I rivoluzionari dell’arte americana

Sino a fine febbraio al Complesso del Vittoriano due eccezionali mostre sui maestri che già dagli anni successivi alla seconda guerra mondiale resero New York il centro dell’arte contemporanea. Andy Warhol e Jackson Pollock si presentano agli spettatori italiani con tele storiche capaci di mantenere intatta la straordinaria carica emotiva che li rese celebri

di Licia Sdrucia

La pittura americana esposta al Museo del Vittoriano a Roma appartiene ormai al mito, e può considerarsi una delle più importanti creazioni culturali degli Stati Uniti.

New York si è infatti sostituita a Parigi nel ruolo di Capitale dell’arte contemporanea già dagli anni successivi alla seconda guerra mondiale, divenendo un punto di riferimento per gli artisti di tutto il mondo.

Jackson Pollock, Number 27, 1950,1950

Per questo la scuola di New York, certo capeggiata per fama da Jackson Pollock, è divenuta l’emblema stesso della nuova arte contemporanea, e di essa si è parlato per esaltarla o per criticarla, demonizzando spesso il potere del mercato americano che l’aveva fatta affermare.

Ma già dal primo ingresso nella sala del piano inferiore della mostra ogni visitatore potrà avere l’opportunità di verificare, immediatamente, al di là di ogni valutazione, lo straordinario impatto emotivo di una simile pittura, che rivela come essa sia sorta rappresentando innanzi tutto la vita stessa dei suoi autori, i quali, prima di voler cambiare la loro maniera di dipingere, hanno voluto, dipingendo, cambiare il proprio modo di esistere.

Andy Warhol, Fashion (two female torsos), 1963

Andy Warhol, Shoes, 1980

E il fatto che tutte queste opere provengano dallo stesso luogo, il Whitney Museum of American Art di New York, fondato da Gertrude Vanderbilt Whitney, che cominciò ad acquistare i dipinti di questi giovani pittori americani allora sconosciuti, per imporli con grandi mostre sul mercato internazionale, dimostra come non sempre i mercanti d’arte siano dei tiranni ottusi e arroganti, ma possano farsi, invece, preziosi mediatori capaci di mettere in contatto gli artisti con il grande pubblico.

La pittura come vita è quindi, in tutti i sensi, il tema profondo di questa mostra, nella quale i ritmi incalzanti della nuova esistenza contemporanea di New York divengono forma e colore, assorbendo al loro interno il dolore e l’esaltazione, la poesia e la furia provocati dal vortice metropolitano della capitale statunitense. In tutti questi quadri, infatti, le pennellate sono spesso la traduzione di gesti frenetici o rappresentano le lente scansioni di un divenire esistenziale libero dallo scorrere del tempo comune, e sono quindi sempre l’emblema di una reazione al progressivo incalzare di una vita quotidiana alienante.

Andy Warhol Marilyn, 1967

Andy Warhol Mao, 1972

Andy Warhol Liz, 1974

Una pittura nella quale vengono dipinte parole, figure, cose, e paesaggi, senza che di esse rimanga traccia figurativa perché la loro immagine è stata divorata da un’urgenza espressiva che ha messo in scacco l’esperienza quotidiana del mondo, per rendere gli autori potenti come sciamani e stregoni capaci di mettersi in contatto con l’energia più profonda e sconosciuta del loro essere.

Somiglia in effetti ad un rituale magico il modo di dipingere di Pollock, del quale sono esposti pochi ma straordinari dipinti. Egli stendeva a terra la tela, per potergli girare attorno o attraversarla, mentre vi faceva sgocciolare sopra il colore, quasi danzando al ritmo di un’ispirazione interiore selvaggia ma chiara e determinata come l’improvvisazione della musica jazz che tanto amava. E le linee filiformi e splendenti che si intrecciano in un dipinto della mostra come “number27”, eseguito appunto con questa tecnica del dripping, sembrano in effetti segnare il tracciato luminoso di questa sua danza rituale, come i segni sulla sabbia lasciati dalle danze propiziatorie di alcune tribù di indiani che l’artista aveva potuto vedere nella sua terra.

