I misteri di Pasquino

Breve viaggio storico intorno alla celebre statua parlante di Roma, al cui collo furono appese per secoli strofette satiriche contro il potere dei Papi. Chi era davvero Pasquino, e che cosa rappresentava in origine la statua ancora oggi esposta nell’omonima piazza?

di Licia Sdrucia

La statua di “Pasquino”, dietro piazza Navona, più che per il suo valore artistico ha acquistato la sua massima importanza per il suo ruolo di “portavoce “ della coscienza di una città che a lei consegnava il proprio malcontento.

Tra il XVI e il XIX secolo, infatti, essa è divenuta la prima delle “statue parlanti” di Roma, ovvero l’emblema di una presenza la cui autorevole antichità legittimava il sarcasmo dei romani. Al suo collo infatti, nottetempo, venivano appesi anonimi cartelli scritti in versi dialettali o in latino, nei quali si mettevano in risalto le malefatte dei potenti e perfino dei pontefici. E tali messaggi furono chiamati appunto “pasquinate”, dato che con questo nome la scultura era stata ribattezzata dai romani.

Il perché di tale denominazione spazia fra ipotesi che hanno quasi tutte in comune il fatto che la statua avesse preso il suo nome da quello di un artigiano particolarmente arguto, il quale avrebbe esercitato il suo mestiere vicino all’attuale piazza dove fu rinvenuta la scultura già prima del suo ritrovamento. Tale personaggio, forse un sarto o un barbiere, sarebbe divenuto famoso ai frequentatori della sua bottega a causa di un suo estro poetico, che utilizzava per comporre motteggi e strofette satiriche contro potenti e politici del tempo.

Una incisione del 1550 ad opera dell’artista francese Nicolas Beatrizet

Secondo altre fonti, invece, Pasquino potrebbe essere stato il professore di grammatica latina di un vicino liceo, che i suoi studenti avrebbero messo alla berlina facendo apparire sulla statua cartigli con battute in versi latini sulla sua stupidità e corruzione.

È evidente, comunque, che nei componimenti delle pasquinate sono rintracciabili sia i caratteri dell’arguta immediatezza popolare, sia la traccia di una capacità “colta” di tradurre in versi l’ironia. Per cui è ragionevolissimo ritenere che in realtà a produrre le pasquinate si siano alternati personaggi del popolo e persone istruite, accomunati da un uguale senso critico e una analoga voglia di libertà.

Recentemente alcuni studiosi hanno inoltre ritenuto possibile pensare che proprio a causa dell’acutezza politica del loro contenuto e della sapienza espressiva che lo palesava, alcune pasquinate fossero addirittura state commissionate da personaggi illustri a scrittori famosi quali Giambattista Marino o Pietro Aretino, per denigrare i propri avversari.

Certo è che molti Papi cercarono di liberarsi di quello scomodo portavoce di pietra del malcontento romano, del quale erano i bersagli prediletti, meditando di far sparire la statua. Ma tale proposito deve essere apparso controproducente ai più accorti consiglieri di quei pontefici, che compresero come, distrutta quella, molte altre ne avrebbero potuto prendere il posto per diffondere in maniera ancora più amplificata la sciocchezza di una simile censura.

Le pasquinate continuarono così a comparire al collo o ai piedi della scultura fino alla fine del potere pontificio, mentre, dopo la breccia di Porta Pia, non furono più scritte. Questo forse perché il popolo di Roma si trovò a sperimentare una forma di governo più articolata ed impersonale, amministrata da personaggi sconosciuti e non più vicini come i pontefici con i quali aveva convissuto per secoli.

Se le origini del ruolo di Pasquino assunto dalla scultura sono incerte, non meno dubbiosa resta inoltre la sua identificazione artistica. Probabile copia romana di una scultura ellenistica del III secolo a. C., questa scultura rimane misteriosa per quel che riguarda il soggetto raffigurato, anche a causa del suo cattivo stato di conservazione. Essa rappresentava forse Ercole in lotta con i centauri, oppure Menelao che sorregge il corpo di Patroclo morente.

Fu ritrovata nel 1501, nella stessa piazza dove oggi si trova, durante la ristrutturazione dell’allora palazzo Orsini, attuale palazzo Braschi, portata avanti da Bramante. La scultura di Pasquino ornava probabilmente in origine lo stadio Domiziano, oggi piazza Navona.

Cessate infine le pasquinate con l’unità d’Italia, per molti decenni la statua si fece muta, tornando ad essere soltanto un’austera sopravvivenza dell’antichità, ad eccezione di quando, nel 1938, in occasione della visita di Hitler a Roma, ritornò a scagliarsi con il potente sarcasmo delle parole contro il potere.

Oggi, dopo l’ultimo restauro del 2009, non essendo più possibile esporre pasquinate al suo collo a causa dell’ installazione di una recinzione protettiva, la nostra epoca tollerante e permissiva ha disposto un’apposita bacheca per potervele affiggere con comodità. Forse perché i potenti hanno imparato che nell’epoca dei media e dell’amplificazione divulgativa di Internet l’unico vero pericolo dal quale devono proteggersi è proprio l’oblio del silenzio.