Il libro come salvezza dalla solitudine e dalla paura

La Cura è il titolo del nuovo libro di Marco Testi, storico della letteratura e critico letterario, edito da Fuorilinea con la prefazione dello psichiatra e psicoterapeuta Tonino Cantelmi

Cantelmi afferma che la lettura ci consente di aprirci a nuovi orizzonti, a innumerevoli possibili futuri immaginari, consentendoci di sviluppare elementi fondamentali di flessibilità psicologica, innescando un circuito virtuoso che si rinforza nel tempo aiutandoci all’adattamento delle situazioni più difficili, come è accaduto con l’irrompere della pandemia. Per questo, secondo Cantelmi, La Cura è uno di quei libri che può salvare dalla solitudine e dalla paura della nostra società tecnoliquida, incessante, veloce e dai tratti disumanizzanti. La lettura, dunque, cura l’anima.

E del resto l’autore stesso, con la parola d’ordine “leggere per salvarsi e salvare” ci fa capire che leggere aiuta perché riesce ad attivare e rafforzare le nostre capacità empatiche, a metterci in relazione e immedesimarci con l’altro da noi. Leggere come cura, non solo e non tanto come finalità legata all’azione terapeutica guidata, attraverso la biblioterapia, ma come momento di empatia e di coinvolgimento a tutti i livelli che rimane in noi e vive con noi, offrendoci uno strumento in più per affrontare non solo la parola condivisa con gli altri ma la vita stessa perché.

Marco Testi ci offre un libro curato nella forma tipografica e profondo, con una ricerca di autori moderni e contemporanei, con un’analisi che va in profondità e che ci consente di assaporare pagina per pagina, parola per parola, capitolo per capitolo. Dieci capitoli in cui la cura della lettura è presentata ed analizzata: dalla riscoperta del senso della nostra vita a quella di noi stessi, con i nostri inevitabili limiti ma anche con le forze che pensavamo di non possedere. L’autore ci aiuta a capire come la poesia possa rappresentare una cura, così come il saper riconoscere la bellezza nascosta nella canzone, in un apposito capitolo dove “incontriamo” la cura di Battiato, De André, Dylan ed altri.

La cura dell’amore passa attraverso gli intrecci umani del bene e del male, vedi il Giorgio Bassani di “Il giardino dei Finzi Contini”, o il Graham Greene di “Fine di una storia”, o addirittura un Papa, il Karol Wojtyla di “La bottega dell’orefice”. 

Testi poi ci parla della cura del racconto nella percezione di esperienze o di ricerche di ragioni come il volume sul “Narrare” di Franco Rella, o di Ray Bradbury in “Fahrenheit 451” o di Horold Fisch in “Un futuro ricordato”, e poi della cura nella risposta del nostro io profondo ai momenti di crisi, quando tra cammini, tensioni e visioni ci sentiamo vicini ad un Junger, o a un Kerouac,, oppure a Tolstoj, a Terzani ma anche ad una Morante o una Robinson.

La cura del viaggio nel quotidiano è, per Testi, come uno specchio su cui si riflette il nostro sguardo, e allora ci sentiamo come l’“Ulisse” di Joyce o il contemplatore stupito per la “quotidianità” della scoperta, nell’“Aleph” di Borges, oppure individuiamo la trappola della città non a misura d’uomo come nel “Popolo degli abissi” di London o grazie alla neutralità dello sguardo di Geminello Alvi in “Eccentrici”.

In questa cura non ci potevano non essere anche i racconti della Storia con la maiuscola, che ci fanno riflettere anche sul nostro possibile futuro: dal “Saggio storico sulla rivoluzione napoletana del 1799” di Vincenzo Cuoco, del 1801, al diario di Etty Hillesum, morta ad Auschwitz nel 1943, dall’insegnamento del passato quale recupero di saggezza storica come in “Memorie di Adriano” di Marguerite Yourcenar al romanzo economico di Pierangelo Dacrema che sostiene l’ipotetico incontro tra Marx e Keynes, perché nell’era della virtualità tutto è possibile. Una narrazione economica che ci presenta una possibilità, forse appunto utopica, di gettare le basi per una nuova società in cui il denaro non sia il dio adorato in molte forme, e non tutte consapevoli.

Dalla storia alla cura del mito, dove si nascondono le armi per l’accettazione del qui e dell’ora. Marco Testi esamina autori come Ezra Pound, Georges Bataille, Cesare Pavese, John Ruskin e Carl Jung che lascia molto pensare con quella espressione, ricordata dall’autore, “Io non credo, io so”. In questo quadro occorre soffermarsi sul grande filosofo francese Paul Ricoeur (1913-2005) il cui impegno è stato quello di unire gli sforzi della scienza, della filosofia e della psicoanalisi per arrivare ad intuire le fondamenta di una esistenza che non poteva essere ridotta a pura materia. Uno degli elementi basilari di questa ricerca è stato il simbolo, da intendersi non come una equazione concreto-astratto, bensì come sprofondamento nel senso originario dell’esistenza. Ricoeur si è confrontato con quelli che chiamava i maestri del sospetto: Freud, Marx e Nietzsche. Non temeva il confronto con i critici della fede, della solidarietà, delle certezze e della razionalità. Ha sempre privilegiato il discorso, il linguaggio e la comunicazione. Ricoeur rappresenta il tentativo di riportare scienze, linguaggio e ricerca spirituale all’unità perduta, non nel senso di uno schiacciamento forzato – scrive Marco Testi – ma come atteggiamento di apertura verso il non conoscibile e il non misurabile. Per tornare a meravigliarsi di quello che abbiamo già. 

Ed infine, ma non ultima, anzi, la cura della speranza. La speranza la possiamo trovare nella conoscenza del fuori o della nostra interiorità. Marco Testi ci invita a leggere autori come Hermann Hesse, Pomilio, Tozzi, Eben Alexander, Pietro Citati, Hadjadj, Chesterton: ognuno porta un suo contributo, tra follia e saggezza, ritorno alla fede o di ciò che abbiamo perso. 

Una delle conclusioni di questo percorso si cela nel rapporto tra letteratura, arte, cultura di un ceto periodo storico, ma con un percorso condiviso. Ed è in quel passaggio in cui Marco Testi scruta il messaggio di Leonardo da Vinci: “… la bellezza non sia solo fuori di noi, ma nel modo in cui noi stessi, piccoli artisti inconsapevoli, riusciamo a entrare in contatto con la scintilla di vita celata nell’apparenza delle cose”.

Umberto Massimiani