Il futuro delle banche locali

Nel suo ultimo libro, pubblicato da Ecra, il noto economista Rainer Masera ritorna sulle problematiche indotte da una regolamentazione bancaria che continua a non riconoscere la differenza tra banche di grandi dimensioni e banche di comunità legate ai territori

di Maurizio Aletti

È appena uscito (pubblicato da Ecra, la casa editrice del Credito Cooperativo italiano) un interessante libro di Rainer Masera, illustre banchiere ed economista italiano, che ci riguarda da vicino. Si chiama Community Banks e banche del territorio, e spiega con chiarezza quello che secondo l’autore è l’errore che si è compiuto nel recente passato assolutizzando la pratica di una regolamentazione bancaria identica per tutte le tipologie di intermediari, rendendola un dogma. Dogma in base al quale, dallo scoppio della crisi, le regole bancarie europee non hanno saputo distinguere, come invece avvenuto negli Stati Uniti, tra banche di grandi dimensioni e banche di comunità legate ai territori.

“La spiegazione ufficiale – scrive Masera – asserisce che ciò è stato necessario per assicurare un campo di gioco livellato per tutte le imprese bancarie nel mercato unico”. Masera spiega che in realtà si è verificata una situazione addirittura opposta. Le banche piccole e medie locali/regionali, infatti, sono state penalizzate sotto il profilo competitivo per svariate ragioni. Elenchiamone alcune, riprendendo le parole dell’autore: “i costi di compliance sostanzialmente fissi derivanti da una regolazione ipertrofica sempre più complessa, articolata e in continuo cambiamento; il mancato/insufficiente riconoscimento della diversa impronta sistemica delle banche locali rispetto alle grandi banche internazionalmente attive; il vantaggio in termini di costo di finanziamento delle banche sistemiche, considerate troppo grandi per fallire, prima dell’introduzione dello schema di risoluzione per le banche europee dal 2014”.

Masera guarda al sistema bancario americano, nel quale è pienamente riconosciuta la funzione anticiclica e la resilienza delle migliaia di “community banks”, confrontabili come struttura e mission con le nostre Banche di Credito Cooperativo e Casse Rurali. E analizza, nel dettaglio il percorso che ha portato ad una sostanziale negazione, nel contesto europeo, di quel necessario “principio di proporzionalità” nella applicazione delle regole, senza tenere conto della profonda differenza in termini organizzativi e di obiettivi di mercato tra banche di grande e grandissima dimensione e banche locali cooperative e mutualistiche.

È per questo, conclude Masera, che è necessario sostenere il percorso, avviato recentemente nell’Unione Europea, finalizzato a introdurre un sistema veramente proporzionale di regolazione bancaria. Obiettivo: “ridurre le distorsioni competitive artificiali, mantenere un sistema bancario diversificato e favorire il sostegno creditizio alle imprese medie e piccole che continuano a rappresentare un settore chiave dell’economia in tutto il vecchio Continente”.

Da segnalare la prefazione, per nulla rituale, del Governatore della Banca d’Italia Visco, che sottolinea come le tesi proposte da Masera siano da valutare con attenzione. Visco scrive che nel modello statunitense di regolamentazione bancaria le banche sono raggruppate in classi e la severità dei vincoli normativi è direttamente proporzionale alla loro dimensione. Con questo modello “si eviterebbe che gli oneri necessari per adempiere agli obblighi posti dalla normativa, molti dei quali hanno la natura di costi fissi, producano un vantaggio, date le economie di scala, per le banche più grandi a scapito di quelle minori”.

Possiamo dire che, al di là delle normative vigenti, quello che è certo è che la nostra Banca continuerà a dare corpo alla sua missione localistica. Quella missione che continua a renderci un punto di riferimento riconosciuto e riconoscibile da famiglie e piccole imprese.