L’eredità dei sogni

Intervista a Flavio Insinna, celebre conduttore de L’eredità. Il grande successo televisivo non ha cambiato la sua scala di valori: “I soldi – ci ha detto – servono a tramutare i sogni in realtà, dentro i cassetti ammuffiscono. Io mi reputo un sognatore pratico e soprattutto uno che non fa sogni individuali ma collettivi”. Negli anni, ha aggiunto, “ho imparato che dire no è molto difficile ma dirlo, se serve, ti rende più felice”

di Annalisa Bucchieri

Ha iniziato la sua carriera a teatro smezzando i panini con l’amico di sempre, Gabriele Cirulli. La paga era di sole 140mila lire lorde a sera che servivano a pagare l’hotel e colazione, pranzo e cena (“il brunch l’abbiamo inventato noi”, cit.). Poi però arriva il successo e il benessere, nel 2006 infatti esordisce come conduttore del programma Affari tuoi divenendo in poco tempo uno dei volti più apprezzati e seguiti della televisione italiana. Flavio Insinna, poliedrico showman romano, è dal 2018 al timone (con un ascolto auditel mai scemato) del quiz game di Rai 1 L’eredità con il quale ogni sera entra nelle case di milioni di italiani portandovi oltre alla sua naturale e familiare simpatia anche il sogno di una piccola ricchezza da conquistare semplicemente giocando. Soldi e gioco sono due elementi che si mescolano spesso nella vita professionale e privata di Insinna, con sfumature inaspettate, come lui stesso ci racconta.

Ormai è un po’ che hai a che fare con i game show, secondo te cosa spinge i concorrenti a partecipare? La voglia di visibilità, l’orgoglio di mostrare la propria preparazione, il bisogno di denaro?

Varia da persona a persona e anche dai momenti più o meno floridi che il Paese attraversa di volta in volta. Per mia curiosità ho sempre parlato con i concorrenti prima di giocare proprio per capire la molla che li porta in tv ma anche perché un teatro può far emozionare parecchio chi fa un altro mestiere. Ora che, a causa delle restrizioni da rispettare per il contenimento del contagio da Covid-19, registriamo senza pubblico, arrivo ancora prima. E dopo aver iniziato a dialogare con i nuovi arrivati loro piano piano si tranquillizzano, si sciolgono così quando giochiamo le partite vengono più belle. Chiacchierando scopro le loro storie. La maggior parte viene motivata dalla voglia di vivere un’esperienza diversa e divertente, quella di “mettersi in gioco” in televisione, ma adesso che la crisi morde feroce vengono con la speranza di risolvere i problemi economici. Ad esempio il campione Massimo Cannoletta – che è rimasto con noi per 51 puntate e si è ritirato da imbattuto con un bottino di oltre 250mila euro – aveva giocato solo un minuto nel 2006 e si è iscritto di nuovo nel 2020 quando è rimasto senza lavoro. Dopo la sua partecipazione a L’Eredità ha cominciato a lavorare, collabora con delle riviste e spesso è ospite nelle trasmissioni della Rai. Io ho solo il piccolissimo merito di avergli chiesto ogni sera di raccontarci un posto, per farci viaggiare con la fantasia visto che non si poteva farlo fisicamente. Lui, uomo colto, intelligente e simpatico, ci ha fatto appassionare, apprezzare e incuriosire di tutto quello che ci ha raccontato.

E tu che rapporto hai con il gioco, con il saper vincere ma anche perdere?

Buono, se consideriamo che avrei voluto giocare a pallone da professionista. Da ragazzo sognavo di diventare un grande calciatore, aspiravo ad indossare la divisa di portiere della nazionale e diventare l’erede di Dino Zoff… Poi, presa coscienza che non possedevo la presa d’acciaio di Zoff, per diverso tempo sono passato a tentare con tenacia la carriera da ufficiale dell’Arma dei Carabinieri sulle orme di mio padre. Non sono riuscito a vincere il concorso ma la vita è misteriosa e piena di sorprese e grazie al mio mestiere di attore ho potuto comunque, per molti anni, indossare l’uniforme da carabiniere in Don Matteo. Infine il gioco è ritornato come cruciale nella mia carriera da attore grazie a uno dei miei maestri, il grande Gigi Proietti, scomparso lo scorso novembre. Proietti ci ha insegnato a giocare ma in maniera rigorosa, studiando. Il metodo ludico lo puoi applicare a tutti i mestieri, ti devi divertire, devi divertire, non ti devi prendere mai troppo sul serio. Tutto questo sempre continuando a studiare e approfondire. È un concetto che ho unito agli insegnamenti di mio padre che mi diceva in continuazione: «Flavio, la testa non la dimenticare, una pagina al giorno la devi leggere anche quando non ti va, devi essere sempre curioso». 

Con i soldi, invece?

