La cascata di Ponte S. Pietro

Non tutti sanno che gli antichi acquedotti che captavano l’acqua dalle montagne a est di Roma, nel territorio fra Tivoli e Gallicano dovevano superare numerose gole, e lo facevano con ardite arcate. Vediamone due, dal grande fascino: Ponte della Mola e Ponte S. Pietro.  Presso quest’ultima si trova anche una stupenda cascata, che occupa un’intera conca

di Luigi Plos

Quante volte ho detto che gli acquedotti romani sono considerati la più grande opera

di ingegneria di tutti i tempi, almeno fino al 1800? Il che è plausibile, visto che dovettero dissetare la più grande città dell’occidente dalla preistoria fino, appunto, al XIX secolo.

Infatti sono entrati nell’immaginario collettivo. Basti pensare all’immagine di Segovia con il suo acquedotto, oppure alla banconota da 5 euro con l’arcata del Pont du Gard in Francia.

Detto questo, non tutti sanno che, nel territorio fra Tivoli e Gallicano, dovevano superare numerose forre; e lo facevano con ardite arcate. Ebbene, ne stiamo per vedere due, che non sono niente male: Ponte della Mola e Ponte S. Pietro.

Imbocchiamo una strada sterrata, un tempo al servizio degli acquedotti a circa 25 Km dal GRA. Dopo pochi metri ci sorprende un pezzo intatto di basolato romano all’interno di una breve trincea.

Superiamo sulla sinistra i resti di una mola (interessante l’interno) e giungiamo alla prima, immensa, arcata di acquedotto, purtroppo parzialmente crollata: il Ponte della Mola (appunto). Ci possiamo anche salire, se non abbiamo vertigini e abbiamo un discreto coraggio.

Continuiamo e, se ci voltiamo dopo un centinaio di metri, abbiamo la visione dell’acquedotto che supera, altissimo, apparentemente esile, la valle del fiume. Dopo poco ci imbattiamo in un’altra arcata superba, quella di Ponte S. Pietro, che merita una sosta prolungata.

E ora, attenzione: stiamo per entrare in una sorta di “Lost World” di Conan Doyle.

Proseguiamo lungo la strada bianca fino a dove questa, divenuta sentiero, termina sulla riva del torrente, che risaliamo mettendo i piedi in acqua dove necessario.

Il fosso entra subito in una gola selvaggia.

Risaliamo un piccolo affluente e ci appare una stupenda cascata, che occupa un’intera conca.

Presi dall’entusiasmo, saliamo lungo un sentiero ripido ed esposto e arriviamo nel punto, vertiginoso, dove la cascata si getta nel vuoto.

Nella fitta macchia sopra la cascata troviamo un altro ambiente pieno di sorprese: una nuova gola da esplorare e, sparsi nella fitta macchia, i ruderi di quello che doveva essere, grazie all’acqua e alla posizione riparata, un antico centro abitato.

Ah! Per chi si sente di proseguire lungo il corso del fiume principale, che diventa sempre più impervio, c’è un’ulteriore sorpresa: i ruderi di un altro acquedotto crollato, detto in loco “Forme Rotte”.

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