In una Basilica i grandi del passato

Sansovino, Raffaello e Caravaggio: sono solo alcuni dei grandi dell’arte che hanno legato il loro nome alla Basilica di Sant’Agostino in Campo Marzio, edificio rinascimentale dell’Ordine agostiniano

di Francesco Rotatori

Roma, 26 luglio 1512: nel giorno di Sant’Anna viene inaugurato l’altare fatto erigere da Johann Goritz, protonotario apostolico, sul terzo pilastro a sinistra nella Chiesa di Sant’Agostino in Campo Marzio. In alto campeggia un vivace affresco di Raffaello rappresentante il Profeta Isaia. Eseguito in un momento in cui il pittore urbinate va affrescando le celebri scene della Stanza di Eliodoro in Vaticano, Isaia, desunto dai modelli michelangioleschi della volta della Cappella Sistina, sta srotolando di fronte a noi una pergamena scritta in ebraico e riportante le parole del secondo versetto del 27° capitolo del suo Libro. Due putti reggifestoni, uno dei quali riprende la posa dell’Apollo Sauroctons di Prassitele, sostengono una tabula ansata in cui un’iscrizione in greco evidenzia la dedica a Sant’Anna, alla Vergine e al Cristo. L’affresco intende rendere testimonianza alle tre profezie di Isaia relative alla maternità virginale di Maria e alla nascita di Gesù, con la conseguente apertura delle porte del Paradiso ai credenti. Se il vigore del profeta deriva dall’osservazione dei suoi “colleghi” affrescati da Michelangelo, l’uso del colore, così corposo e vibrante, riflette il coevo interesse del Sanzio per la pittura veneziana.

Andrea Sansovino, Madonna col Bambino e Sant’Anna, 1510-1512

Al di sotto, lo scultore Andrea Sansovino rappresenta il gruppo della Vergine, il Bambino e Sant’Anna fondendo la sua passione per l’antico con lo studio per le espressioni e le relazioni affettive fra le figure, legate dagli atteggiamenti in un sinuosa linea.

Caravaggio, Madonna dei pellegrini, 1603-1605

Per qualche tempo, il giorno della festa di Sant’Anna si trasformerà in un’occasione per omaggiare l’altare con poesie encomiastiche in latino. L’affresco di Raffaello modificherà la fisionomia della stessa chiesa: nel corso dell’Ottocento si deciderà addirittura di decorare altri cinque pilastri della costruzione con altrettanti profeti, così da omologarli all’originale raffaellesco, in riscontro al successo senza tempo dell’opera.

Raffaello, Profeta Isaia, 1512

 

Il folklore popolare romano ricorda, tuttavia, l’edificio per un’altra celebrazione, quella che si tiene ogni seconda domenica di ottobre. Si tratta della Madonna del Parto, il cui culto ruota attorno alla statua di Jacopo Tatti detto il Sansovino, allievo dell’Andrea sopracitato e di cui eredita il soprannome, che si trova vicino all’ingresso. Il gruppo scultoreo, estremamente classicheggiante, è stato assunto a simbolo della protettrice delle partorienti e nel corso del XIX secolo papa Pio VII concede perfino un’indulgenza a chi ne baci il piede. È per tali motivi che la statua è oggi circondata da ex-voto e il suo piede in marmo, per la consunzione, è stato sostituito con uno d’argento. La particolare venerazione della statua, in certi casi spintasi sino all’euforia religiosa, è oggetto di un sonetto in romanesco del poeta G.G. Belli, che denuncia l’estremismo di certe pratiche cultuali.

Jacopo Sansovino, Madonna col Bambino
detta del Parto, 1516-1521

Ma i Sansovino e Raffaello non sono gli unici grandi artisti che hanno legato il loro nome alla Basilica di Sant’Agostino in Campo Marzio, edificio rinascimentale dell’Ordine agostiniano a cui si accede per mezzo di un’alta scalinata, che lo rialza di molto rispetto al piano del terreno.

Giovanni Lanfranco, San Guglielmo d’Aquitania assistito dalla Madonna, 1615

Nella Cappella Cavalletti spicca la Madonna dei pellegrini di Caravaggio. Il Merisi raffigura la Vergine, studiata dal vivo da una modella, o meglio una prostituta del rione, mentre si sporge in avanti, al di fuori della povera casa. Ella regge il Divin Bambino ed è adorata da due pellegrini in abiti moderni. Il riferimento diretto è alla Santa Casa di Loreto e al pellegrinaggio a essa connesso, cui è legato anche il committente, il funzionario pontificio Ermete Cavalletti, membro dell’Arciconfraternita della Trinità dei Pellegrini. Alla sua morte, questi lascia nel testamento la volontà, esaudita dalla moglie, di far erigere una cappella proprio alla Vergine di Loreto.

Sant’Agostino, altare maggiore

Si citi ancora, tra gli altri, il ciclo di Giovanni Lanfranco, parmense e allievo dei Carracci, nella cappella Bongiovanni. Esso già anticipa molte caratteristiche delle tendenze barocche che si faranno strada nel decennio successivo. Nel San Guglielmo d’Aquitania assistito dalla Madonna Maria, sospesa su una nuvoletta, soccorre il santo porgendo a una delle ancelle che lo sorreggono un unguento. Il povero Guglielmo, in abito nero e rappresentato sofferente mentre accetta di buon grado le cure delle sue assistenti, è stato difatti seviziato dai diavoli che il pittore dispone in lontananza: ne distinguiamo in alto le sagome brunastre in controluce. La loro fuga, quasi come una danza rocambolesca, si contrappone alla diagonale armoniosa in primo piano data dalla concatenazione dei gesti delle figure sacre. 

Quest’articolo vuole essere, dunque, un invito a visitare o a tornare a rivedere e a vivere luoghi come questo, manifestazioni della gloriosa storia della grande bellezza italiana.