La banca della gente

Presentato lo scorso 9 aprile il libro di Francesco Liberati che ripercorre le tappe dello straordinario percorso della Banca di Credito Cooperativo di Roma. Dal piccolo sportello di periferia del lontano 1954 alle 190 filiali di oggi, il racconto del Presidente Liberati mette insieme ricordi personali, le vicende del movimento cooperativo e la storia del nostro Paese

La sede ABI di Palazzo Altieri ha fatto da splendida cornice alla presentazione de La banca della gente, il volume di Francesco Liberati appena pubblicato da Marsilio in occasione dei 65 anni dalla fondazione della nostra Banca. Dalla lettura del libro emergono storie di vita di persone semplici dell’Italia del secondo dopoguerra e figure come Pietro Campilli ed Enzo Badioli, uomini che in modo diverso sono stati punti di riferimento della cooperazione di credito nel nostro Paese. Il racconto procede descrivendo il grande sviluppo della BCC di Roma dagli anni ottanta sino a oggi, in un percorso narrativo che vuole essere anche un invito all’ottimismo in tempi difficili come i nostri, un’esortazione a impegnarsi e a non darsi per vinti, con la consapevolezza che il lavoro, fatto con serietà e capacità di visione, paga sempre.

Presenti all’evento Antonio Patuelli, Presidente ABI, Augusto Dell’Erba, Presidente Federcasse, Gianni Letta, Presidente dell’Associazione Civita, Alessandro Azzi, Presidente della Federazione Lombarda delle BCC e Mauro Pastore, Direttore Generale della nostra Banca (poi Direttore Generale di Iccrea dal giugno scorso). A moderare l’incontro Sergio Gatti, Direttore Generale di Federcasse.

Introducendo gli interventi Sergio Gatti ha ricordato le radici forti della BCC di Roma, ancor più salde oggi rispetto a quando fu fondata 65 anni fa. È notevole, ha detto, che su 70 agenzie operanti nella città di Roma, ben 50 si trovino in periferia, a dimostrazione della vocazione ad essere presente laddove le grandi banche commerciali non hanno un prevalente interesse a operare. Il respiro di questo libro, ha continuato Gatti, è ampio, c’è la storia della Banca, molti ricordi di Liberati, ma anche, di riflesso, la storia italiana e del credito cooperativo nazionale. Si tratta di una vicenda paradigmatica, insomma, iniziata nel 1954 su iniziativa di 38 soci (oggi diventati 34mila) e da un piccolo sportello di borgata. E che ha nel 1962, quando Liberati fu assunto con lo stipendio di 30mila lire, una delle sue tappe simboliche.

Antonio Patuelli ha sottolineato l’intuizione felice di Giuseppe De Rita, che coniò la definizione di “Banca della gente”, fedelmente rispecchiata dalla narrazione di Liberati. Nel libro, ha detto, emerge infatti la realtà di una banca localistica e a stretto contatto con il territorio. Patuelli ha rimarcato anche l’importanza, nella vicenda della BCC di Roma, dell’ispirazione valoriale fornita dalla dottrina sociale della Chiesa Cattolica, un punto di riferimento importante in tempi confusi come quelli che stiamo vivendo. Il volume è prezioso anche perché ci ricorda come il pluralismo sia la forza del mondo bancario e come il modello cooperativo sia essenziale per l’Italia al pari degli altri modelli bancari, almeno quelli che sono riusciti a sopravvivere a questo lungo periodo di crisi economica. Vi sono oggi in Italia 114 gruppi bancari, ha aggiunto il Presidente ABI, il che vuol dire che è stata operata una grande semplificazione del panorama a seguito della crisi e delle raccomandazioni europee. E, sempre a proposito della crisi e di crack bancari che hanno investito l’Italia negli ultimi anni, Patuelli ha ricordato come essi siano stati pagati, in modo improprio, anche dal Credito Cooperativo, il quale ha invece sempre risolto i problemi al suo interno, non facendo pagare alcunché all’erario pubblico.

