La Chiesa Madre della Controriforma

La Chiesa del Gesù, iniziata nel 1568, fu commissionata dalla famiglia Farnese al Vignola. L’architettura severa dell’esterno doveva apparire alla stregua di un manifesto della spiritualità gesuita

di Francesco Rotatori

Il nome di Jacopo Barozzi, detto il Vignola dalla sua città natale, è legato al completamento e alla trasformazione della vecchia fortezza del borgo di Caprarola nel celebre Palazzo della famiglia Farnese, al trattato Regola delli cinque ordini di architettura e in passato è stato spesso associato al Sacro Bosco di Bomarzo.

L’opera più nota di Barozzi è la chiesa del Gesù di Roma, edificio madre dell’ordine dei Gesuiti e modello esportato in tutto il mondo.

Chiesa del Gesù, interno

Fondata nel 1534 dallo spagnolo Ignazio di Loyola, la Compagnia di Gesù aveva il compito di diffondere e difendere la fede cattolica nel mondo, divenendo il braccio destro della Chiesa romana durante il periodo della Controriforma. L’ordine dei Gesuiti, approvato nel 1540 da papa Paolo III, si trovò così ben presto a ispirare le nuove regole cui si dovevano attenere le arti visive.

L’interno della chiesa prima della decorazione di Baciccio in un quadro di J.Miel, A.Sacchi e F.Gagliardi

G. Celio, Ecce Homo

La chiesa, commissionata dalla famiglia Farnese, di cui il Vignola era l’architetto di fiducia, fu iniziata nel 1568. Internamente, l’ambiente è articolato in modo semplice e austero ma funzionale: un’unica grande navata con volta a botte su cui si aprono le cappelle laterali e cupola nel transetto. Lo spazio del fedele, che può godere appieno della vista e dell’acustica nel corso della celebrazione, è così diviso da quello dell’officiante.

La facciata fu realizzata da Giacomo della Porta, allievo del Vignola, il quale, rifiutando il progetto del suo maestro, eliminò qualsiasi elemento ornativo. L’architettura severa dell’esterno doveva apparire alla stregua di un manifesto della spiritualità gesuita.

A questi dettami si conformarono anche le prime esperienze pittoriche.

Nella cappella della Passione, il gesuita Giuseppe Valeriano si servì della collaborazione dei due più famosi artisti del periodo, Gaspare Celio e Scipione Pulzone. A quest’ultimo, originario di Gaeta, si deve la Pietà del 1593, pala d’altare della cappella oggi al Metropolitan Museum di New York e sostituita in loco da un’opera di Giovanni Gagliardi. Il tema, in linea con gli Esercizi spirituali di Loyola, è proposto attraverso una pittura didascalica che elimina qualsiasi artificio retorico e manierista a favore di una rappresentazione “senza tempo” (definizione di Federico Zeri). A Gaspare Celio, che fu anche autore delle Vite degli artisti coevi, si riconosce invece la paternità del ciclo di affreschi e delle tele laterali insieme alle immagini del Cristo della Passione. In queste ultime il Cristo appare quasi come un fantasma, ridotto a colori essenziali, su uno sfondo nero e privo di dettagli, in modo da permettere al fedele la concentrazione totale sulla meditazione della Passione del Figlio dell’Uomo.

S.Pulzone, Pietà (Oggi al Metropolitan Museum di NY)

Nel XVII secolo, in piena temperie barocca, lo spazio austero realizzato dal Barozzi fu completamente ricoperto con una serie di apparati decorativi.

G.B. Gaulli detto Baciccio, Trionfo del Nome di Gesù

Al genovese Giovan Battista Gaulli detto Baciccia o Baciccio si deve l’affresco al centro della volta, il Trionfo del Nome di Gesù, e in generale l’abbacinante decorazione pittorica della navata e del presbiterio. Dal monogramma del nome di Cristo si liberano fasci luminosi che attirano verso l’interno figure allegoriche sacre o tratte dalla tradizione e dalla storia del cattolicesimo (tra queste i Magi, Carlo Magno, il cardinal Alessandro Farnese) e rigettano diavoli e vizi, accecati dalla gloria del nome del Figlio di Dio, verso l’esterno, al di fuori della cornice. Riconosciamo Satana, morso dall’invidia, che si copre il viso e gli occhi mentre il suo corpo brunastro si contorce. Il Gaulli rompe, quindi, l’illusoria quarta parete della rappresentazione e pare trascinare nella dimensione del credente una serie di elementi che sfondano l’architettura della navata.

A.Pozzo, P.Le Gros, J.B. Thedon, G.B. Gaulli, et all, Cappella di Sant’Ignazio (part.)

Nel catino absidale, il genovese trae vivide immagini dal Libro dell’Apocalisse per sottolineare l’aspetto misterico e liturgico del sacrificio cristologico, rappresentato dall’Agnello mistico innalzato tra uno sfolgorio di angeli e creature celestiali.

Alla fine del Seicento il transetto sinistro, che ospita il corpo di Sant’Ignazio, fu trasformato in una grandiosa e sfarzosa cappella. Sull’altare, una pala di Andrea Pozzo nasconde, in realtà, una scultura del santo fondatore portato in gloria dagli angeli che può essere svelata per mezzo di un meccanismo, attivato ogni pomeriggio alla medesima ora. La teatralità dell’apparato è completata dalla ricca decorazione scultorea e dalla preziosità rutilante dei materiali. All’altra estremità del transetto, l’altare di San Francesco Saverio, realizzato da Pietro da Cortona e Carlo Rainaldi, mostra maggiore sobrietà.

Si tratta degli ultimi tasselli di quel mondo fantastico e spettacolare che fu il Seicento, ormai inglobato nel traffico delle nostre città.