La Chiesa della “letizia cristiana”

Santa Maria in Vallicella, nota anche come Chiesa Nuova, è l’edificio madre degli oratoriani, congregazione fondata da San Filippo Neri. Il Santo avrebbe voluto un grande tempio perlopiù disadorno. Ma la strada seguita fu un’altra

di Francesco Rotatori

La Chiesa di Santa Maria in Vallicella, nota anche come Chiesa Nuova, è l’edificio madre degli oratoriani, congregazione fondata da San Filippo Neri e approvata da papa Boncompagni nel 1575.

Gli oratoriani rientrano in quegli ordini religiosi fondati negli anni più intensi della predicazione cattolica antiluterana e furono tra i primi attori della Controriforma assieme ai Gesuiti. Questi ultimi, tuttavia, veri protagonisti del periodo, si erano dati all’attività missionaria e a una committenza artistica inizialmente più severa, che si rifletteva nell’estetica sobria della chiesa del Gesù prima dei successivi interventi barocchi. Dal canto loro, invece, gli oratoriani predicavano una partecipazione più lieta e festosa al mistero cristologico, con musica ed esortazioni che potessero annunciare la Buona Novella.

L’epiteto “Nuova” si deve alla volontà di porre una costruzione più grande su un vecchio edificio che custodiva un’immagine mariana miracolosa, poi inglobata sull’altare; “in Vallicella” è invece riferito alla leggera depressione naturale su cui si trova.

P.P. Rubens, Madonna della Vallicella, pala centrale

San Filippo avrebbe voluto un grande tempio capace di accogliere i fedeli e perlopiù disadorno. Ma i filippini seguirono un’altra strada e, dopo la morte del loro fondatore, impressero alla struttura un’accentuata sembianza barocca. A loro si deve ad esempio la committenza a Pietro da Cortona e alla sua bottega della decorazione ad affresco e a stucco dei principali elementi architettonici, dalla volta della navata alla cupola al transetto, riempiendo, a metà Seicento, lo spazio che San Filippo aveva volutamente lasciato vuoto e disadorno.

Pietro da Cortona, Miracolo della Trave e visione di San Filippo, volta della navata centrale

Nel 1606 al geniale fiammingo Pieter Paul Rubens, in Italia dal 1600, fu richiesta una pala per l’altare maggiore che inglobasse la vecchia icona miracolosa della Madonna. La prima soluzione proposta dall’artista non andò a genio: la poca illuminazione dell’abside non poneva sufficientemente in risalto la reliquia e il pittore presentò una seconda e definitiva versione. Questa è un trittico composto da tre pale, realizzate a olio su lavagna per ovviare al problema delle luci, con ai lati i santi di cui in Chiesa Nuova si conservano le reliquie, mentre al centro l’immagine mariana è sostenuta miracolosamente dagli angeli. Si tratta di un quadro nel quadro: grazie a un ingegnoso marchingegno la porzione centrale del dipinto, con la Madonna e il Bambino, si rivela essere un coperchio che svela la vera icona devozionale della Vallicella. Agli albori del XVII secolo, Rubens aveva già gettato i semi di una nuova tendenza, travolgente ed emotiva, che arriverà a maturazione solo qualche decennio dopo.

Qualche anno prima era poi giunta, nella cappella Vittrice, la celebre Deposizione del Caravaggio. L’opera, oggi in Vaticano, rielabora i modelli precedenti in una suggestiva reinterpretazione: le figure agiscono teatralmente ognuna raccolta nel suo differente modo di esprimere i propri sentimenti. Cristo è depositato sulla Pietra dell’Unzione, che si trova in corrispondenza dell’altare della cappella: il Suo corpo sta dunque in perfetta corrispondenza con l’Eucaristia quando quest’ultima viene sollevata dal sacerdote durante la celebrazione della messa. La pietra tombale è rappresentata con il suo angolo verso l’osservatore, a rammentare che “la pietra scartata dal costruttore è divenuta testata d’angolo”.

F. Barocci, Visitazione

Tra i numerosi capolavori che si conservano in Chiesa Nuova ce n’è uno che San Filippo dovette particolarmente ammirare: la Visitazione di Federico Barocci. Sappiamo, infatti, che egli amasse ritirarsi in preghiera e meditare davanti questa stupenda pala. L’espressione spontanea delle emozioni, la ripresa dei candidi modelli di Raffaello e Correggio in primis, la tavolozza cangiante e fastosa rendevano il Barocci, pittore di Urbino, l’artista che meglio di chiunque altro potesse rappresentare l’ideale della “letizia cristiana” propugnato dai filippini. La sua pittura si presenta, difatti, didascalica, come richiesto dalle regole postridentine, ma assieme anche dolce, commovente e immediata. Nel quadro l’architettura sobria fa da cornice a poche ma fondamentali figure che hanno il loro centro nel gesto di saluto tra le due cugine: un’arte dolcemente colloquiale dai toni vivaci e per nulla cupi che doveva piacere al Neri.

Ai filippini è collegato anche un altro famoso nome, quello di Francesco Borromini. Per loro l’architetto realizzò l’Oratorio a lato della chiesa. La facciata mostra i caratteri innovativi tipici del linguaggio del Borromini: austerità e rigore geometrico creano un corpo scandito in settori, in questo caso cinque, sviluppati su di una curva che dall’esterno si tende verso una profonda nicchia centrale e con un timpano mistilineo. I materiali di lavorazione, come richiesto dai committenti, sono semplici mattoni, il che permette all’architetto di focalizzarsi sulla rivalutazione della tecnica costruttiva.

Il gioioso messaggio della predicazione oratoriana si lega, così, ai maggiori rappresentanti della storia dell’arte.