Bradley Walker Tomlin Number 2, 1950

Al contrario di lui Mark Rothko sceglie la via spirituale e meditativa delle omogenee campiture di colore che stende con gesti riflessivi sulle grandi tele esposte, per aprirvi un portale di passaggio oltre il quale lo spettatore possa giungere alla percezione di una dimensione psichica nuova.

Anche quando, poi, la figurazione sembra sopravvivere in alcune delle opere visibili di altri artisti di questa scuola, non per questo la pittura arretra dietro al soggetto rappresentato. Così Willem de Kooning in “Woman Accabonac” tormenta con pennellate contorte un corpo femminile, che si smembra scomparendo davanti ai nostri occhi, quasi a mostrare con coraggio il lato oscuro e viscerale di ogni desiderio erotico, mentre Sam Francis in “Abstraction” imprime la sagoma diafana, bianca e priva di spessore di una figura sulle macchie di colore del fondo, quasi fosse l’impronta lasciata su di esso da un corpo fatto di luce. Come di luce anche sembrano fatte le variazioni di rosso delle forme piatte e regolari di Ad Reinhardt, che abbandonando gesto e materia, in un dipinto come “Abstract Painting, Red” sembra preludere ai successivi sviluppi dell’arte americana che va dalla Pop Art di Warhol alla Minimal Art.

Philip Guston, Dial, 1956

Ma persino la luminosità elegante e trasparente dei colori della sua pittura si mostra in questa esposizione come l’apparire di una visione magica, che per assurdo rappresenta l’altra faccia della materia spessa della pittura d’azione istintiva e selvaggia dei suoi compagni della scuola di New York.

Per cui la precisione delle sue forme geometriche diviene la realizzazione opposta e complementare dei segni neri, drammatici e gestuali, che Franz Kline ci sbarra davanti con le sue opere nel percorso espositivo, o la metamorfosi che si genera dall’energia del magma di colori dei dipinti di Hans Hoffman o di Philip Guston. E può mettersi in relazione anche con le misteriose cosmogonie evocate da Adolph Gottlieb in “The Frazen Sounds, number 1”, uno dei più affascinanti dipinti dell’esposizione.

Risulta pertanto chiaro, in conclusione, che tutti questi artisti sono accomunati dalla necessità di usare la pittura come il luogo dove visualizzare stati psichici individuali diversi, rifiutando ogni convenzione estetica e sociale non alla ricerca della libertà, ma di forze primordiali dalle quali essere posseduti o ammaliati.

Al fine di ritrovare nello spazio del “contemporaneo” lo spessore di quella dimensione mitica che appartiene ad ogni mondo “selvaggio”, e alla parte più profonda della nostra anima.

Di stampo completamente diverso dalla pittura degli artisti della scuola di New York appare essere la produzione artistica di Andy Warhol nella mostra allestita di fronte a quella di quegli autori negli stessi locali del Vittoriano.

Andy Warhol Campbell’s Soup, 1969

Elegante e disincantato, Andy Warhol celebra infatti, negli anni ’60, l’esito estremo di quella stessa società americana che Pollock e i suoi compagni avevano cercato di annientare nel suo potere alienante tramite la passione di loro gesti pittorici, trasgressivi e anticonformisti.

Ma anche Andy Warhol, a ben vedere, non ha fatto altro che amplificare la sua attività artistica fino a farla coincidere con la totalità della sua esistenza, la quale, dopo aver pagato lo scotto della privazione e dell’emarginazione, si è riscattata con la celebrità e la ricchezza tramite una totale sottomissione alla seduzione del mondo. Perché questo artista nel mondo ha saputo riconoscere una bellezza infinita da mostrare ai suoi contemporanei, sottraendola all’usura del consumo per la quale era stata creata.

