La fuga in Egitto

Rimaniamo negli ambienti della Galleria Doria Pamphilj centrando l‘attenzione sul tema evangelico della Fuga in Egitto, rappresentati in tre celebri quadri di Caravaggio, Annibale Carracci e Pier Francesco Mola

Il tema della fuga in Egitto è menzionato solo nel Vangelo di Matteo, e l’evento non è mai stato celebrato in nessuna festa liturgica. Cionondimeno esso è presente nelle raffigurazioni artistiche già dal Medioevo, a partire da alcune miniature, fino all’affresco di Giotto nella Cappella degli Scrovegni. Tale iconografia è stata poi riprodotta in ogni epoca artistica successiva utilizzando dettagli forniti più che dal Vangelo da testi apocrifi, per evidenziare nella narrazione implicazioni relative ai temi della famiglia, della natura, e del rivelarsi della sacralità dell’esistenza.

Caravaggio, Riposo durante la Fuga in Egitto

Nella Galleria Doria Pamphilj, a Roma, sono custoditi tre dipinti raffiguranti questo episodio sacro, molto vicini per date di esecuzione, che però i tre diversi autori trasformano in tre diverse situazioni nelle quali i protagonisti del fatto sono presentati sotto un dissimile apparire. Tanto che possiamo considerare ogni loro interpretazione visiva della scena come un esempio del modificarsi della pittura quando è uscita dai modi tardo rinascimentali dell’intellettualismo manierista per addentrarsi nella nuova impostazione realista del primo seicento, che trionferà poi in parte del Barocco.

Il primo e più importante tra questi dipinti è “Il Riposo dalla fuga in Egitto” di Caravaggio, eseguito tra il 1594 e il 1596. In esso l’artista ambienta la sosta dei personaggi in un incantevole crepuscolo che diffonde la sua luce sulle figure in primo piano dove Giuseppe e Maria si impongono per il loro dimesso atteggiamento, che contrasta la posa aristocratica dell’elegantissimo angelo. Anziano e goffo, Giuseppe tiene per l’angelo le pagine con su scritta la melodia soprannaturale. Umanamente stanca, la Vergine cede al sonno in un momento di sosta dopo il lungo camminare. Naturali e vere come il paesaggio alle loro spalle queste figure giganteggiano però in un primo piano che domina la composizione, esaltando in loro la volontà divina. 

Pier Francesco Mola, Riposo dalla fuga in Egitto

Diversa è l’immagine presentata da Annibale Carracci nel dipinto “La Fuga in Egitto”, del 1604, dove le tre figure dei protagonisti, pur essendo anche esse disposte in primo piano, sembrano quasi confondersi con l’immenso paesaggio nel quale sono immerse. Come se l’evento sacro, quale parte di un disegno divino realizzato sulla terra, coinvolgesse tutta la natura nella sua totale estensione. Così la bellezza degli alberi, delle colline e del cielo, che Annibale reiventa in un paesaggio idillico, diviene l’immagine incantevole della solitudine dei protagonisti, i quali, lontani dalla città e dagli orrori che in essa gli uomini compiono, ritrovano la purezza dell’innocenza nell’immensità del creato. Di tutt’altro aspetto è invece la luce che illumina il paesaggio dietro il “Riposo dalla fuga in Egitto” eseguito da Pier Francesco Mola nel 1650. Dai toni contrastati e misteriosamente avvolto nell’oscurità, questo paesaggio, infatti, rappresenta una natura tenebrosa che racchiude nel buio i protagonisti, stretti gli uni agli altri come in un abbraccio. Ma i colori intensi delle loro figure e la luce che emana dai loro volti le fa isolare dalle tenebre circostanti, in modo tale da mettere in evidenza la serenità dei loro sguardi, concentrati sulla figura del piccolo Gesù, che Maria porge fiduciosa all’amorevole presenza divina dell’angelo, dal quale emana l’illuminazione del soprannaturale che sconfigge le tenebre. 

Umanità, idillio paesaggistico, mistero, bellezza del soprannaturale: tutte queste diverse note poetiche si susseguono nelle tre diverse raffigurazioni che Caravaggio, Annibale e il Mola fanno dello stesso evento, interpretandone il contenuto sacro mediante un’immaginazione che sa declinare in forme variegate una costante presenza divina.

Licia Sdruscia