La torre della Marcigliana

Si trova nel terzo municipio di Roma, e per raggiungerla è necessaria un’avventurosa escursione. Ma ne vale la pena: una volta arrivati la si vedrà apparire come uno scenografico spuntone rosso al centro di una natura splendida e intatta

di Luigi Plos

Lo so. L’ho già scritto. Ma ogni volta mi sorprendo nel trovare, a poca distanza da Roma (e stavolta i chilometri dal GRA sono solamente quattro), paesaggi che sembrano immutati da secoli.

Mi sorprende poi una vegetazione più rigogliosa appena fuori città, rispetto a luoghi da essa più distanti, fatto probabilmente dovuto alla maggior quantità di terreni privati, e inutilizzati, presenti intorno alla capitale.

Da qui nasce il periodico desiderio di frequentare questi ambienti così vicino casa, di comunicare direttamente con il passato, di vivere l’avventura.

In realtà, per trovare l’avventura, frequento anche la montagna. In montagna ho scoperto, e stressato, i miei limiti, ho imparato a reagire in modo veloce a condizioni di pericolo, a spingere anche in situazioni di fatica estrema per raggiungere la vetta, e imparato a ritirarmi velocemente sotto i fulmini, ascoltando l’istinto. Abbandonando talvolta l’escursione se non mi sentivo pronto, anche se le condizioni climatiche e della neve erano buone. Per questo, e altro, la montagna è parte della mia vita.

Non vi ho d’altro canto trovato la dimensione “ulissiaca”, visto che non è possibile scoprire alcunché sulle montagne nostrane, se non altro perché è necessario studiare l’itinerario prima dell’escursione.

Sarebbe possibile entrare nella dimensione avventurosa in quelle extraeuropee (ma, ahimè, non le ho mai frequentate). Quindi l’avventura, in montagna, è soprattutto nella mia testa.

Dove, invece, posso vivere l’avventura con A maiuscola? Ma vicino casa, esplorandone i dintorni.

Scrisse Marcel Proust: “L’unico vero viaggio verso la scoperta non consiste nella ricerca di nuovi paesaggi, ma nell’avere nuovi occhi”. E J. Muir aggiunse: “In ogni passeggiata nella natura l’uomo riceve molto di più di ciò che cerca”.

Ebbene, proprio vicino casa cominciai a vedere con nuovi occhi i paesaggi che pensavo di conoscere, e a ricevere molto più di quanto cercassi.

Imparai a utilizzare la testa, non per muovermi in condizioni estreme, ma per individuare siti di cui non avevo descrizioni di sorta e della cui esistenza non ero talvolta neanche sicuro, riacquisendo riflessi di una memoria antica.

La curiosità aumentò e all’esplorazione puramente naturalistica si aggiunse quella storica, con interrogativi spesso di non facile soluzione sulla natura dei luoghi che andavo scoprendo.

Mi bastava andare vicino casa e individuare una parete forata, per immaginare che qualcuno ivi dormì o vi depose i suoi viveri e mi bastava toccare le pietre lavorate dai popoli del passato, per sentire ancora il rumore di chi quella pietra la scolpì e percepire l’intervento umano.

Il luogo che sto per descrivere è il sito più vicino a Roma dove ho avvertito l’avventura, il senso della storia, l’immutabilità dei secoli.

Si trova nel terzo municipio di Roma. Durante un caldo e assolato pomeriggio di aprile 2018 (interludio fra lunghi periodi piovosi, benvenuti come non mai dopo due anni di siccità), il compagno di merende Marco mi ghermisce dalla scrivania e mi trascina alla scoperta di questo luogo, che avevamo in canna da almeno due anni.

Parcheggiamo su via della Marcigliana e ci avviamo in direzione di un doppio filare di alberi, che sormontano il fosso che ci separa dalla torre, visibile in lontananza e apparentemente semplice da raggiungere.

Per raggiungere la torre, dovremo scendere e risalire quel fosso. Subito incontriamo una consistente famiglia di cinghiali, che, lesta, fugge appena ci avvista.

Cominciamo a scendere ci accorgiamo con sgomento che si tratta di una vera forra, la cui base, complici le intense piogge di quest’inverno, è percorsa da un potente rivo d’acqua ed è ricoperta da rovi, che mettono a dura la nostra progressione.

Riusciamo ad ogni modo a farci strada fra la vegetazione, ci imbattiamo in una galleria di uso idraulico e in alcune grotte forse usate un tempo come abitazioni o depositi, e risaliamo lungo il versante opposto.

Superiamo l’ultima barriera di rovi e giungiamo sull’altopiano, dove la torre troneggia poco distante da noi: uno scenografico spuntone rosso nel sole del tardo pomeriggio.

Ma l’escursione è lungi dall’essere conclusa. Sappiamo, infatti, che una cascata è presente sotto la torre, a formare il classico insediamento medievale, composto da torre/abitazioni ipogee/fiume/cascata/mulino e che abbiamo visto qualche numero fa a S. Vittorino. E infatti ne sentiamo lo scrosciare. Purtroppo non la vediamo per via della folta vegetazione. Le alte e ripide pareti della forra ci impediscono poi di calarci.

La forra in questo punto si mostra come la più maestosa da me vista (e ne ho viste tante) nei pressi di Roma. Non riuscendo a discenderla, ne percorriamo il bordo superiore lungo il versante orografico sinistro, verso la sorgente, per provare ad attraversarla dove questa è meno ostile.

Dopo alcune centinaia di metri le pareti si addolciscono e riusciamo a calarci. Ma le difficoltà non sono finite. È infatti impossibile percorrerla sul fondo in direzione della cascata, sempre per via dell’acqua alta e dei rovi.

Risaliamo quindi la parete opposta, giungiamo su un secondo altopiano, percorriamo  il bordo della gola lungo il versante orografico destro e, finalmente, la cascata ci appare dall’alto fra la vegetazione: bellissima!

Queste meraviglie sono oggi in terreno privato e da una parte va bene così, visto che viene più facilmente preservato questo sito ricco di suggestioni. D’altra parte perché non creare, qui e altrove, un parco archeologico-naturalistico? O un parco “avventuroso”? I resti dell’antica città latina di Crustumerium, poco distanti, darebbero un ulteriore tocco di fascino e di storia a questo luogo straordinario.

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