I soldi servono a tramutare i sogni in realtà, dentro i cassetti ammuffiscono. Io mi reputo un sognatore pratico e soprattutto uno che non fa sogni individuali ma “collettivi”. È facile dire: “Sogno la pace nel mondo”, ma poi bisogna rimboccarsi le maniche e provarci, tutto il mondo sicuramente non lo salviamo, ma dei “pezzetti” possiamo lasciarli più belli di come li abbiamo trovati. Un sorriso in più, una persona in più che lavora, una in più strappata all’illegalità e alla povertà. Per me il senso della vita è questo e di conseguenza i soldi servono ad aiutare.

Infatti hai fama di essere un generoso… È vero che nel 2015 hai donato a Medici senza frontiere la tua barca Roxana perché fosse usata nel mar Egeo nel soccorso ai profughi siriani?

Sì, poi nel 2017, quando quella rotta è diventata impraticabile, l’associazione mi ha restituito la barca e allora io l’ho venduta, devolvendo il ricavato alla comunità Sant’Egidio. Mio papà, siciliano doc, da quando siamo bambini ha impresso in me e mia sorella i concetti fondamentali di casa Insinna: pagare le tasse, perseguire la legalità, aiutare chi sta peggio di noi. Prima della pandemia giravo l’Italia con uno spettacolo teatrale ispirato al mio libro La macchina della felicità. Siccome io di fortuna e di felicità ce ne ho tanta, per me è proprio un obbligo morale condividerla. Del resto, è l’unica cosa al mondo che se la doni si raddoppia, poi si quadruplica e così via…

©Claudio Bernardi/Lapresse
Roma, 04 settembre 2013 – Teatro delle Vittorie
Presentazione della nuova serie della trasmissione preserale della Rai, “Affari Tuoi”, condotta ancora da Flavio Insinna.

Sei un gran lavoratore eppure trovi il tempo di essere attivo nel volontariato e nel sociale: attualmente in cosa e con chi sei impegnato?

Collaboro con Emergency, insegno recitazione nelle carceri, mi presto a fare da testimonial ai progetti che danno speranza e possibilità di riscatto e rinascita alle persone in difficoltà. Da qualche anno promuovo e sostengo l’iniziativa Facciamo un Pacco alla camorra, un pacco alimentare messo in vendita dalla NCO, la Nuova cooperativa organizzata, e composto dai prodotti coltivati sulle terre sequestrate alla camorra. Quando ho sentito parlare Simmaco Perillo, presidente di “Al di là dei sogni”, una delle aziende della Nco, delle sue bellissime idee per aiutare chi ha diritto di avere una seconda possibilità, me ne sono innamorato. Sposo con grande passione i progetti che portano felicità comune, non mi interessa la ricchezza individuale. Non si può essere contenti e godersi i propri beni mentre intorno gli altri soffrono. 

Quale investimento ti ha dato i frutti migliori?

Sicuramente quello che hanno fatto i miei genitori per darmi una cultura artistica. Non facevano altro che portarmi a destra e a manca al cinema, al teatro, all’opera. C’è il rischio che vedendo cose belle poi te ne innamori non solo come spettatore ma ne vuoi fare parte. E così poi ho deciso di iscrivermi alla scuola di recitazione. Per quel che mi riguarda influì molto il potere terapeutico di questo mestiere che cura i graffi nell’anima. L’indimenticabile maestro Gigi Proietti mi insegnò a spegnere tutto appena arrivato in camerino. A usare quel tempo per leggere un libro, una poesia, per ripassare il copione… così si entra in una bolla, spariscono il traffico, le telefonate sgradevoli, i problemi. È una sensazione straordinaria. 

Attore, conduttore televisivo e radiofonico, scrittore, doppiatore di Baymax in Big Hero 6… In quale ruolo ti senti più a tuo agio? 

Tendenzialmente faccio solo quello che mi incuriosisce e mi piace. Negli anni ho imparato che dire no è molto difficile ma dirlo se serve ti rende più felice. Quando qualche volta per amicizia ho detto sì a progetti in cui non credevo completamente non sono riuscito a fare bene. Credo che quando dico no a una proposta che non mi convince, motivando il mio rifiuto, sul momento chi me lo ha offerto ci rimarrà male ma poi con il tempo apprezzerà la mia onestà e ci sarà modo di lavorare insieme in altre occasioni. Se invece dico sì senza piena convinzione, il lavoro viene male e il “muso” dura tutta la vita.

A parte i due mesi di lockdown con L’Eredità hai sempre fatto compagnia agli italiani. Come hai vissuto questo periodo di pandemia?

Come la maggior parte delle persone in questi mesi sono uscito da casa solo per lavorare e per le cose strettamente necessarie. In studio sono continuati ad arrivare i disegni dei bambini, tante mail e lettere, soprattutto da persone costrette a rimanere in casa, dalle carceri, dalle residenze per anziani che ci ringraziavano per quell’ora di spensieratezza, per quel sorriso tra un miliardo di problemi. Un pizzico di leggerezza che non risolve i problemi ma li allevia un pochino. Il mio mestiere ha trovato così un significato ancora più bello, che non bisogna dare per scontato. Come diceva Gino Bartali “è una medaglia che non ti metti sulla giacca ma sul cuore”.