I tesori dei Farnese nell’Ambasciata di Francia

Fu Papa Paolo III (appassionato di arti e cultore delle scienze) a completare Palazzo Farnese con l’aiuto di Michelangelo. Vi lavorarono altri grandi del Rinascimento e del Manierismo come il Vignola e Sangallo il Giovane. Con la sua mole sembra voler primeggiare sulle altre costruzioni, a simboleggiare l’orgoglio della nobile casata

di Francesco Rotatori

L’ascesa al soglio pontificio di Alessandro Farnese, divenuto Papa nel 1534 col nome di Paolo III, fu un vero toccasana per la città di Roma, ancora sconvolta dal Sacco operato dai Lanzichenecchi nel 1527.

Ercole Farnese, copia esposta nella Sala d’Ercole

Appassionato delle arti e cultore delle scienze, il pontefice promosse una serie di campagne di ricostruzione e rinnovamento dell’Urbe, che attrassero gli artisti, che in occasione del Sacco l’avevano abbandonata. Egli fu, in particolar modo, protettore e ammiratore di Michelangelo, che negli ultimi trent’anni di carriera operò nella Capitale.

Servendosi del Buonarroti, il Pontefice riuscì a completare i lavori del palazzo di famiglia, iniziati dall’architetto Antonio da Sangallo il Giovane.

Il Palazzo sorge isolato dal tessuto urbano: con la sua mole sembra voler primeggiare sulle altre costruzioni, a simboleggiare l’orgoglio della casata. In facciata, Michelangelo realizza il cornicione, decorato con i gigli farnesiani, ed evidenzia il grande balcone del piano nobile servendosi di una trabeazione rettilinea e di un enorme stemma papale, così da amplificare la corrispondenza con l’ingresso al pianterreno. Tramite il vestibolo, che Sangallo suddivide in tre navate, con volta a botte la principale e soffitti piani le laterali, si accede al cortile interno di forma quadrata. Mentre al Sangallo sono ascrivibili le arcate del pianterreno e quelle del piano nobile, a Michelangelo si deve la modifica dell’ultimo piano, separato da quello inferiore tramite un fregio a festoni. Mescolando liberamente gli ordini, l’ultimo piano presenta difatti fasci di paraste, prosecuzione dei pilastri dei piani inferiori, collocate su piedistalli e terminanti in capitelli corinzi.

All’emiliano Vignola, invece, si deve la facciata che dà sul giardino. Qui era stato collocato il celebre gruppo marmoreo del Toro Farnese, noto anche come Supplizio di Dirce, ritrovato alla metà del XVI sec. presso le Terme di Caracalla e oggi ospitato, assieme a tutte le antichità della collezione Farnese, al Museo Archeologico di Napoli.

Il palazzo, dal 1936 affittato dallo Stato italiano alla Francia come sede dell’Ambasciata, ospita al piano nobile varie sale di interesse storico-artistico.

Palazzo Farnese, facciata

Il Salone d’Ercole, che si eleva per ben due piani, prende il nome dalla statua dell’Ercole Farnese, una copia dell’originale ora a Napoli. Alle pareti, degli arazzi riportano alcuni degli affreschi delle Stanze di Raffaello in Vaticano, mentre il camino, opera del Vignola, è incorniciato da due figure allegoriche, l’Abbondanza e la Carità, che Giacomo della Porta aveva realizzato per il monumento funebre del papa Paolo III.

Galleria dei Caracci, visione d’insieme

La stanza centrale del piano è la Sala dei Fasti Farnesiani, affrescata dal fiorentino Francesco Salviati e, in seguito alla sua morte, dai fratelli Zuccari. Commissionati da Ranuccio Farnese, Cardinale di Sant’Angelo, gli affreschi fingono sculture, arazzi e architetture. Sulla parete Nord-Ovest è celebrato il mitico fondatore della dinastia, Ranuccio il Vecchio, mentre ottiene le terre di famiglia; su quella Sud-Est è papa Paolo III a essere omaggiato: l’avvento provvidenzialistico della sua ascesa al trono di Pietro è sottolineato dalla pace di Nizza, che il Papa riesce a far firmare ai regni rivali dell’Impero tedesco e della Francia, e dall’indizione del Concilio di Trento, in un tripudio di figure allegoriche e sontuose decorazioni. La sala è oggi lo studio dell’ambasciatore, e affaccia tramite il balcone del Buonarroti sulla piazza principale. Una curiosità: in questa sala è ambientata la scena culminante del secondo atto della Tosca di Puccini.

Toro Farnese, Museo Archeologico di Napoli

Il vano più celebre dell’intero Palazzo è la Galleria affrescata dai Carracci a partire dal 1597, dopo che l’équipe di artisti guidata dal bolognese Annibale aveva decorato il Camerino del Cardinale Odoardo. L’enorme volta a botte è concepita come una affollata galleria di dipinti, in cui l’effetto illusionistico è ottenuto non solamente dagli accorgimenti della quadratura, quanto dalla capacità tecnica di ricreare il colore dei diversi materiali illustrati: l’oro delle cornici, lo stucco delle decorazioni, il bronzo dei medaglioni, il marmo dei telamoni, il tutto raggiunto attraverso una sapiente regia compositiva e un uso magistrale della tecnica ad affresco. La volta mescola liberamente i prototipi studiati da Annibale, dagli exempla di Raffaello e Michelangelo a quelli di Tiziano e Correggio, sino ai marmi antichi. I nove finti dipinti appesi riportano le storie degli amori degli dei, con al centro il Trionfo di Bacco e Arianna, ispirato ai Baccanali del Vecellio, che celebrerebbe il matrimonio di Ranuccio Farnese con Margherita Aldobrandini.

Dal loro palazzo, i Farnese potevano così gloriarsi della fama della loro casata, celebrata dalla collezione antiquaria e dalla profusione delle opere d’arte frutto di anni di mecenatismo.

Palazzo Farnese, cortile interno