che l’informazione si è velocizzata, arriva ovunque e da qualunque parte del mondo in tempo pressoché reale. Questo però può essere anche un tallone d’Achille. La spasmodica corsa a dare per primi la notizia porta a non avere spesso il tempo di controllare la fonte. Ecco che così circolano notizie e dati del tutto infondati. Io vivo e lavoro da quattro anni a Parigi e ho vissuto i giorni drammatici degli attacchi terroristici. Ricordo che l’allora Ministro degli Interni Bernard Cazeneuve convocò tutta la stampa e chiese collaborazione per fermare la proliferazione di notizie false e allarmistiche che apparivano, in un clima di fibrillazione, sugli organi di informazione. La Rai ha lavorato seriamente per affrontare questo nuovo panorama informativo. Tutti la criticano, ma in realtà tutti vorrebbero entrarci. Soprattutto perché ci sono professionalità eccelse da cui c’è solo da imparare. Sono convinto che la Rai abbia tutte le armi per poter confermare il proprio ruolo. Me ne rendo conto stando in Francia e guardando le altre televisioni, quella francese in particolare.

Come valuti l’immediato futuro dell’informazione all’epoca di internet?

Mi rifaccio a una frase che mi disse l’allora direttore del Tg1 Clemente Mimun. L’autorità me la dà il contratto, spiegò, ma l’autorevolezza io me la devo conquistare ogni giorno. Questa smania di arrivare sempre primi sulle notizie non premia. Alla fine la gente capisce chi è autorevole e chi è chiacchierone. Lo si vede nelle maratone televisive sulle elezioni: chi è che il pubblico premia maggiormente? Coloro di cui sa di potersi fidare. E non è neanche vero che gli spettatori sono stanchi del circo mediatico. Se gli si dà un buon prodotto il pubblico continua a seguirti: basta citare l’esempio di Alberto Angela. È vero, io oggi posso improvvisarmi giornalista, basta avere un semplice cellulare per fare delle riprese di discreto livello. Ma fare il giornalista non significa semplicemente documentare un episodio, significa anche saper valutare la situazione che stai vivendo, avere l’esperienza e l’autorevolezza di saper dare un significato complessivo, non parziale e distorto, dell’avvenimento. Credo che il proliferare di notizie false non farà altro, per reazione, che aumentare il peso di chi sa fare informazione in modo serio.

Come dovrebbe comportarsi, secondo te, chi fa giornalismo sul web?

Credo che chi usa internet per fare informazione, scavalcando i circuiti tradizionali, debba innanzitutto darsi un chiaro codice etico. È necessario salvaguardare la dignità delle persone, senza indugiare morbosamente, ad esempio, sulle ferite di chi è stato sfortunatamente colpito da un attentato terroristico. Occorre quindi esperienza e studio della professione per non incorrere in questi incidenti deprecabili compiuti in nome di una malintesa libertà di stampa.

Lavori a Parigi da qualche anno. Come ci vedono i francesi? Certi stereotipi sono duri a morire?

Guarda, ci sono due tipi di francesi: quelli che vivono nella regione di Parigi e gli altri. I parigini, è vero, non sono facili da trattare: un po’ snob, un po’ primi della classe. Ma dopo quattro anni di permanenza mi sono convinto che i francesi, in fondo, vorrebbero un po’ essere come noi, divertenti e socievoli. Vorrebbero avere il nostro clima, la nostra cultura. Ma anche la nostra cucina. Lo dimostra il fatto che i ristoranti parigini che fanno vera cucina italiana sono perennemente pieni di clienti, che vanno alla ricerca dei sapori forti e naturali dei nostri piatti.

Sono passati tanti anni. Come ricordi oggi quella tua lontana esperienza alla Cra di Roma?

Quei tre anni furono meravigliosi. Tutt’oggi mantengo il mio conto presso l’agenzia 9 di Via Adige, dove iniziai a lavorare. Ci tengo molto perché rappresenta un legame con il mio passato, perché ho molti amici con cui sono rimasto in contatto e perché quel lavoro mi ha insegnato molto.