Quando Caravaggio fu rifiutato

Oggi esposta al Louvre, l’enorme tela raffigurante la Morte della Vergine fu originariamente dipinta dal grande artista per la Chiesa di Santa Maria della Scala in Trastevere. Ma fu respinta al mittente per un eccesso di crudo realismo nella rappresentazione della scena

di Francesco Rotatori

Una delle più famose commissioni ottenute da Michelangelo Merisi detto Caravaggio fu quella di una pala per uno degli altari della nuovissima chiesa di Santa Maria della Scala in Trastevere. Questo edificio fu voluto da papa Clemente VIII Aldobrandini per custodire un’icona della Vergine miracolosa, iniziato nel 1593 e concluso internamente nel 1610, nello stesso anno in cui Caravaggio morì a Porto Ercole, mentre per la facciata si dovette aspettare il 1624.

Siamo tra il 1604 e il 1606: Michelangelo Merisi dipinge un’enorme tela raffigurante la Morte della Vergine, quadro che verosimilmente non verrà mai esposto qui, perché rifiutato dai Carmelitani Scalzi. Fu allora acquistato dal pittore fiammingo Pieter Paul Rubens per conto del duca di Mantova, ma non partì prima della metà del 1607: in una lettera l’anversano si scusa per il ritardo nell’invio a causa della folla che veniva a osservare il quadro, completamente catturata dal capolavoro. L’opera sarebbe poi passata in Inghilterra presso Carlo I e infine nella Francia del Re Sole, per cui oggi è esposta al Museo del Louvre. Al posto della tela di Caravaggio, oggi si può ammirare il Transito della Vergine di Carlo Saraceni, un veneziano che rimase tuttavia folgorato dalla pittura del Merisi e raggiunse quindi un particolare connubio tra pittura tonale veneta e contrasti cromatici caravaggeschi. In realtà, si tratta del sostituto del sostituto: la prima tela che il Saraceni dipinse per sostituire quella del Caravaggio fu a sua volta rifiutata ed egli fu costretto a dipingerne una seconda versione modificata.

Ma perché le prima due tele furono rifiutate? Forse non, come si dice convenzionalmente e come si legge erroneamente nelle biografie coeve, per l’aver usato il corpo di una cortigiana morta nel Tevere come modello per la Vergine. Di per sé all’epoca le modelle erano delle prostitute; anzi, sappiamo che persino Artemisia Gentileschi, la famosa pittrice, fu accusata di aver posato come modella per il padre, anch’egli pittore, e quindi di essersi in qualche modo “prostituita” per gli occhi paterni. Basta confrontare la tela di Caravaggio e la seconda versione di Saraceni, oggi sull’altare: nella prima manca il Paradiso. Nel quadro di Caravaggio assistiamo a una scena troppo cruda: nient’altro che un corpo morto su un catafalco, una donna deceduta al cui capezzale sono presenti una moltitudine di uomini, ossia gli apostoli, e una giovane, la Maddalena piangente. Nella seconda tela di Saraceni c’è un’aggiunta soprannaturale: in alto si apre una stupenda visione del Cielo, con una festosa gloria di angeli che accoglie la Vergine morente, che quindi verrà assunta in cielo. In Caravaggio c’è una morte reale e umanissima, di una persona qualunque, mentre per i padri Scalzi era fondamentale dare una speranza di resurrezione ai credenti e, secondo i dettami della Controriforma, preannunciare la prossima ascesa al Cielo di Maria.

Bancone dell’Antica Spezieria

Nella chiesa vi sono, inoltre, altre pale ascrivibili all’ambito dei seguaci del Merisi: è il caso della Decollazione del Battista di Gerrit van Honthorst, un olandese che a Roma si guadagnò il soprannome di Gherardo delle Notti per la propensione nel dipingere notturni a lume di candela. In quest’opera la luce di una fiaccola rischiara drammaticamente il momento culminante della morte del Precursore che, piegato in ginocchio, accetta stoicamente la sua pena mentre un angelo, invisibile agli altri personaggi, reca già sulla testa del santo la corona del martirio. E ancora si ricordi il dipinto con la Vergine, San Giacinto e Santa Caterina da Siena del senese Antiveduto Grammatica, pittore che ebbe a bottega per pochissimo tempo il giovane Caravaggio da poco giunto a Roma e fu estremamente legato al cardinal Del Monte, amante delle arti e primo vero protettore del Merisi.

Gherardo delle Notti, Decollazione del Battista

I cittadini di Roma, tuttavia, conoscono più il convento annesso che la chiesa: qui, infatti, ha sede la più antica farmacia dell’Urbe che sia giunta completamente integra fino a noi. I frati l’avevano costruita per i propri bisogni, ma alla fine del XVII secolo la aprirono al vasto pubblico, continuando qui la loro attività fino al 1954, quando la trasferirono al pianterreno in un antico chiostro, spazio ceduto tra gli anni ’70 e ’80 a un privato e tuttora in funzione. L’Antica Spezieria, nota anche come la “farmacia dei papi”, è così diventata un museo dal fascino antico: al Settecento è ascrivibile il rinnovamento dell’arredamento, con le vetrine, gli scaffali e il bancone, mentre il soffitto e il pavimento sono ottocenteschi. Le eleganti bilance, gli antichi erbari esposti, i farmaci di un tempo, i vasi di preparazione, gli alambicchi: tutto concorre a ricreare un’atmosfera magica che noi nelle nostre periferie e città di cemento abbiamo perso per sempre.