Il Foro di Augusto e Nerva

Costruito tra il 30 ed il 27 a.C., anni cruciali durante i quali Ottaviano sconfigge definitivamente Antonio, il Foro di Augustosi presentava agli occhi dei frequentatori come qualcosa di assolutamente meraviglioso.Il Foro di Nerva, invece, fu voluto e quasi completato da Domiziano

di Sabrina Valenti

Ogni Foro voluto e costruito immediatamente dopo la fine della Repubblica, a partire da quello di Giulio Cesare, ha il proprio tempio dedicato alla divinità legata in vario modo all’autocrate o all’imperatore che lo aveva voluto.

Nel Foro di Augusto c’è il tempio di Marte: il dio della guerra.

Augusto (ancora Ottaviano a quei tempi), affrontando nel 42 a.C. Bruto e Cassio, gli ideatori ed esecutori dell’assassinio di Giulio Cesare, suo padre adottivo, è a Marte che chiede aiuto, sostegno, nel nome della vendetta.

E a lui promette di erigere un tempio a Roma, nel cuore del futuro Impero.

Tornato vittorioso in patria, non solo erige il tempio, ma decide di costruire intorno al tempio stesso, un nuovo Foro, all’interno del quale collocare il santuario dedicato alla divinità.

Il nuovo Foro non sarà costruito immediatamente dopo il suo ritorno, passeranno probabilmente degli anni, che vedranno il radicale cambiamento della politica, della società, ma anche della cultura della Roma Repubblicana.

Negli anni successivi la vittoria di Augusto a Filippi, si assisterà alla sua inarrestabile ascesa e alla crescita e al cambiamento di Roma, una città che, come lo stesso Augusto disse, aveva trovato in mattoni e prometteva di restituire in marmo.

La vera edificazione del Foro di Augusto deve essere collocata con ogni probabilità tra il 30 ed il 27 a.C., anni cruciali, durante i quali Ottaviano sconfigge definitivamente Antonio ed acquisisce il titolo di Augusto; la costruzione del nuovo complesso, si viene a collocare tra il Foro Romano, il Foro di Cesare e la Basilica Emilia e la Subura, il vasto, popoloso e malfamato quartiere popolare, corrispondente all’attuale rione Monti, separato dai luoghi del potere, dal possente muro in opera quadrata di peperino e pietra gabina, alto circa 30 metri.

Lo spazio del Foro era dominato dal tempio dedicato a Marte Ultore, imponente rispetto alla piazza antistante; la piazza, era affiancata, per tutta la sua lunghezza, da due stretti e lunghi corridoi che ne costituivano gli accessi laterali.

In base agli arredi architettonici e alle decorazioni che ci sono giunte in frammenti, possiamo affermare che il Foro di Augusto doveva presentarsi agli occhi dei frequentatori come qualcosa di assolutamente meraviglioso: uno scintillio ed una ricchezza incredibile di colori, derivati dai marmi colorati e dalle statue dai quadri e dai fregi dipinti.

La superficie scoperta della piazza era lastricata in marmo bianco lunense (il pregiatissimo marmo di Carrara, chiamato dai Romani marmor lunensis) come era sempre in marmo di Luni il tempio di Marte Ultore, disposto su di un alto podio; ai lati si svolgeva il portico, costituito da un’unica fila di colonne in giallo antico, marmo estratto in cave situate in Tunisia. Il pavimento sotto i portici, profondo per tutta la lunghezza tredici metri, era in opus sectile, raffinata tecnica artistica che utilizzava marmi tagliati per realizzare pavimentazioni e decorazioni murarie ad intarsio. Lo schema dell’opus sectile era costituito da un grande reticolo in bardiglio (altro pregiato marmo italiano), che contenevano fasce in giallo antico con all’interno lastre in marmo africano. Sul fondo dei portici, dal lato del tempio, erano presenti due esedre, schermate da undici possenti pilastri in cipollino lucente. All’interno delle esedre la pavimentazione era caratterizzata da un’alternanza di lastre rettangolari in africano e giallo antico, a formare una scacchiera. Per la prima volta si assisteva a Roma, all’uso imponente di marmi variopinti, che dovevano creare un effetto di splendore e ricchezza assolutamente incredibili.

A completare l’abbondanza delle decorazioni presenti, erano gli apparati figurativi, costituiti da statue e quadri che rappresentavano gli antichi miti e le storie della Repubblica: la statua di Enea, con Anchise e Ascanio, in fuga da Troia; Romolo e gli antenati della gens Giulia e poi i Summiviri, le più grandi personalità della Repubblica. Il significato insito in quest’esposizione, doveva essere chiaro a tutte le persone che attraversavano il Foro: un complesso manifesto ideologico, volto a confermare e giustificare il potere ed il ruolo di Augusto, legato alla genesi divina della sua gens Iulia, congiunto direttamente all’origine di quella Romana.

Il Foro di Augusto, rimase sempre il luogo in cui convergevano tutti gli aspetti della guerra e del trionfo romano: qui si riuniva il Senato per decidere sulle dichiarazioni di guerra e per sancire la pace; qui, sull’altare del tempio, i governatori compivano sacrifici prima di partire per le province e qui venivano erette le statue dei generali vincitori.

Il Foro di Nerva, fu in realtà voluto e quasi completato da Domiziano, ma fu inaugurato solo dopo la sua morte, dal suo successore, Nerva, nel 97 d.C.. Questo Foro viene definito anche Transitorium, a causa della sua posizione: il Foro infatti sostituiva il primo tratto dell’Argiletum, la strada di accesso al Foro dall’Esquilino, e metteva quindi in comunicazione i Fori allora esistenti: il foro repubblicano, quello di Cesare e di Augusto, con il Tempio della Pace.

Aveva quindi una funzione di passaggio pedonale e piazza monumentale e Rabirio, l’architetto incaricato di eseguire il Palatium imperiale di Dominziano, sul Palatino, che si occupò anche della costruzione del Foro, adattò gli elementi architettonici allo spazio disponibile, cercando di creare accorgimenti ottici per costruire artificialmente la dimensione della profondità che mancava.

Il complesso era delimitato da alte mura in blocchi di peperino rivestiti da lastre di marmo, con accessi verso il Foro Romano e verso la Subura. L’ingresso verso la Subura, denominato Porticus Absidata dai Cataloghi Regionari di età costantiniana, era preceduta dal tempio di Minerva, la dea protettrice di Domiziano che, alla sua morte, gli avrebbe assicurato l’apoteosi tra gli dei, come aveva già fatto con Ercole.

Mancando lo spazio per creare dei portici, furono costruiti pseudoportici con la tecnica dell’illusione ottica, accostando colonne alle mura e unendole ad essa mediante elementi di trabeazione sporgenti. Il fregio che correva sulla trabeazione rappresentava il mito di Minerva: una scena ancora riconoscibile, mostra la dea nell’atto di colpire una donna inginocchiata. Si tratta di Aracne, la mortale che aveva osato sfidare la dea nell’arte della tessitura e che fu da lei trasformata in ragno, condannata per sempre a tessere la tela.