L’immortalità? Essere amato dal popolo

Il nostro inviato nel tempo incontra Gaio Giulio Cesare: “Roma è diventata grande metropoli a cominciare da me. Inutile dirti che il mio desiderio è di essere ricordato, io discendente dai nobili antichi e di stirpe divina, dalla povera gente, quella in balia dei potenti e degli aristocratici, che io ho contribuito a liberare da quella servitù”

di Marco Testi

Certo che è strano, ma d’altronde qui negli Elisi nulla è come immagini sulla terra. Uno si aspetta pose statuarie, petto in fuori, testa alta e invece eccolo, il colpevole di ore e ore di traduzioni soprattutto dal suo De bello gallico: Gaio Giulio Cesare. Seduto su un sasso, testa tra le mani, si scuote al mio saluto, ma lo sguardo, due occhi ravvicinati, acuti e profondi rivela pensieri lontani chissà dove.

Certo che non è facile intervistarti, console, o dovrei dire perfidamente dittatore. Cosa chiederti, visto che hai abbracciato ogni aspetto umano, dalla scrittura alla guerra?

Busto di Cesare esposto ai Musei Vaticani

Il fatto è che non ci siete abituati, voi moderni, ad essere completi, ad essere davvero uomini. Perdonami, ma è dura, a volte, la verità.

Sarebbe vero, comandante, se non fosse che lo scibile della tua epoca era molto più ridotto e c’era più tempo per l’azione.

La solita rispostina degli intellettualoidi tuoi pari. Da qui seguo tutto, e so che avete fatto la stessa obiezione ad un’altra gloria italica, e genio onnisciente, Leonardo. Il fatto è che voi moderni avete perso il senso della realtà, quella “mens sana in corpore sano” che i padri greci ci avevano insegnato.

Se mi permetti, ai miei tempi ci sono palestre, corse nei campi, nuoto dopo l’attività intellettuale o lavorativa….

Non riesci a capire che non è la stessa cosa? Combattere per la propria patria, per la gloria di Roma, e nel contempo rimanere come ingegno nella storia della cultura, questa è virilità. Un poeta del tuo tempo, che non a caso è scappato dal vostro sazio occidente, scrisse che in Grecia (e a Roma, aggiungo io) i versi ritmavano l’azione. È vero. Noi leggevamo Virgilio dopo aver combattuto per la madre Roma. Questa è la differenza tra noi e voi.

E però, perdonami, alcune delle tue guerre non furono difensive, come in Gallia, ma di conquista.

Alcune popolazioni avevano sconfinato. Dovevamo fermarle prima che quello sconfinamento fosse imitato da altri. Dovresti saperlo che se vuoi la pace e la salvezza della patria devi anticipare le mosse dei nemici. Attaccare per difendere. Che cosa hai studiato a fare il “si vis pacem para bellum”, se vuoi la pace preparati alla guerra, dei tuoi anni liceali?

Lionel Noel Royer, Vercingetorige getta le armi ai piedi di Cesare (1899)

Meglio cambiare discorso, Gaio Giulio. Per cosa vorresti essere ricordato e da chi?

Per l’edilizia in favore del mio popolo, per i giochi, per l’invenzione delle naumachie, per l’ingrandimento della cinta urbana originaria, il pomerium, che non era più in grado di contenere la gente che tornava dalle guerre, i nuovi cittadini, gli alleati, i poveri senza sostentamento. Roma è diventata grande metropoli a cominciare da me. Inutile dirti che il mio desiderio è di essere ricordato, io discendente dai nobili antichi e di stirpe divina, dalla povera gente, quella in balia dei potenti e degli aristocratici, che io ho contribuito a liberare da quella servitù.

Lo sai cosa penseranno di te i miei contemporanei dopo questa intervista?

Stai per dire una ovvietà, creatura schiacciata dalle ideologie quale sei: i signorini del tuo tempo mi eleggeranno come precursore del socialismo.

Non è così?

Il socialismo è una parola, una ideologia, teoria che quando è divenuta prassi si è trasformata in tirannia onnivora e sanguinosa. Avete perso il senso della parola dittatura, che non vuol dire violenza, ma governo di chi sa governare. E, se il caos minacciasse l’ordine e la vita del popolo, anche con la forza. È il diritto del pater patriae, di colui che sacrifica al rischio della nemesi, la vendetta dei nemici aristocratici e ricconi, la propria vita e forse la memoria.

Torniamo a Roma, generale. A vederla oggi, dalla prospettiva privilegiata degli Elisi, come la giudichi?

È rimasta una città anceps, ambigua, come il dio Giano cui è consacrata. Avete conservato alcune tracce del glorioso passato, e questo è un bene. Ma l’avete trasformata in una metropoli piena di miasmi, di nebbie non naturali. Il Colosseo, il teatro di Marcello, l’antico scenario delle naumachie, che voi chiamate Navona, il sacro Palatino, il sepolcro del padre Romolo sono isole felici minacciate da una realtà che dovete cambiare, ordinare, migliorare. Ma rimane, a passeggiarci di sera o all’alba, prima che inizi il traffico, una sensazione divina di comunione con i luoghi originari, dai quali è iniziato quello che chiamate oggi l’occidente. Ma è una sensazione talmente abissale che è difficile dirla. Non so se mi capisci, mortale.

Non solo io, Gaio, ma anche molta altra gente, e non unicamente gli originari discendenti dai padri fondatori, ma pure gli stranieri.

E non è questa l’eternità?

Anche questa, Cesare. Aveva ragione un poeta che amava la tua romanità, un certo Ugo di stirpe greca e veneziana insieme: la memoria è una vittoria contro le tenebre.