Le inquietudini del Novecento

Francis Bacon e Lucian Freud insieme per la prima volta nella mostra allestita al Chiostro del Bramante a Roma. Misero in discussione il rifiuto della pittura figurativa espresso dalle avanguardie, pur cercando sempre di scavare nello specchio deformante della coscienza

di Licia Sdrucia

L’intensa mostra allestita al Chiostro del Bramante sull’opera di Francis Bacon e Lucian Freud si articola come un percorso attraverso i linguaggi figurativi di questi due pittori, affiancati da quelli di altri che come loro si sono trovati a vivere a Londra dal finire degli anni trenta in poi. Nel titolo della mostra è citata per questo anche “La Scuola di Londra”, al fine di evidenziare subito la loro appartenenza ad un ambiente culturale come quello che si era andato creando nella capitale inglese a partire dagli anni ‘50 e ‘60. Provenienti da luoghi diversi, Francis Bacon, Lucian Freud e gli altri espositori (Stanley Spencer, Frank Auerbhach, Paula Bride e Leon Kossoff ), a causa di diverse storie di emarginazione personale, furono costretti a rifugiarsi proprio a Londra, ultimo baluardo libero in un’Europa ostaggio dei totalitarismi, ma anche cosmopolita patria di diverse etnie, già allora abituate ad una eterogenea convivenza.

Leon Kossoff, Christ Church

Inoltre, pur non conoscendosi personalmente, avevano ognuno notizie e stima per l’opera degli altri e tutti, sia pure in modo diverso, condividevano l’uso di un linguaggio assolutamente figurativo.

In quel momento, invece, l’esito della ricerca avanguardistica era in effetti giunto a formulazioni prevalentemente non figurative, le quali avevano avuto le loro premesse nelle sperimentazioni portate avanti durante i primi tre decenni del secolo a Parigi, che fino alla catastrofe della seconda guerra mondiale era stata la capitale dell’arte contemporanea. Ma anche all’interno di questo nuovo ambiente artistico londinese le principali correnti pittoriche emerse ruotavano intorno alle formulazioni dell’Astrattismo Geometrico e dell’Informale, scaturite entrambe dal comune rifiuto di una figurazione tradizionale. Gli artisti la cui opera è esposta in questa mostra, che la critica successiva ha accomunato appunto come gli autori della Scuola di Londra, hanno invece da subito rimesso in discussione quel rifiuto, non solo tornando al linguaggio della pittura figurativa, in alcuni casi anche puntuale e veristica fino all’inverosimile, ma facendo della “figura” il perno di un discorso di autoidentificazione rispetto al reale e di penetrazione dei suoi livelli di esperienza più profondi.

Lucian Freud, Ragazza con un gatto

Autoritratti, ritratti di amici e parenti, personaggi inquietanti o enigmatici, ma anche misteriosi paesaggi, animali o piante, divengono perciò “figure” in tutti i dipinti esposti, e circondano lo spettatore come apparizioni sempre surreali, sia quando sono immediatamente riconoscibili, sia quando regrediscono in confusi agglomerati formali.

Francis Bacon, Studio per un autoritratto

La loro presenza in ogni quadro è definita in soluzioni molto diverse che passano dai modi di un ossessivo iperrealismo, come nel caso di Lucian Freud, Paula Rego o Micael Andrews, a quelli capaci di macerare le forme reali in un magma materico che ricorda i brandelli di corpi smembrati come in Francis Bacon. Altre volte la figurazione si trasforma in spettrale icona nei volti feriti di Franck Auerbach, o in quelli oscuri e senza sguardo di Leon Kossoff. In tutti i casi però, questa nuova figurazione appare immediatamente distante da ogni ricerca di tipo accademico, malgrado l’evidente perizia tecnica, perché le immagini che ci propone questa pittura non descrivono le cose o le persone del mondo, ma i rapporti, sempre ambivalenti e sofferti, che con quel mondo gli artisti hanno avuto all’alba della nuova e disperante epoca che nasceva dalla tragedia della guerra.

Cosicché il loro “ritorno alla figurazione” esprime a ben vedere non un ritorno a modi artistici più chiari e sereni rispetto allo stravolgimento stilistico delle avanguardie del primo novecento, ma l’impossibilità di ridurre la pittura a “discorso stilistico”, data l’immediata urgenza espressiva di un male di vivere ormai accettato come ineluttabile conseguenza dei tragici momenti storici vissuti.

Frank Auerbach, Testa

Così l’angoscia che emana dai due ritratti della moglie di Freud, raffigurata con un verismo calligrafico e precisissimo, certo ci descrive la natura tormentata del rapporto affettivo vissuto dall’ artista con la sua compagna, mentre i mostruosi autoritratti di Bacon esprimono una sua drammatica percezione di se stesso che si impone come presenza fortissima oltre ogni dissolvenza confusa della fisionomia. E se si riflette su come Freud elabori sempre i suoi soggetti immobili e metafisici dal vero, a differenza di Bacon che si serve di fotografie per operare le sue disgregazioni formali, risulta evidente come per entrambi l’approccio al reale sia solo un punto di partenza.

Un modo di elaborarne l’immagine sempre lontano da esigenze di semplice “riproduzione”, perché motivato dalla necessità di rifletterne le presenze nello specchio deformante di una coscienza ferita. La stessa coscienza scandagliata nelle sue lacerazioni da Sigmund Freud, nonno di Lucian, che con la psicoanalisi aveva portato alla luce molte delle paure e degli inconfessabili desideri che questa mostra visualizza come il lato oscuro della civiltà contemporanea.