Le Cave di Grotta Oscura

Qui i Romani ricavavano il tufo per le loro costruzioni. Un luogo così colossale ed esotico che si fatica a credere sia localizzato in un ambiente semi urbano e a pochi chilometri dalla città

di Luigi Plos

Il primo articolo sui luoghi segreti a due passi da Roma, pubblicato sulla nostra rivista circa due anni fa, narrava delle gallerie di Pietra Pertusa (lungo la via Flaminia, appena fuori della città) che facevano parte del perfetto sistema viario che rese Roma eterna, e che ancora oggi trova spazio nell’immaginario collettivo (tutte le strade portano a Roma…).

Per queste gallerie transitava una super strada dell’epoca che partiva da Veio, sottopassava la Flaminia proprio a Pietra Pertusa, lambiva una serie di cave, dove sui carri venivano caricati i blocchetti di tufo poroso e giallastro della zona, e terminava il suo corso sulla sponda del poco distante Tevere (a quel tempo navigabile fino alla foce), dove il materiale da costruzione giungeva a Roma, per renderla eterna.

Una filiera dei trasporti (e dell’edilizia) perfetta e grandiosa. Grandiosa come tutto quello che hanno fatto i romani, nel bene e nel male.

E come grandiosi sono i resti delle cave lungo il Tevere e l’Aniene (vi ricordate delle Cave di Salone, di cui abbiamo scritto in un altro numero del magazine?). Bene! Oggi vi racconto l’esplorazione di una di queste cave, detta di Grotta Oscura, nel comune di Roma, Municipio XV. Ce ne sono altre, altrettanto magnifiche e non distanti, come quelle di Riano, dove andremo prossimamente.

A meno di duemila metri dal cimitero di Prima Porta individuammo, dopo un’accurata ricerca, l’immenso ingresso delle cave, celato nella vegetazione, degno accesso a una dimora di titani.

All’inizio l’intrico di gallerie che si incrociavano le rendeva simili alle più famose cave di Tor Fiscale, finché sbucammo all’improvviso in una sala gigantesca, che ci lasciò senza fiato: l’ambiente prendeva luce da un enorme ingresso e da una voragine apertasi in seguito a una frana. Era al contempo una cava e un antro smisurato.

Non si capiva dove fosse terminata l’attività estrattiva e dove fosse iniziata l’opera della natura.

Gli ambienti delle cave, specialmente di quelle antiche, sono sempre suggestivi, così come sempre sono suggestive le grotte. Ma un luogo come questo, che unisse l’incanto delle cave abbandonate a quello del mondo ipogeo, ancora mi mancava.

Mi aspettavo, da un momento all’altro, di veder sbucare i nani del Signore degli Anelli da una galleria, oppure di veder apparire Ulisse e i suoi uomini mentre accecano Polifemo con il palo arroventato; la scena del celebre sceneggiato del 1968, che tanto immaginifico apparve a chi lo vide allora.

Anche questo, come tanti altri luoghi segreti vicino Roma, è così colossale ed esotico, che il cervello fatica a contestualizzarlo in un ambiente semi urbano e a pochi chilometri dalla città, e che ci rende ancora una volta ancora consci dell’unicità del paesaggio italiano, e di quello intorno a Roma in particolare.

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