I tesori di San Francesco a Ripa

La chiesa di San Francesco a Ripa richiama i soggiorni romani del Santo d’Assisi. Al suo interno alcuni capolavori tra cui la celeberrima Beata Ludovica Albertoni

di Gian Lorenzo Bernini

San Francesco a Ripa, facciata

San Francesco d’Assisi fu a Roma almeno due volte in vita sua, nel 1210 per richiedere la conferma della regola francescana a Innocenzo III, e svariati anni dopo, per ottenere da Onorio III l’approvazione pontificia alla suddetta regola (episodi resi celebri dagli affreschi di Giotto nella Basilica superiore di Assisi). Il Santo soggiornò nell’ospizio accanto alla piccola chiesa di san Biagio, un edificio di culto che sorgeva nella zona trasteverina accanto al porto di Ripa Grande. Dopo aver ceduto il complesso ai Frati Minori, la chiesa fu riedificata nel 1231, prendendo l’appellativo con cui è conosciuta oggi. Perduta la chiesetta originaria, del Santo rimangono alcune reliquie e la cella, inglobata nelle successive ristrutturazioni che ne hanno più volte modificato l’assetto a partire dagli anni ’30 del Cinquecento e proseguiti per tutto il secolo successivo.

Entrando, il fedele noterà che vi sono numerosi cenotafi e monumenti funebri: all’ingresso, ad esempio, troverà quelli di Tommaso Raggi e di sua moglie Ortensia Spinola, marchesi genovesi attivi nell’orbita barberiniana e discendenti di quella Suor Maria Raggi per cui Bernini, su commissione dapprima del fratello Ottaviano, poi dello stesso Tommaso, edificò una memoria in Santa Maria sopra Minerva.

G.B. Gaulli detto il Baciccio, Vergine con Bambino e sant’Anna

Dal punto di vista artistico, sono soprattutto le cappelle sulla sinistra a spiccare.

Nella prima, si ammira un grande quadro del francese Simon Vouet, La natività di Maria: un’orchestrata composizione, che nei suoi giochi di luce e di drappi rossi rimanda alla lezione caravaggesca con cui il giovane artista aveva esordito a Roma, e tuttavia i suoi luminismi, così come la brillantezza delle vesti delle ancelle in primo piano che assistono sant’Anna – in secondo piano, ancora allettata – e lavano con cura la neonata Maria, già preannunciano gli esiti classicisti verso cui si avvierà in un momento di maggiore maturità. Giunto a Roma nel 1614, Vouet aveva cavalcato l’onda della pittura di scuri e luci dirompenti del Merisi e dei suoi imitatori, per poi volgere pian piano verso la lezione classicista della scuola bolognese, prima di tornare in Francia nel 1627 e diventare uno dei capisaldi del classicismo francese. Si annoti che da questo ambiente è possibile accedere a un piccolo vano dove sono conservate le spoglie di Giorgio De Chirico assieme a suoi tre quadri.

Francesco Salviati, Annunciazione

Nella cappella successiva, quella Castellani, spicca sull’altare l’Annunciazione di Francesco Salviati (1533 ca): un olio realizzato dal fiorentino negli anni del suo aggiornamento romano e nel quale egli mescola liberamente prototipi della sua generazione e di quelle precedenti, in primis l’Annunciazione di Cestello del Botticelli, non disdegnando tuttavia le ambientazioni architettoniche del Raffaello maturo e le torsioni delle figure dei suoi allievi. Oltre alla pala, la cappella è da ricordare per gli affreschi degli anni ’20 del Seicento che la ricoprono completamente, opera di Giovan Battista Ricci da Novara e Cristoforo Greppi ticinese: sulla volta Dio padre troneggia in paradiso, mentre sulle pareti le lunette in alto raccontano due episodi della vita della Vergine, e tutt’intorno figure di sibille e profeti si allungano in cornici stuccate con fare ancora tardomanierista nonostante la data.

G. b. Ricci e C. Greppi, Salomone

G. b. Ricci e C. Greppi, Profeta Isaia

Il vero capolavoro della chiesa è tuttavia custodito nella cappella di sinistra del transetto, la cappella di sant’Anna, costruita da Giacomo Mola nel 1625: si tratta della celeberrima Beata Ludovica Albertoni di Gian Lorenzo Bernini (1671-1674). L’anziano artista ha deciso di fermare scenograficamente in un sorta di frame un momento preciso della vita di Ludovica, terziaria francescana vissuta tra XV e XVI secolo e beatificata nel 1671: è il 31 gennaio 1533, e per la monaca è scoccata la sua ora. Bernini sceglie di coglierla un attimo prima della morte, in un eterno morire, con il corpo ancora scosso dagli spasmi, la bocca dischiusa a esalare l’ultimo respiro, le vesti traboccanti in un’esplosione di marmo. Ma la morte non è semplicemente la fine della vita, è anche il punto di contatto tra il mondo umano e quello divino, e così al di sopra della terziaria sono già apparsi svolazzanti e sorridenti gli angeli del paradiso. Sotto l’altare sono poste reliquie di Ludovica, che il fedele può venerare attraverso una grata disegnata da Gian Lorenzo e realizzata a forma di cuore in fiamme, a simboleggiare l’ardore dell’amore di Dio. Al di sopra della scultura berniniana fu poi posta una pittura del genovese Giovan Battista Gaulli detto il Baciccio raffiugrante La Vergine col Bambino e sant’Anna, a ricordare non solo la dedicazione della cappella ma anche le volontà della stessa monaca, che qui avrebbe voluta essere sepolta.

Con tutti questi accorgimenti, la cappella diventa dunque uno degli esiti maggiormente evocativi di quella teatralità barocca di cui Bernini fu indiscusso maestro.

Gian Lorenzo Bernini, Beata Ludovica Albertoni