Augusto Dell’Erba ha voluto ringraziare Francesco Liberati a nome di tutta la categoria, e lo ha fatto ricordando il passaggio del libro in cui si sottolinea come BCC Roma non esercitò a suo tempo l’opzione della way out prevista nel progetto di riforma, decidendo convintamente di rimanere nell’alveo del credito cooperativo. Una scelta che ha dato corpo alla coerenza della BCC di Roma e alla missione, sempre ribadita, di lavorare per un’idea di economia civile, conservando il patrimonio valoriale del mutualismo. La dimostrazione concreta di tutto questo, ha proseguito Dell’Erba, si è avuta in occasione della crisi della ex BCC Padovana: “Quando ci fu comunicato che non potevamo usare il Fondo di Garanzia dei Depositanti vivemmo ore drammatiche. Dobbiamo ringraziare dunque il Presidente Liberati e il Direttore Generale Mauro Pastore per aver dato la disponibilità all’intervento di BCC Roma, l’unica banca cooperativa che avesse la forza di risolvere la situazione acquisendo la banca veneta”. Non fu un’operazione facile, ma dimostrò ancora una volta la coesione di un sistema che si è sempre tutelato ricorrendo solo alle proprie forze.

Gianni Letta ha sottolineato la caratteristica più importante del libro: la capacità di esortare alla fiducia in un momento difficile. Si legge tra le pagine, ha detto, la capacità di fare banca con umanità e costante attenzione alle esigenze della gente. Il volume è denso di esempi concreti di questo civismo e non perde mai di vista le vicende storiche dell’Italia, perché della storia italiana BCC Roma è parte attiva e positiva. A questo proposito, Letta ha voluto ricordare la ricostruzione dopo i disastri della seconda guerra mondiale. Era un’Italia lacerata, ma capace anche di mettersi al tavolo e di scrivere la Costituzione, capace insomma di cooperare. Fu così che il Paese divenne la quinta potenza mondiale. E se l’Italia è oggi nel G8, lo si deve ai sacrifici fatti allora. Letta ha ricordato un episodio significativo raccontato nel libro, quello relativo al signor Tozzo, al quale (erano ancora i primi anni ’60) fu concesso un credito per la costruzione della casa. È un esempio, ha detto Letta, della capacità di dare fiducia a chi la meritava, con la sola garanzia di una stretta di mano, fornendo così un contributo essenziale al riscatto economico di una borgata, quella dove si trovava la prima filiale della Banca. Letta ha concluso il suo intervento ringraziando l’autore per l’opera svolta nei suoi 57 anni di servizio nella BCC di Roma.

Alessandro Azzi ha ricordato di essere stato un compagno di viaggio di Liberati per almeno metà del suo percorso lavorativo e ha sottolineato come la storia raccontata nel libro sia una storia di relazioni e intrecci, soprattutto quelli tra la BCC di Roma e le vicende del Credito Cooperativo italiano, che hanno avuto come comune denominatore per molto tempo la figura di Enzo Badioli. Proprio tramite Badioli fu possibile salvare l’allora Cassa dell’Agro Romano nel 1961. Un debito che poi è stato ampiamente ripagato quando BCC Roma ha soccorso la ex BCC Padovana evitando alla categoria una crisi forse drammatica. Azzi ha poi ricordato il contributo di Liberati per lo sviluppo di Iside, il sistema informatico del movimento cooperativo, e il protagonismo di BCC Roma in tutte le fasi decisive che ha affrontato il credito cooperativo negli ultimi 30 anni. Per Azzi l’avere rinunciato alle tentazioni della way out, alla prospettiva di diventare una Spa abbandonando il secolare solco della cooperazione e rinunciando ad entrare nel Gruppo bancario Iccrea, è stato un atto di coerenza e di fedeltà al sistema valoriale mutualistico che ancora oggi continua a ispirare la Banca e il suo Presidente, proprio nei mesi in cui il Gruppo sta entrando a regime con le inevitabili difficoltà che ne derivano. Oggi BCC Roma rimane un punto di riferimento per il credito cooperativo che, pur in un contesto in evoluzione, deve continuare senza incertezze a sostenere gli italiani.

