La Madonna e l’Angelo

Devozione e speranza a Roma tra Santa Maria Maggiore e Castel Sant’Angelo. Protagonista la Madonna davanti alla quale il 15 marzo scorso Papa Francesco si è recato a pregare chiedendo la fine della pandemia di Covid, una antichissima tavola chiamata “Salus populi romani”

La Madonna davanti alla quale il 15 marzo scorso Papa Francesco si è recato a pregare chiedendo la fine della pandemia di Covid è una antichissima tavola chiamata “Salus populi romani” (custodita presso la Basilica di Santa Maria Maggiore), che in italiano significa letteralmente “salvezza del popolo romano”. Essa nella tradizione religiosa appartiene alle icone “acheropite” ovvero credute non dipinte da mano d’uomo e quindi miracolose, che un’antica fede popolare attribuisce all’opera dell’evangelista Luca.

Tradizionalmente ritenuta originaria di Gerusalemme, questa icona sarebbe comparsa a Roma sotto Sisto III che la donò alla basilica di Santa Maria Maggiore, da lui restaurata in occasione del Concilio di Efeso nel 431

In realtà, però, l’antica tavola è forse più tarda rispetto a questa epoca, perché l’immagine della Vergine che vi è dipinta fonde l’iconografia della tipologia greca della Vergine “Odighitria” che vuol dire “colei che mostra la via”, con quella della vergine “glykophlusa”, che invece significa “colei che ama con dolcezza”, tutte e due tipiche di una fase dell’Arte Bizantina successiva al V secolo.

Inoltre il recente restauro al quale l’opera è stata sottoposta, togliendo le innumerevoli ridipinture succedutesi nei secoli, ha riportato alla luce nella pittura originaria del dipinto particolari Impasti diversificati del colore che insieme alla struttura compositiva delle mani sono elementi stilistici riconducibili al Basso Medioevo, e spostano la datazione dell’opera tra il secolo XI e il XIII.

Dipinta su una tela preparata a gesso e incollata su una tavola, questa immagine della Vergine era stata inoltre decorata con l’aggiunta di corone preziose applicate sul suo capo in più epoche, per volontà di vari pontefici come ringraziamento per i prodigi compiuti, tutte rimosse dagli interventi di restauro, ed ora visibili nel museo di Santa Maria Maggiore.

La leggenda più famosa relativa a questi prodigi compiuti dalla Madonna “Salus populi romani”la lega infatti alla fede di un papa, San Gregorio Magno, il quale, quando durante il suo pontificato scoppiò a Roma una terribile pestilenza, nel 590, portò in processione la vergine nelle strade di Roma per invocarne la fine. Durante lo snodarsi del percorso si narra che, giunti nei pressi della Mole Adriana, comparve sulla sommità del monumento l’arcangelo Michele che rinfoderò la spada quasi a mostrare di aver eseguito un ordine della Madonna. La peste infatti subito dopo cessò, e da quel momento la mole prese il nome di Castel Sant’Angelo.

Per celebrare quell’apparizione miracolosa, nel 1227, venne scolpito un angelo in legno che fu posto sopra al castello, poi sostituito, nelle epoche successive, da varie statue rappresentanti l’Arcangelo, fino all’odierno angelo in bronzo di Petr Anton von Verschaffelt eseguito nel 1752.

Molti altri miracoli si legano alla memoria di questa immagine della “Salus populi romani”, e molte altre pestilenze si ricordano da lei sconfitte. Ma l’incontro della Madonna con l’arcangelo Michele è certo la storia che più piace ricordare ai romani. Forse perché la delicata grazia di questa Vergine, dialogando con la conturbante potenza dell’angelo di Castello, mostra la fragilità e la forza che sono per gli uomini sempre presenti nell’intrecciarsi di paura e fede.

Infatti se la prima statua di legno dell’angelo scolpita per ricordare il miracolo si è consumata ed è scomparsa, l’antica immagine dipinta della vergine è rimasta invece sempre custodita nella Basilica, divenendo, per chiunque voglia crederlo, la testimonianza concreta della memoria di un prodigio. Lo stesso rappresentato dall’immaginazione di vari artisti nelle successive figure di angeli che nei secoli si sono susseguite su Castel Sant’Angelo, fino all’ultima scultura che ancora svetta contro il cielo.

Nei giorni nostri la vergine “Salus populi romani” ha ancora mostrato agli occhi di tutti delle altre immagini di paura e fede: quelle di una città deserta e del papa inginocchiato nel vuoto tenebroso dello spazio immenso di Santa Maria Maggiore, davanti alla antica effige di “colei che mostra la via “ e “ama con dolcezza”. E ancora una volta in esse abbiamo potuto riconoscere, come in delle apparizioni surreali, non solo un atto di devozione dettato dalla fede, ma anche la nostra stessa paura trasformata in una speranza alla quale quella devozione è riuscita ad infondere forza, proiettandola oltre il timore e l’incertezza del presente. Oltre lo spazio angusto delle nostre case.

Licia Sdruscia