Le opere esposte esaltano infatti, con tecniche di realizzazione quasi sempre meccaniche, tutte le immagini che provengono dalla scena urbana newyorkese, sia che siano state tratte dal mondo della pubblicità, dei media, della politica o dello spettacolo.

Jackson Pollack Untitled, c. 1950

La Coca Cola, Mao Zedong, la sedia elettrica o Mick Jagger si trasformano così sotto i nostri occhi in apparizioni splendenti, che vivono di una propria bellezza, capace di trasfigurare la loro origine comune dalla vita di tutti i giorni in immagini della possibilità di essere “altro” delle cose banali.

Non cambia nulla nello stile raffinato di queste opere se esse riproducano le sembianze di amici dell’autore, come Mick Jagger, o di persone mai conosciute come Mao Zedong, o quelle di oggetti comuni come le lattine di Coca Cola, o di oggetti terrificanti come la sedia elettrica, perché Andy Warhol disinnesca ogni coinvolgimento emotivo con esse nel momento stesso che ne scopre la bellezza. Come se della scintillante scena del mondo americano l’artista avesse saputo cogliere la inevitabile inconsistenza esistenziale e morale riuscendo a non viverla come dolore, ma accettandola come appagamento virtuale di ogni desiderio, in ossequio alla seduzione che le immagini sapienti della metropoli esercitano sui suoi abitanti per consolarli della solitudine imposta loro sia dal benessere che dalla povertà.

Per cui attraversare le sale di questa esposizione coincide con il dipanarsi di un percorso che lo spettatore deve compiere per allontanarsi dal mondo reale, proprio passando attraverso le sue immagini più riconoscibili. Perché quelle immagini hanno perso lo spessore fisico delle cose per tradursi in una loro essenza puramente visiva, fatta di colori e forme, che sanno replicarle in maniera completamente nuova, grazie all’abilità di un autore come Andy Warhol capace di usare anche una tecnica fotografica ripetitiva come la stampa serigrafica come uno strumento sofisticato e sapiente

Arshile Gorky The betrothal, II, 1947

A differenza di quelle dei pittori della scuola di New York, le opere esposte in questa mostra non cancellano infatti la presenza del mondo quotidiano, ma ne accolgono l’immagine elevandone la banalità a presenza eccezionale, tramite la capacità che gli uomini hanno di veder rispecchiata la propria essenza spirituale in tutto ciò che producono.

L’arte di Andy Warhol, quindi, da questo punto di vista, non è meno magica di quella dei pittori americani che una generazione prima avevano cercato di restituire alla dimensione del fare estetico una valenza mitica e sacrale, perché anche essa pur sempre conduce ad una dimensione separata, seppure speculare e parallela, rispetto a quella reale. Solo che questo autore passa attraverso una saturazione del guardare il mondo nel quale vive che lo conduce ad un volontario trascendimento di sé e della realtà al limite del misticismo, fino al punto di produrre opere nelle quali persone e cose della vita quotidiana ci appaiono misteriose e seducenti come quelle dell’iconografia ieratica e spirituale delle icone bizantine.

Per cui, lontano dai modi selvaggi di Pollok e dei suoi amici questo artista giunge, per altre strade, a formulare un’arte che, al pari di quella, affonda le sue radici in essenze metafisiche.

E se il mondo americano che aveva oppresso quegli artisti sembra invece incantare Warhol, non si può non considerare la circostanza che queste due reazioni opposte ad uno stesso modello di vita ci indicano un’analoga soluzione del problema di conciliazione tra individuo e realtà nella società contemporanea che passa in entrambi i casi attraverso un riscatto esistenziale operato dall’arte. Dimostrando come essa sola possa animare di poesia qualsiasi cosa del mondo, e giustificare in esso come valore anche la più seducente tra le rinunce morali o la più drammatica delle sconfitte.