Il Direttore Generale Mauro Pastore ha tenuto a rimarcare quanto sia stato prezioso per lui e per tutta la Banca l’esempio operativo e valoriale fornito dal Presidente Liberati. Soprattutto su un punto: la ricerca dell’armonia tra tutte le componenti della Cooperativa, e quindi tra il management, la compagine sociale e il personale. È così, ha continuato Pastore, che non abbiamo mai perso di vista la dimensione mutualistica e solidaristica, che è ciò che deve continuare a contraddistinguerci anche in futuro: “Devo ringraziare il Presidente per la sua tenacia – ha detto Pastore – la sua azione di costante abnegazione per la Banca, sempre nel segno dell’esigenza di coniugare le dimensioni aziendali con i valori di riferimento tipici del credito cooperativo. BCC Roma ha dimostrato come questo sia possibile. E lo ha fatto con il proprio tradizionale stile aziendale, sia dal punto di vista della operatività bancaria che dal punto di vista sociale. La Banca è una medaglia a due facce: la faccia dell’impresa che deve operare con efficienza e produrre utili, e la faccia sociale di una realtà immersa nel territorio e che quindi opera per la costruzione del bene comune”. In merito alle sfide future, Pastore ha auspicato che il cliente possa continuare a entrare in una filiale trovando lo stesso approccio relazionale di sempre. Il nuovo contesto di Gruppo dovrà pesare al di fuori dell’agenzia, quando il cliente potrà constatare l’esistenza di servizi e infrastrutture sempre più efficienti, soprattutto nel campo dell’informatica. Si tratta di investimenti che il Gruppo Bancario, con i suoi mezzi e la sua autorevolezza, potrà mettere in campo a vantaggio di tutte le 142 BCC aderenti: “Solo se questo avverrà, il credito cooperativo non correrà rischi di omologazione, mantenendo i tratti distintivi che ne hanno consentito il successo nel corso dei decenni”.

Nel suo intervento conclusivo il Presidente Liberati ha sottolineato come l’aver lavorato e conosciuto le persone del quartiere dove è nata la Banca abbia rappresentato un motivo di crescita umana e professionale inestimabile, un bagaglio di esperienze che è stato trasmesso lungo i decenni ai collaboratori nello sforzo di preservare un modo di fare banca localistico, sempre vicino a piccole imprese e famiglie.

Tra i tanti episodi cruciali dei suoi 57 anni di lavoro Liberati ha ricordato i giorni difficili della scomparsa improvvisa di Enzo Badioli, uomo che è stato un punto di riferimento per la cooperazione italiana e maestro di vita aziendale, e le due udienze concesse alla Banca e ai suoi soci dai Pontefici Giovanni Paolo II e da Papa Francesco. Giovanni Paolo II chiese alla BCC di Roma di continuare a rendere un servizio di solidarietà con lo sguardo attento ai principi e agli insegnamenti della dottrina sociale della Chiesa. Papa Francesco, invece, esortò a coltivare l’economia dell’onestà, a mantenere intatta l’anima mutualistica pur in un contesto di continua crescita dimensionale. Possiamo dire con certezza che fino ad ora – ha concluso Liberati – la Banca è riuscita a vincere questa sfida.

Un banchiere che si è fatto da sé

Pubblichiamo un estratto dalla prefazione a La banca della gente, scritta da Gianni Letta

Accanto all’Italia che chiacchiera c’è un’Italia che lavora come e più di prima. Un’Italia che conserva la sua vitalità, che coltiva la sua operosità, che vuole essere competitiva, che crede nei valori, che non perde entusiasmo, che non cede al pessimismo e non si abbatte, ma continua a impegnarsi, perché vuole misurarsi in Europa e nel mondo.

Che non si chiude nell’egoismo, ma sa guardare e aprirsi agli altri, perché crede nella solidarietà.

A quest’Italia appartiene Francesco Liberati, un banchiere che, come si diceva un tempo, “si è fatto da sé”. Un gentiluomo di antico stampo immerso nella realtà del presente, che opera in un campo delicato e difficile come la finanza secondo i principi antichi della competenza, della capacità, del merito, della moralità e della correttezza.

