Italia tra paura e speranza

di Maurizio Aletti

Il rapporto del Censis pubblicato a dicembre ci racconta un Paese prima fiaccato dalla crisi economica e poi aggredito dal virus. Se è vero che nei momenti di difficoltà la società italiana ha resistito e ha saputo rilanciarsi, adesso occorrono interventi concreti e in profondità. E occorre fare presto

Il virus ha aggredito una società già provata da una lunga crisi economica. Questa è la sintesi che ci ha proposto il Censis nella suo annuale rapporto sullo stato dell’Italia, pubblicato lo scorso dicembre. Abbiamo infatti già vissuto anni di decrescita degli investimenti e di incertezza sulle prospettive future. 

Certo, la distribuzione di bonus e sussidi ha calmierato le difficoltà di imprese e famiglie. Ed è anche vero che in tutte le epoche di crisi, la società italiana ha resistito e ha saputo rilanciarsi “grazie a un curioso e originale intreccio dei suoi tessuti costituenti”. Il nostro Paese aspetta e sa di avere risorse, competenze, intuizione ed esperienza per ricostruire i sistemi portanti dello sviluppo. Ma la realtà odierna, ci fa sapere il Censis, ci impone una consapevolezza: per rimettere in cammino l’economia e risaldare la società occorrono interventi concreti e in profondità. E occorre fare presto.

E questo perché ben il 73,4% degli italiani indica nella paura dell’ignoto e nell’ansia conseguente il sentimento prevalente. I numeri sono chiari. Nel secondo trimestre il Pil è franato del 18% in termini reali rispetto all’anno scorso, i consumi delle famiglie del 19,2%, gli investimenti del 22,9%, l’export del 31,5%. Poi il rimbalzo congiunturale nel terzo trimestre ha attutito il colpo. Ma rispetto al dicembre 2019, nel giugno 2020 la liquidità delle famiglie (contante e depositi a vista) ha registrato un incremento di 41,6 miliardi di euro (+3,9% in sei mesi) e ora supera i 1.000 miliardi. Gli italiani, insomma, si cautelano mettendo al sicuro i propri soldi. Almeno coloro che possono. 

L’altro allarme lanciato dal Censis riguarda l’annoso tema delle disuguaglianze. Il 90,2% degli italiani è convinto che l’emergenza e il lockdown abbiano danneggiato maggiormente le persone più vulnerabili. È una società, la nostra, “sfibrata dallo spettro del declassamento sociale, in cui il 50,3% dei giovani vive in una condizione socio-economica peggiore di quella vissuta dai genitori alla loro età”. Una società che anche prima si presentava divisa, ma adesso è decisamente spaccata. Una situazione che accentua l’insicurezza: pochissimi sono disposti a rischiare, solo il 13% degli intervistati si dice infatti pronto ad aprire un’impresa.

Aggiungiamo a questo quadro poco confortante che tanti tra i non garantiti sono scivolati nella povertà. Difficile stabilire quanti poveri in più ci siano in Italia. Il Censis però mette in evidenza due cifre: da marzo a settembre ci sono 582.485 individui in più che vivono nelle famiglie che percepiscono un sussidio di cittadinanza, in crescita del 22,8% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. Moltissimi poi sono in difficoltà anche se non sono ufficialmente “poveri”: vive con insicurezza il proprio posto di lavoro il 53,7% degli occupati nelle piccole imprese, contro un più contenuto 28,6% dei lavoratori presso le grandi aziende.

Cosa possiamo fare di fronte a questi dati preoccupanti? Il Credito Cooperativo deve proseguire, come sta facendo, sulla sua strada, quella che ha contribuito nei decenni allo sviluppo di migliaia di piccole imprese e alla tenuta dei tessuti economici territoriali. Certo, deve rinnovarsi mettendosi sulla linea d’onda di un mondo che si sta trasformando a velocità mai viste prima, ma facendo leva sui valori che da sempre ne ispirano l’azione: la mutualità, la solidarietà, il localismo. Solo così potremo uscire da questo cono d’ombra più forti di prima.