I due fratelli Preti nella Roma del Seicento Il trionfo – Il trionfo dei sensi

Una mostra per esaminare la prima attività di Mattia Preti e la sua formazione nella bottega romana del fratello Gregorio, e che ruota attorno all’Allegoria dei cinque sensi delle Gallerie Nazionali, una monumentale tela d’impronta caravaggesca che viene esposta per la prima volta

di Gianfranco Ferroni

Erano due fratelli, Mattia e Gregorio Preti, e vissero nel Seicento. Le Gallerie Nazionali di Arte Antica presentano fino al 16 giugno, nella sede di Palazzo Barberini a Roma, la mostra “Il trionfo dei sensi”, a cura di Alessandro Cosma e Yuri Primarosa. Un’esposizione ideata per esaminare la prima attività di Mattia Preti e la sua formazione nella bottega romana del fratello Gregorio, e che ruota attorno all’Allegoria dei cinque sensi delle Gallerie Nazionali, una monumentale tela d’impronta caravaggesca, rimasta per anni in deposito presso il Circolo Ufficiali delle Forze Armate. Realizzata dai due fratelli negli anni Quaranta del Seicento, è ricordata nel 1686 nella collezione di Maffeo Barberini junior come “un quadro per longo con diversi ritratti: chi sona, chi canta, chi gioca, chi beve e chi gabba il compagno”, una descrizione che sottolinea la complessa articolazione del dipinto dove, secondo un modello molto in voga nel Seicento, diversi gruppi di personaggi intenti in attività quotidiane diventano immagine allegorica dei cinque sensi. Il quadro è stato restaurato per l’occasione da Giuseppe Mantella, da anni impegnato sulle opere di Mattia Preti a Malta e in Calabria, grazie al finanziamento dello studio legale Dentons che ha sponsorizzato l’intervento e l’approfondita serie di indagini diagnostiche permettendo di comprendere meglio la pratica esecutiva dei due fratelli, attivi a quattro mani sulla stessa tela. “Il quadro, realizzato in un’unica pezza di tela, è cresciuto piano piano. Ci sono poche tracce di disegno preparatorio, e molte figure vennero cancellate o modificate: significa che i due fratelli costruirono la scena direttamente sulla tela”, spiega il curatore Cosma. “L‘attribuzione resta complessa: forse la parte centrale è attribuibile a Gregorio, ancora predominante in quella prima fase, ma già consapevole del talento del fratello”.

Mattia Preti, Cristo e la Cananea, 1646-1647

Probabilmente i due calabresi erano giunti nella città papale dalla natia Taverna, piccolo borgo alle pendici della Sila, già nel 1624, in tempo per assistere agli ultimi bagliori della pittura caravaggesca e ai primi fuochi di quella barocca. Nei due decenni successivi, del resto, il linguaggio caravaggesco e i suoi temi tipici continuarono a ispirare i due artisti: uno sguardo “retrospettivo” che, evidentemente, trovava ancora degli estimatori nella Roma di quegli anni.

Anche per questo sono presenti in mostra altre undici opere che raccontano lo stretto legame esistente tra i due artisti calabresi: da un lato Gregorio, legato a esiti di stampo ancora accademico, e dall’altro il più giovane e talentuoso Mattia, suggestionato dall’universo caravaggesco e già cosciente dei nuovi sviluppi guercineschi e lanfranchiani del barocco romano.

Gregorio e Mattia Preti, Allegoria dei cinque sensi, 1642-1646 ca.

L’Allegoria dei cinque sensi di Palazzo Barberini viene esposta al pubblico per la prima volta assieme al Concerto con scena di buona ventura, suo ideale pendant proveniente dall’Accademia Albertina di Torino e ad altri quadri frutto della collaborazione dei due artisti, come il Cristo davanti a Pilato di Palazzo Pallavicini Rospigliosi e il Cristo che guarisce l’idropico di collezione privata milanese.

Mattia Preti, Apostolo, 1635 ca.

Mattia Preti, San Bonaventura, 1637-1645

In mostra anche importanti dipinti inediti di Mattia: primo fra tutti il monumentale Cristo e la Cananea, in origine nella collezione dei Principi Colonna, opera capitale del periodo romano del pittore, databile su base documentaria al 1646-1647. La scoperta dello straordinario dipinto, il primo dell’artista fornito di una data certa, ha permesso di precisare la cronologia della sua prima produzione. Esposti al pubblico per la prima volta anche l’Archimede, oggi a Varese, e un Apostolo di collezione privata torinese, che documentano la precoce riflessione di Mattia sulla pittura di Caravaggio e di Jusepe de Ribera. Chiude il percorso espositivo un’ulteriore nuova proposta per gli anni romani dell’artista: una mirabile Testa di bambina, ritrovata nei depositi della Galleria Corsini. L’esposizione evidenzia affinità e divergenze tra i due fratelli pittori che hanno percorso una parte di strada insieme ma le cui carriere hanno poi avuto esisti diversi: il mestiere diligente di Gregorio fu messo in ombra dall’esuberanza del talento di Mattia, con il primo abituato a riproporre schemi e modelli già consolidati e il secondo che invece riuscì a conquistare un linguaggio compositivo più maturo e uno stile più personale già nel primo periodo.

Mattia Preti, San Bonaventura, 1637-1645

Mattia Preti, Testa di bambina con collana di coralli, 1645-1650

Da sottolineare che le Gallerie Nazionali di Arte Antica offrono ai piccoli visitatori, dai 5 ai 12 anni, un programma di visite animate e laboratori didattici alla scoperta della mostra. Le attività si svolgeranno tutte le domeniche. Il progetto educativo intende offrire un’esperienza appagante e coinvolgente a contatto con l’arte e i suoi luoghi al fine di promuovere l’incontro dei più piccoli con i protagonisti della storia dell’arte, stimolandone l’immaginazione, le capacità di osservazione e la rielaborazione dei contenuti appresi attraverso le attività proposte. Il percorso si struttura in due fasi. La prima prevede una visita tra le sale del museo guidati dal racconto dell’educatore: durante il percorso verranno prese in esame alcune opere. La seconda è dedicata al laboratorio: nello spazio appositamente allestito con oggetti, stoffe, drappi e strumenti musicali, i bambini guidati dall’educatore mettono in scena una personale rappresentazione allegorica dei cinque sensi in maniera giocosa. Come in un “tableau vivant”, i partecipanti concludono l’esperienza performativa con una foto della scena rappresentata. Le fotografie scattate saranno poi inviate come ricordo dell’esperienza di visita alla mostra.