È nato a Scurcola Marsicana, un piccolo paese della Marsica, in Abruzzo. Piccolo ma sano, ordinato, sorridente direi. Sconosciuto ai più, eppure collocato nel cuore della storia. Poche case attorno a una grande chiesa ricca di memoria e di trofei: Santa Maria della Vittoria, così chiamata in memoria di un evento memorabile dell’evo antico, la sconfitta di Corradino di Svevia da parte di Carlo I d’Angiò, nel 1268. Una battaglia epica combattuta nei piani Palentini, proprio a ridosso di Scurcola Marsicana, ma che Dante ribattezzò, immortalandola, nel XXVIII canto dell’Inferno: «e là da Tagliacozzo, / dove sanz’arme vinse il vecchio Alardo». «Sanz’arme», dice Dante, eppure lo schieramento degli eserciti era imponente dall’una e dall’altra parte. La vittoria fu un capolavoro di strategia e di tattica, dove l’intelligenza e l’astuzia poterono più delle armi, come il poeta sottolinea per esaltare il contributo di Alardo di Valéry, il saggio consigliere di Carlo I d’Angiò. Così si vincono le battaglie, con l’intelligenza più che con la forza, con la passione, l’impegno, la fiducia e la fede, la fatica, lo studio, l’abilità, la dedizione. È quello che tanti secoli dopo, in condizioni e circostanze molto diverse, ci insegna Francesco Liberati con la testimonianza della sua vita di abruzzese che vive e opera nel mondo di oggi, che adotta gli strumenti e la tecnologia della modernità, ma non dimentica i principi antichi e le radici della sua terra natale.

L’Abruzzo, una regione che vive i fermenti nuovi dell’epoca nostra senza rinnegare la tradizione e che tiene in conto – così come dovrebbe essere sempre – il valore dell’austerità, della sobrietà, della serietà tipici della sana provincia italiana. Una regione dove religione, sentimento, sacrificio, dovere e morale non sono parole vuote di senso. Lì si respirano e si vivono i valori veri dell’esistenza. Quelli che ti porti dietro per tutta la vita: il rispetto per gli altri, la responsabilità personale, la serietà, l’impegno e il lavoro, la solidarietà e l’amicizia, quella vera e autentica, non quella troppo spesso basata sulle convenienze e sull’ipocrisia. Così Francesco Liberati, forte di quei principi e dei valori della sua terra, ha affrontato la sua vita professionale e le sfide che ha incontrato lungo un percorso arduo, lungo e faticoso.

La missione di far crescere una banca differente

Nella postfazione di Alessandro Azzi il senso di un percorso esaltante, al servizio di una idea civile di economia

Forse non si considera abbastanza, quando parliamo di “banchieri di territorio” (nell’accezione più importante del termine) quanto possa essere particolare, e difficile, esercitare questo mestiere nei contesti che ho appena abbozzato nella loro veloce sequenza. Dietro ciascuna di quelle trasformazioni ci sono decisioni, modi di pensare, cambiamenti culturali, economici, sociali. C’è, nello specifico, anche un percorso politico, istituzionale e normativo che ha visto le banche di credito cooperativo passare da una sorta di minorità alla capacità di ritagliarsi uno spazio di prim’ordine, oggi riconosciuto da tutti, all’interno dell’industria bancaria italiana. Un percorso esaltante, del quale Liberati e io abbiamo vissuto insieme tappe significative, in grande e feconda sintonia. Ciò è stato possibile anche grazie al lavoro di tante persone che hanno fatto la storia recente del credito cooperativo. Che hanno lavorato, come Liberati, per quella che hanno sempre considerato una vera e propria missione. Avendo sempre ben chiari quali fossero gli obiettivi a cui tendere: incarnare l’idea di una banca differente. Basata sui principi della cooperazione mutualistica. Non vocata al profitto individuale, ma al raggiungimento di un vantaggio collettivo. Nata con la volontà di contrastare, a partire proprio dalle periferie, il fenomeno drammatico dell’usura. E farlo in una metropoli come Roma – in questo senso in controtendenza rispetto alla “normalità” delle banche di credito cooperativo italiane, quasi tutte nate e sviluppate in contesti decisamente meno urbanizzati, se non addirittura rurali – credo abbia avuto, e abbia tuttora, un valore particolare.