L’arco di Costantino

Tra gli archi trionfali superstiti il più imponente è senz’altro quello di Costantino. Vi si legge facilmente il passaggio da una cultura figurativa tipicamente greco-romana, caratterizzata dal rigoroso rispetto della tridimensionalità, al tardo-antico, dove già si intuisce la perdita della nozione di spazio

di Sabrina Valenti

Tra gli elementi tipici dell’architettura romana si può annoverare l’arco trionfale, una struttura monumentale, isolata ed indipendente, solitamente composta da un arco centrale coperto a volta, chiamato fornice, delimitato da pilastri che sorreggono l’attico, dove è posta l’iscrizione dedicatoria. Vi era sempre un’iscrizione dedicatoria, perché gli archi trionfali erano innalzati appositamente per celebrare una persona in particolare, un condottiero, che era trionfalmente tornato dalla guerra. Al ritorno in patria, in un giorno stabilito, si celebrava un’imponente cerimonia, la cerimonia del trionfo, una sorta di parata, che aveva un carattere militare ma anche sacro: passare sotto l’arco, sia per il condottiero che per i legionari, aveva un significato ben preciso e cioè il ritorno ad una condizione di normalità dopo la guerra, un passaggio di purificazione e un ritorno all’innocenza e alla pietas dopo le uccisioni e le stragi compiute.

Tra i tre archi trionfali superstiti a Roma possiamo definire il più imponente, ma anche il più importante, non solo dal punto di vista storico ma perfino culturale e artistico, l’arco di Costantino.

L’arco sorgeva proprio sul percorso della via dei Trionfi, via che, partendo dal Circo Massimo, saliva la Velia fino al Foro Romano e si concludeva in cima al Campidoglio, nel tempio di Giove Capitolino.

È un arco a tre fornici e l’iscrizione, incisa su ambedue i lati lunghi dell’attico, ci informa che il Senato lo dedicò a Costantino per aver sconfitto il fratello Massenzio, nel 312, nella famosa battaglia avvenuta presso Ponte Milvio. La costruzione dell’arco fu terminata tre anni dopo, nel 315, quando Costantino rientrò appositamente a Roma, per celebrare contemporaneamente la sua vittoria in battaglia ed il decimo anniversario del suo governo. 

La lunga iscrizione presente sulle facce dell’attico, ci fornisce numerose informazioni, sia riguardo il contesto storico appena ricordato, sia sulla figura dell’imperatore che, come cita l’iscrizione, vinse sul suo nemico, sia grazie all’eccellenza della sua mente (mentis magnitudo), ma anche grazie all’ispirazione della divinità (instinctu divinitatis), espressione nella quale si è voluto trovare la conferma della leggendaria apparizione della croce all’imperatore proprio prima della battaglia di Ponte Milvio.

La datazione dell’arco, 315 d.C., è ricavata dall’iscrizione presente sul fronte nord e sud del monumento, ma un’attenta analisi della composizione architettonica ha permesso di riconoscere che in realtà l’arco potrebbe essere preesistente e databile all’età dell’imperatore Adriano, alla metà del II secolo. La datazione specifica è ancora oggetto di studio da parte degli archeologi, ma è fuor di dubbio che l’arco di Costantino è una raccolta di sculture e parti architettoniche provenienti da monumenti diversi. Questo perché, a partire dal III secolo, Roma ed il suo impero cominciano l’inarrestabile decadenza sotto tutti i punti di vista, anche quelli costruttivi e artistici, non essendoci più una committenza imperiale che sovvenziona adeguatamente le fabbriche e gli atelier artistici. In pratica al tempo di Costantino era ormai impossibile trovare maestranze sufficienti per decorare un grande monumento pubblico ed iniziò così il sistematico riutilizzo di materiale di spoglio, che sarà poi tipico di tutta l’età medievale. 

Per decorare l’arco furono utilizzati bassorilievi provenienti da monumenti dedicati a diversi imperatori; i tondi, del diametro di due metri, al di sopra dei fornici minori, sono dell’imperatore Adriano, i quattro pannelli ai lati dell’attico appartenevano ad un monumento dedicato a Marco Aurelio; i plinti al di sopra delle colonne, sono occupati da statue di Daci, provenienti dal foro di Traiano. Nei bassorilievi di Adriano e Marco Aurelio, le teste degli imperatori furono riscolpite e trasformate in ritratti di Costantino. 

Appartengono invece al periodo di Costantino, i sei stretti e lunghi rilievi, collocati direttamente sopra i fornici minori e sui lati corti alla stessa altezza. Questi rilievi narrano, senza soluzione di continuità, a partire dal lato corto verso il Palatino, la storia della campagna contro Massenzio. 

Grazie all’unione di queste opere d’arte, sculture e rilievi, provenienti da epoche diverse, possiamo considerare l’arco di Costantino come un compendio della scultura romana ufficiale,  e se ci si ferma ad osservare attentamente i rilievi, si legge facilmente anche il passaggio da una cultura tipicamente greco-romana, nei tondi adrianei e nei pannelli di Marco Aurelio, caratterizzati dalla riproduzione della realtà in una perfetta tridimensionalità, nel rispetto quasi assoluto delle proporzioni, dello spazio e della prospettiva, ad una cultura ormai appartenente al tardo-antico, rappresentata dai  rilievi costantiniani, dove già si intuisce la perdita della nozione di spazio, con la riduzione dei corpi schiacciati su due piani paralleli, in uno schema bidimensionale e ripetitivo legato ormai alla ricerca di un valore esclusivamente simbolico e legato alla comunicazione.

L’arco di Costantino è citato frequentemente nelle fonti medioevali, tra cui l’itinerario di Ensiedeln, utilizzato dai pellegrini a partire dall’VIII secolo per raggiungere i maggiori centri religiosi. Il monumento fu poi utilizzato come fortificazione dai monaci di San Gregorio nel X secolo, dalla famiglia dei Frangipane nel XII secolo e fu nuovamente isolato e riportato al suo aspetto attuale solo alla metà del 1800.