La devozione dell’arte nel cuore di Roma

La facciata di Santa Maria sopra Minerva trae in inganno: semplice e dal disegno equilibrato, essa in realtà introduce a una costruzione a tre navi scandita da pilastri, colma di capolavori

di Francesco Rotatori

Beato Angelico,Madonna col Bambino. In alto: Facciata di Santa Maria sopra Minerva con l’elefante del Bernini

Alle spalle del Pantheon esisteva ai tempi dell’Impero Romano una grande area sacra, in cui spiccava tra gli altri il tempio di Minerva Chalcidica. Proprio da questo deriva il toponimo con il quale tuttora si indica una delle chiese più famose di Roma, esempio raro di gotico nell’Urbe: Santa Maria sopra Minerva. La facciata trae in inganno: semplice e dal disegno equilibrato, essa in realtà introduce a una costruzione a tre navi scandita da pilastri che venne iniziata alla fine del XIII secolo e proseguita poi fino alla metà del XV, anche se per la facciata si dovrà aspettare il XVIII. Rinomato è l’elefante progettato dal Bernini nella seconda metà del Seicento e che regge l’obelisco egizio nella piazza antistante la facciata. L’opera, celebrante la potenza della conoscenza, è ispirata a una stampa dell’Hypnerotomachia Poliphili e trae spunto dal pachiderma che Cristina di Svezia donò al pontefice Alessandro VII.

Numerosi sono i personaggi del mondo dell’arte che hanno lasciato la propria firma all’interno.

In primis, si ricordi che nell’adiacente convento domenicano soggiornò, alla metà del Quattrocento, Beato Angelico, il frate pittore che fu in grado di unire i nuovi stilemi masacceschi alle iconografie del mondo tardogotico. L’artista, la cui tomba è collocata in fondo alla navata sinistra, ha lasciato una tela esposta nella Cappella Frangipane. Al di sotto di un elegante ciborio, la Madonna presenta il Bambino al di là di un parapetto. Il gesto compiuto dalla Vergine ha permesso una datazione al 1449, ossia di poco precedente al Giubileo del 1450: il Suo atto rammenta quello del pontefice che, affacciandosi in quell’occasione dalla loggia delle benedizioni, impartisce l’urbe et orbi – e infatti il Bambino stringe nella propria mano un globo terrestre mentre sta benedicendo i fedeli –.

Interno di Santa Maria sopra Minerva

Nel transetto destro, Filippino Lippi, allievo di Sandro Botticelli, ha decorato la Cappella Carafa con uno stupendo ciclo di affreschi. Il committente, il cardinale domenicano Oliviero Carafa, richiese soggetti inerenti la vita della Vergine e di san Tommaso. Sulla parete centrale, un carosello di angeli musicanti, ma vestiti da battaglia (il Carafa fu anche comandante della flotta papale contro i Turchi), accolgono in cielo la Madonna, mentre gli Apostoli osservano esterrefatti il miracolo. Ma al centro del dipinto se ne apre un secondo: una finta pala d’altare -è in realtà un affresco incorniciato- simula un’Annunciazione, alla quale assistono anche il Carafa e san Tommaso. Le storie di quest’ultimo sono narrate sulla parete destra: nella lunetta in alto è raccontato il miracolo del Crocifisso che si anima e si rivolge al santo; nel riquadro sottostante una complessa allegoria colma di figure esalta la spiritualità domenicana alla costante ricerca della Verità contro i vizi dell’uomo. A conclusione, sulla volta sono dipinte le sibille dell’antichità, esercizi di virtuosismo del pittore su motivi desunti dalle statue antiche.

Michelangelo, cristo Risorto

L’edificio custodisce anche uno stupendo marmo di Michelangelo, il Cristo Risorto a lato dell’altare maggiore. Quella che vediamo è una seconda versione realizzata a Firenze negli anni 1518-20, mentre la prima era stata iniziata a Roma già nel 1514. Questa prima versione, riconosciuta di recente in una stupenda statua a Bassano Romano, rimase incompleta a causa di una venatura della pietra che ne avrebbe rovinato la perfezione formale. Michelangelo si mise dunque di nuovo al lavoro, ma a quanto pare non fu del tutto soddisfatto se, vista la nuova statua posizionata e rifinita, avrebbe voluto farne una terza versione migliorata. La scultura rappresenta Cristo, originariamente nudo e solo poi coperto da un drappo di bronzo dorato, che si protende verso i fedeli abbracciando i simboli della Passione. Come un dio greco, egli non stringe in mano la vera croce, ma una croce simbolica, e quindi un attributo, che permette di individuarlo e definirlo come una specifica divinità. A questa si aggiunge la canna con la spugna intrisa di aceto.

Filippino Lippi, affreschi della Cappella Carafa

Se ci si sposta sulla navata sinistra ci si troverà di fronte a uno dei capolavori barocchi del Bernini: è il Monumento a Suor Maria Raggi, una memoria in bronzo dorato e marmo dedicata a una suora della famiglia genovese Raggi. Come se il vento fosse penetrato nell’edificio, i drappi della scultura si muovono vorticosamente, cosicché l’artista ha dovuto fingere di conficcare come un chiodo una croce nel pilastro, da cui pende l’immagine di Maria sorretta da due putti. La commissione fu patrocinata dal cardinale Ottaviano Raggi e proseguita poi dal fratello Tommaso e dal nipote, anch’egli cardinale, Lorenzo.

G. L. Bernini, Monumento a Suor Maria Raggi

In ultimo, si rammenti l’immenso patrimonio librario della Biblioteca Casanatense allestita nel convento adiacente: essa è stata nei secoli custode e supporto di conoscenza al pari dell’elefante del Bernini che barrisce di fronte alla chiesa.