Nessun imperatore ha amato Roma più di me

Il nostro inviato nel tempo intervista Publio Elio Adriano

di Marco Testi

“Chi sei stato davvero?” Lo so, avrei dovuto seguire le regole retoriche, preparare la domanda con una introduzione e con una excusatio per il disturbo arrecato, ma non ce l’ho fatta proprio. Erano anni che avrei voluto fargli questa domanda, anni in cui mi sono chiesto chi avesse ragione, il detrattore maligno che ti descriveva come un assatanato di piaceri, o il cantore della tua magnanimità, della tua bontà e del tuo amore per la bellezza. Publio Elio Adriano è stato benevolo, accogliente, magari una accoglienza un pochino fredda, con il sospetto che ubbidisse più alle regole del buon vivere che al piacere di parlare con un cronista. Certo, un cronista cui è stato concesso di andare su e giù nel tempo, però pur sempre un incompetente, almeno così mi è sembrato di cogliere nel suo sguardo che non riusciva a nascondere una punta di ironia.

Busto dell’imperatore Adriano (Musei Capitolini, Roma)

Anche tu. Da uno cui è stata concessa la grazia di porre domande alle anime che hanno oltrepassato il Lete mi aspettavo qualcosa di più. Sai, questa domanda avrebbero voluto pormela in tanti, da Dione Cassio a quello che voi avete creduto si chiamasse Sparziano, dai cristiani fino a quella scrittrice del tuo tempo, quella Margherita che ha dipinto anche me come un uomo del vostro tempo. Ma da uno che ha ottenuto questa straordinaria grazia mi attendevo maggior ingegno.

Toccato. Va bene, Elio, allora facciamo una bella cosa: fatti tu una domanda, che io trascriverò fedelmente, e rispondi con libertà.

Sei sicuro di volere questo? La domanda potrebbe non piacerti, mortale.

E perché mai, imperatore?

Perché tira in ballo la vostra presunzione di giudicare il passato con gli occhi del presente, e mai errore è stato più grave. Ma visto che lo desideri, ecco la domanda che mi farei: “fino a quando potrai sopportare, vario, molteplice, multiforme cesare la presunzione dei mortali che pensano di poter appiccicare etichette valide una volta per tutte, mentre la vita vera non sopporta catalogazioni o giudizi validi per sempre?”.

Ti riferisci ai sospetti per il tuo legame con Antinoo, misteriosamente annegato nel Nilo durante un vostro viaggio?

Anche, viaggiatore. Non fu un legame dettato dalla bruta voluttà, anzi, al contrario: è stato il contatto urticante e insieme irrinunciabile con la bellezza, che avvicina all’Olimpo e rende per un attimo simili agli dei imperturbabili.

E Roma?

Sono stato rimproverato di esserci stato poco. Ma avevo avuto da Traiano l’incarico di reggere un impero immenso, che io però scelsi di non espandere, ma di conservare dentro confini precisi. Roma fu sempre nel mio cuore, e credo di averlo dimostrato, anche a livello amministrativo: ho praticamente inventato la carriera impiegatizia attraverso la riorganizzazione dei funzionari dello stato. E i tuoi amici storici hanno dimenticato che ho salvato dalla miseria migliaia di poveretti vessati dalle rapine fiscali: ho condonato ben novecento milioni di sesterzi di tasse arretrate, e per evitare che i miei successori ci riprovassero, feci bruciare i registri che ricordavano quegli iniqui debiti. Se amare Roma ha significato amare il suo popolo, allora nessun imperatore l’ha amata più di me. E ho praticamente ricostruito lo splendore della Roma imperiale progettando di persona il tempio di Roma e Venere.

A proposito di dèi, Publio Elio, molti ti hanno sospettato di una certa indifferenza verso la religione romana….

E se fossi stato indifferente avrei fatto costruire il Pantheon, la casa di tutti gli dèi, o mortale? Avrei realizzato un vero e proprio Olimpo di pietra, anzi, di quello che voi avreste chiamato cemento, se fossi stato ateo? Io stesso amavo amministrarvi la giustizia, per evidenziare la mia convinzione che le leggi divine e quelle umane dovevano armonizzarsi e diventare una sola cosa.

Passiamo alla tua Villa a Tivoli. Molti, io compreso, si sono chiesti che cosa tu abbia voluto davvero rappresentare con questa immensa opera.

Il mondo. Quello di allora. Ma non in modo mimetico, come avete pensato, sbagliando, voi del secondo millennio. Semmai in modo ideale. Quello che avete chiamato Pecile, non è la Stoà dai molti colori di Atene, perché è quasi otto volte più grande, solo per fare un esempio. Quella che voi chiamate villa è una città ideale, in cui si armonizzano le meraviglie d’Egitto e dell’Ellade diventando però altro, una trasfigurazione ideale che ne ha fatto sogni realizzati.

Non so se te ne stai accorgendo, princeps, ma stai esagerando.

Forse hai ragione, uomo. Però pensaci un attimo. Guarda la mia amata Roma oggi: traffico, inquinamento, quartieri in cui non vi è traccia di verde. Pensa come sarebbe stata se il mio progetto di città ideale fosse stato adottato. Natura, acqua, uomo, il bello e l’utile insieme. Avete fatto finta che la Villa fosse il delirio di un imperatore malato. Ma era quella la strada per la mia Roma.

La comunione con la grande madre terra. Non è così?

Per una volta hai detto il vero. Senza la grande madre non ci sarà neanche il figlio uomo, ricordalo.