La casa dell’arte contemporanea italiana

Inaugurato nel 1883, il Palazzo delle Esposizioni ha promosso per decenni importanti occasioni di confronto tra gli artisti italiani, diventando una sorta di corrispettivo delle Biennali d’arte internazionale di Venezia. Il tutto senza però mai chiudersi in nessun provincialismo, a conferma della vocazione universale di qualsiasi autentica esperienza artistica

Tra i primi luoghi creati nella capitale per accogliere grandi mostre d’arte è certo il Palazzo delle Esposizioni. Infatti la sua edificazione fu ipotizzata poco dopo la costituzione del Regno d’Italia e della proclamazione di Roma capitale, quale emblema della identità culturale che la città e il nuovo stato volevano darsi.

A metà fra tradizione e modernismo, la forma architettonica di questo palazzo risulta essere il compromesso tra la necessità di mantenere un aspetto aulico, degno dell’autorità storica della capitale, e quella di far propria la “modernità” di uno stile che si era andato affermando in tutte le capitali europee alla fine dell’Ottocento, a cominciare dalla trasformazione di Parigi sotto Napoleone III. Inoltre la sua edificazione fu conseguente alla ristrutturazione urbanistica di Roma, che vide la costruzione del nuovo asse viario di via Nazionale, il quale collegava l’accesso alla città legato al completamento della nuova stazione ferroviaria di Termini con l’antico centro cittadino, il cui percorso partiva da piazza Venezia con via del Corso.

Questa grande arteria fu da subito pensata come un percorso capace di accogliere cittadini e visitatori esterni in modo moderno e stimolante, attraverso il susseguirsi di palazzi destinati ad ospitare attività commerciali, come la Banca d’Italia, di svago, come il Teatro Eliseo, o d’Arte come, appunto, il palazzo delle Esposizioni.

Scipione, La via che porta a San Pietro (1930). Esposto alla prima Quadriennale d’Arte Romana

Il concorso per costruire il Palazzo delle Esposizioni, inteso non come museo ma centro di diffusione delle Belle Arti, fu bandito una prima volta nel 1876, senza designarne l’area di collocazione. Un anno dopo un secondo concorso, nel quale si stabiliva l’area costruttiva in via Nazionale, vide la presentazione di molti progetti tra i quali fu accettato quello dell’Architetto Pio Piacentini. A causa delle molte polemiche suscitate dalla sua ispirazione più internazionale che tradizionalista, vi furono, però, difficoltà a dare l’avvio ai lavori, che furono iniziati solo nel 1880. In effetti malgrado la profonda apertura ad arco e la trabeazione a fregio della parte centrale dell’edificio ricordino la struttura degli archi di trionfo romani, la rielaborazione stilistica del dato tradizionale nel progetto di Piacentini non si chiude all’innovazione. L’architetto infatti inserisce quella citazione antica nel volume geometrico delle mura monumentali del palazzo, che ne avvolgono l’immenso perimetro con superfici senza nessuna finestra. Le sale espositive in virtù di queste mura perimetrali possono così usufruire di pareti ininterrotte che offrono una possibilità di esporre i dipinti come mai era avvenuto prima. La loro illuminazione è poi affidata ai grandi lucernai della copertura in vetri, in modo da far scendere dall’alto una luce capace di diffondersi in maniera uniforme nel grande vano centrale e nelle sei sale che lo circondano, articolate tra loro mediante altissime colonne.

Questo edificio “funzionale”, quindi, fu concepito solo in ragion d’essere della possibilità espositiva, avvalendosi solo marginalmente di strutture architettoniche classicheggianti e di elementi decorativi come gli stucchi, le colonne e le statue volute dal progetto originario di Piacentini, anche se eseguite solo in un secondo momento.

Da quando, nel 1883, fu inaugurato il palazzo con una mostra di opere prevalentemente italiane, di carattere storico celebrativo, questa grande cattedrale dell’arte fu sempre utilizzata per eventi che hanno segnato l’ elaborazione culturale avvenuta nel nostro paese fino ai nostri giorni.

In particolare l’edificio divenne, dagli anni ‘30, sede storica delle “Quadriennali”, ovvero di mostre nelle quali si cercò di esporre tutte le tendenze dell’arte italiana contemporanea, per fornire un panorama complessivo dei suoi traguardi artistici a dimostrazione del protrarsi nel presente del suo prestigio culturale.

L’esperienza delle Quadriennali d’Arte iniziò durante l’era fascista, nel 1931, e certo in quel periodo esse mostrarono la straordinaria originalità e sapienza di maestri italiani accostati gli uni agli altri con opere diversissime per stile ed intendimento. Infatti tutte correnti artistiche di quegli anni vennero inserite in queste grandi esposizioni, senza esclusione alcuna, grazie alla scaltra politica culturale delle persone alle quali Mussolini aveva delegato la gestione pubblica dell’arte e della cultura in Italia.

Così diversi modi di sperimentare la possibilità della figurazione si confrontano nelle Quadriennali, dove per scelta di organizzatori e sostenitori quali Margherita Sarfatti, Cesare Oppo o Giuseppe Bottai, la pluralità dei linguaggi degli artisti emerse in tutta la sua vitale ricchezza, senza alcuna censura ideologica.

In questa maniera la sostanziale chiusura dell’Arte Italiana tra le due guerre alla sperimentazione delle avanguardie europee venne in qualche modo aggirata, escludendo tutte quelle forme di retorica e propaganda che il Fascismo aveva usato in altri contesti. Perché artisti tanto dissimili tra di loro come Guttuso, Mafai, Turcato, Sironi, Cagli o Scipione, evidenziarono un limite di demarcazione tra linguaggio figurativo ed astratto molto labile, a conferma dell’impossibilità di un ritorno ad un naturalismo tradizionale della forma figurativa e di una sua funzione esclusivamente volta a riprodurre il reale.

Anche dopo la guerra le Quadriennali d’Arte, allestite al Palazzo delle Esposizioni da quell’epoca per oltre 80 anni, continuarono a promuovere eccezionali occasioni di confronto tra gli artisti italiani, divenendo il corrispettivo italiano delle Biennali d’arte internazionale di Venezia, senza però mai chiudersi in nessun provincialismo, a conferma della vocazione universale di qualsiasi autentica esperienza artistica. Tanto che, ancora oggi, il grande palazzo delle Esposizioni continua ad essere un luogo nel quale ogni forma d’arte può coesistere, coniugando “modernità “e “tradizione”, attraverso l’organizzazione di mostre con le quali la città di Roma conferma ogni volta la sua vocazione internazionale. Garantendo all’Arte Italiana la dimensione europea che le spetta.

Licia Sdruscia