La Villa di Livia

La villa, costruita tra il 30 ed il 25 a.C., ebbe vita plurisecolare ed apparteneva originariamente a Livia Drusilla, terza moglie dell’Imperatore Augusto. Al suo interno gli splendidi affreschi che riproducono un lussureggiante giardino alberato

La villa di Livia Drusilla, terza moglie dell’Imperatore Augusto, sorge in prossimità della biforcazione delle vie Flaminia e Tiberina. Seguendo le indicazioni catoniane, riguardo i criteri di scelta di un fundus, la villa si trova nei pressi di una grande città, vicino a due strade importanti, in un’area ricca di acqua e salubre, poiché posta in altura.

Della villa parlano Plinio, Svetonio e Cassio Dione e danno indicazioni precise sulla sua collocazione topografica e sulla sua denominazione “ad gallinas albas”, in ricordo del prodigio accorso a Livia Drusilla quando ricevette in grembo da un’aquila, che l’aveva lasciata cadere dall’alto, una gallina di notevole candore, che teneva nel becco un ramo di alloro carico delle sue bacche. Dopo aver consultato gli aruspici, la futura imperatrice, decise di dare accoglienza all’immacolata gallina e di piantare il ramo di alloro, da cui si sviluppò spontaneamente un boschetto.

Come per la maggior parte delle leggende che ci sono giunte dal mondo classico, è possibile identificare la fonte reale alla loro origine: così gli archeologi hanno riconosciuto nell’estesa terrazza della villa, con il giardino al centro, il boschetto legato alla leggenda.

Le fonti concordano nell’attribuire a Livia la proprietà del sito, anche se non viene specificato se l’imperatrice avesse ricevuto la villa dalla sua famiglia, la gens Livia, o dal primo marito, Tiberio Claudio Nerone. Comunque sia le due gentes appartenevano alla aristocrazia romana e il fundus era conforme alle scelte delle famiglie più abbienti del tardo periodo repubblicano, che prediligevano per le loro proprietà i dintorni dell’Urbe.

La villa, da sempre nota, sia per le precise indicazioni degli storici antichi, che per le imponenti sostruzioni visibili, è stata esposta, immediatamente subito dopo l’abbandono, a ripetute spoliazioni di materiali, dalla fine dell’impero in poi. Durante la seconda guerra mondiale, i suoi sotterranei furono utilizzati dalle truppe tedesche come rifugio e per questo la villa fu danneggiata anche da un bombardamento che la colpì nel 1944.

I primi scavi furono intrapresi negli anni 1863-64, ed ebbero grande risonanza, perché in quell’occasione furono rinvenuti la famosa statua di Augusto, detto di Prima Porta, ed ora conservato ai Musei Vaticani e la stanza semisotterranea, con le celebri pitture di vedute di giardini, esposte al Museo Nazionale Romano.

È però solo dal 1982 che, con la requisizione dell’area da parte della Soprintendenza archeologica di Roma, il sito verrà studiato e tutelato adeguatamente.

La villa venne costruita tra il 30 ed il 25 a.C., secondo le prescrizioni vitruviane, su un vasto terrazzamento (basis villae) e vi si accedeva tramite un diverticolo della via Flaminia lastricato con basoli di selce. La villa aveva sicuramente una funzione sia pubblica che privata e gli scavi finora condotti hanno rivelato chiaramente l’articolazione in tre distinti settori: uno comprendente i quartieri residenziali (pars urbana), disposti intorno al peristilio e ad altri spazi scoperti con giardini, vasche e giochi d’acqua e con un grande complesso termale; un altro consistente in un’area quadrangolare altrettanto estesa e corrispondente con il giardino in cui crebbe il boschetto di alloro citato nella leggenda; il terzo nucleo, adiacente al primo e al servizio di essa, caratterizzato da una grande cisterna e ambienti di servizio annessi.

Statua di Augusto di Via Labicana

La villa, molto estesa, deve ancora essere esplorata: gli scavi effettuati hanno infatti messo in luce la pars urbana della villa, mentre manca ancora da individuare la pars rustica, area di servizio dove vivevano contadini e schiavi, deputati al mantenimento della villa e del fundus.

A ridosso del peristilio, cuore delle domus romane, si estende un quartiere di rappresentanza, costituito da una serie di ambienti ampi collegati tra di loro. Al di sotto di questi ambienti si trova la bellissima e famosa sala semisotterrana affrescata con vedute di giardini rigogliosi.

La grande sala era coperta da una volta a botte che emergeva al livello superiore, quindi la luce naturale entrava in questo ambiente, illuminando dall’alto gli splendidi affreschi.

Gli affreschi sono tra i più antichi della villa, databili tra il 30 ed il 20 a.C. e riproducono un lussureggiante giardino alberato con fiori e uccelli che fa ricollegare l’ambiente semi-ipogeo ai ninfei o triclini estivi, tanto amati dai Romani.

Nell’affresco mancano strutture verticali, come colonne o pilastri, mentre sono presenti elementi orizzontali, come una particolareggiata staccionata di canne e rami di salice che, dipinta in primo piano, contribuisce a creare la profondità di campo, accentuata anche dagli altri elementi in primo piano, resi tutti con colori vivaci, contorni netti e profusione di particolari: questi ultimi si staccano dal fondo sfumato e indistinto che si confonde con l’azzurro del cielo.

Nel giardino dipinto sono presenti 23 specie vegetali e 69 specie avicole. Tutta la struttura è ben bilanciata, ricca di particolari e dettagli e visto che sono presenti contemporaneamente specie che fioriscono in diversi momenti dell’anno, l’affresco si presenta più che come un ritratto di giardino, come un catalogo illustrato di botanica: tra le specie di piante più rappresentate, c’è ovviamente l’alloro, legato alla leggenda dell’imperatrice.

In piena età imperiale, nel I e II secolo d.C., la villa perse la sua importanza, diventando solo una fra le tante possedute dalla Casa Imperiale. Venne però sempre utilizzata, ampliata e ristrutturata ed ebbe una lunga vita: gli archeologi, hanno individuato nove fasi cronologiche, che vanno dall’età repubblicana, fino al IV secolo d.C., epoca in cui fu definitivamente abbandonata, anche a seguito di un incendio che ne distrusse la gran parte.

Sabrina Valenti