L’amore umano? Nostalgia del cielo

Il cronista nel tempo incontra Raffaello, che gli parla della sua fortuna non solo nell’arte

di Marco Testi

Certo, maestro, i cinquecento anni dalla tua dipartita non sono passati sotto silenzio, per usare un eufemismo: una mostra con più di duecento opere, litigi politici perché alcuni non hanno digerito prestiti da altri musei. Una bella risonanza mediatica, come diremmo noi.

Credi che io ne avessi bisogno, mortale?

Davvero no, divino Raffaello di Giovanni de’ Santi, ma noi oggi ragioniamo in questi termini, nel bene o nel male.

Non crucciartene, cronista: pensi che ai mei tempi non sia stato lo stesso? Sai le file davanti ai portoni che contavano siamo stati costretti a fare, io, Lorenzo, Lotto, dico, il mio stesso maestro dei primi anni, quel di Città della Pieve che poi chiamarono Perugino e tanti altri, di cui non è rimasto nulla e che pure hanno dedicato tutta la loro vita all’arte del ben disegnare? Lo so, per molti era questione di vita o di morte, di mangiare, intendo, per sfamare mogli amanti figli più o meno riconosciuti, padri indigenti, ma per chi aveva qualche fortuna -come me, ringraziando il Cielo- era altro, e in questo altro, tu lo hai capito, c’era anche l’ansia di essere riconosciuti per strada, di essere contesi dai committenti, di essere amato dalle donne e, ci mancherebbe, di rimanere. Per sempre intendo, finché il sole nascerà sulle umane venture.

A proposito di essere amato…

E no, uomo, no. Sono stanco.

Di cosa, o divino maestro?

Lo sai, lo sai.

E va bene, gettiamo le maschere. Ma insomma, amavi tanto le donne da morirne.

Ho detto no. Basta con questa storia, capisco che dovete mangiare anche voi pennivendoli, ma sono cinquecento anni che non fate altro che pormi, anzi, porvi questa domanda. E poi sei sicuro, o moderno, che siano stati davvero gli amori a tirarmi fuori dal tuo mondo a trentasette anni?

Ecco, maestro, non vorrei osare, ma la domanda era proprio questa. Insomma, ti hanno fatto fuori con il veleno i tuoi nemici, gelosi della tua onnipotenza alla corte papale, o gli amori donneschi?

Ti piacerebbe, vero? Già vedo i titoli: “il divino confida finalmente la verità ad un cortigiano del Duemila”. Quanti palazzi ti costruiresti con i fiorini, uomo, che ti pioverebbero nelle tasche grazie alla mia rivelazione? Che non ci sarà. È stato quello che è stato. Ho amato le donne, è vero, è altrettanto vero che avevo dei nemici che però non odiavano me come persona, ma perché molti brigavano per metterci uno contro l’altro. Per divertirsi alle nostre spalle e perché qualcuno avrebbe avuto guadagno dalla vittoria dell’uno o dell’altro.

Ecco, non osavo, ma Michelangelo, tanto per fare un nome, non era propriamente un amico…

O sciocco rappresentante dei giorni futuri, nulla di mal detto intercorse tra me e Michelagnolo, e anzi, io espressi più volte la mia ammirazione per la sua possenza di figure. Ma mi dicono che anche ai tuoi tempi ci sono salotti dove qualcuno si diverte a far litigare gente che non avrebbe nulla da rimproverarsi. Dicono che più litigano e più li vedono e più guadagnano.

Magari il mondo dei salotti televisivi non è esattamente il meglio della vita di noi moderni, ma il paragone ci può stare. Anche se un dubbio si sta perfidamente insinuando nell’animo.

Quale, o uomo di domani?

Che non lo sai neanche tu.

Una parte della verità. Allora non lo seppi, ma dopo conobbi la verità, che ho giurato di non confidare a nessuno dei curiosi che sarebbero venuti a disturbarmi. C’è altro?

Ci sarebbe molto, maestro. Soprattutto cosa ne pensi delle lodi di allora e di oggi, del rinnovato successo per tuo nome grazie alla mostra del cinquecentesimo anniversario della tua dipartita.

Ti dirò che ne ero cosciente fino ad un certo punto. Quando inizi presto, troppo, a disegnare, non ti rendi conto di essere un genio. Solo che ti accorgi della distanza tra te e gli altri ragazzetti, che giocano alla palla di stracci in piazza a Urbino, magari giochi anche tu, ma ti rendi conto che loro pensano ad altro e tu invece sei ripiegato su te stesso, ti fissi su un sogno recente, un volto intravisto tra il popolo. E loro non guardavano volti, se mai più in basso, e mi prendevano in giro, dicevano che ero uno scemo, che non conoscevo la vita, perché non aspiravo alla carne.

Hai rimesso a paro dopo, amato come eri dalle belle fanciulle.

Non stanno così le cose, uomo. Amavo un’immagine, e per questo avevo fama di insaziabile. Non desideravo il possesso, ma l’unione con il modello originario.

Per questo hai dipinto tante Madonne.

Sei meno superficiale di quello che pensavo all’inizio. Per questo dipingevo tante Signore del Cielo, perché in loro cercavo il senso del vero amore. In ogni donna della terra cercavo di avvicinarmi all’inizio di tutte le cose. L’eleganza del tratto, l’accordo delle forme e dei volumi, la perfetta simmetria che molti, e giustamente, hanno notato nella mia opera urbinate, fiorentina, romana, non sono altro che il dono che il buon Dio mi ha dato: la capacità di tentare, senza riuscirci pienamente, perché uomo confinato nello spazio e nel tempo, il contatto con la bellezza indicibile, quella che muove da sola, diceva duecento anni prima di me il buon Fiorentino, il cielo e le stelle.

E però quel dono ti ha concesso di assaporarne per un attimo l’essenza, vero?

Sì, uomo. Un attimo che dura una vita e oltre, che da solo giustifica l’esistenza, e che voi chiamate arte.