Galleria Doria Pamphilj

Una raccolta straordinaria come eredità famigliare. Profilo di uno dei musei più celebri di Roma ospitato all’interno dell’omonimo Palazzo in via del Corso, dove il visitatore può confrontarsi dal vivo con gli artisti più grandi della storia dell’arte

di Francesco Rotatori

La Galleria Doria Pamphilj è uno dei musei più celebri di Roma, ospitato all’interno dell’omonimo Palazzo in via del Corso. Il nucleo costruttivo originale si fa risalire agli albori del XVI secolo. All’inizio del Seicento, Pietro Aldobrandini acquista il complesso ruotante attorno al cortile quadrangolare ancora oggi perno dell’abitazione, poi lasciato a Olimpia Aldobrandini, sua unica erede. Sposata in seconde nozze nel 1647 a Camillo Pamphilj, nipote di Giovanni Battista (dal 1644 papa Innocenzo X), la donna fa confluire i propri beni artistici nelle proprietà del marito. Il Palazzo, ereditato dalla linea dinastica dei Doria nel 1760, vede succedersi varie fasi di ampliamento e di rinnovamento: si tratta, in fondo, del più esteso tra quelli nobiliari nell’Urbe. La famiglia Doria Pamphilj vi abita tuttora, pur avendo lasciato una porzione delle sue sale, appunto la Galleria, a sede espositiva della collezione, che conta un totale di 650 opere.

Guercino, Erminia ritrova Tancredi ferito

Camminare per le stanze di questa dimora significa confrontarsi dal vivo con gli artisti più grandi della storia dell’arte: basti pensare all’alta qualità dei capolavori di Raffaello, Tiziano e Domenichino, per citare alcuni nomi. 

La maggior parte dei visitatori che si inoltra per questi ambienti rutilanti e spettacolari è conscia di andare incontro a due tele del Caravaggio, La Maddalena penitente e il Riposo durante la Fuga in Egitto. In quest’ultima, la formazione lombarda del pittore, da cui deriva l’attenzione alla dimensione domestica dell’evento sacro e la vena cromatica di matrice veneteggiante, si fonde con una rinnovata iconografia, forse in risposta a una committenza di ambito oratoriano. Lo spartito musicale retto da Giuseppe riprende alcuni versetti del Cantico dei Cantici, mentre la Vergine, in qualità di Chiesa e abbracciata nel sonno allo sposo Cristo, rimanda ad alcuni passi del medesimo testo, riferimenti dotti particolarmente cari proprio agli Oratoriani o Filippini.

Nella più celebre delle Lunette per il cardinale Pietro Aldobrandini, Annibale Carracci crea il prototipo del paesaggio ideale. L’equilibrio compositivo fonde i vari elementi del quadro con un approccio bilanciato e trova il suo riferimento nella pittura veneta rinascimentale. La natura in cui le figure sono immerse (il tema è quello della Sacra Famiglia che fugge dalla strage voluta dal re Erode) è idealizzata, nobilitata, formulata secondo un principio di complicità tra personaggi e ambientazione.

Gian Lorenzo Bernini, Busto di Innocenzo X Pamphilj

Guercino firma il dipinto con Erminia ritrova Tancredi ferito, realizzato tra il 1618 e il 1619 per il mosaicista Marcello Provenzale, a sua volta poi donato al cardinale Pignatelli. Il soggetto è tratto da uno dei brani maggiormente conosciuti della Gerusalemme Liberata di Torquato Tasso: l’eroico Tancredi, crociato ferito in battaglia da Argante, viene soccorso da Erminia, principessa di Antiochia follemente innamorata di lui e rifugiatasi tra i pastori. Il colore e la luce, protagonisti assoluti della scena, direzionano lo sguardo dell’osservatore e descrivono con enfasi drammatica i gesti delle figure, veicolo per animare il teatro dei sentimenti.

Di Gian Lorenzo Bernini si conservano le due versioni marmoree del Ritratto del papa Innocenzo X Pamphilj. La presenza di due varianti si deve al fatto che l’esecuzione della prima (esposta ora nel Primo Braccio della Galleria), quasi completata, fu bloccata a causa di un “pelo” nel marmo, cioè di una imperfezione nella pietra, che causò una rottura (cosa già successa per il Busto di Scipione Borghese conservato in entrambe le versioni alla Galleria Borghese). 

Diego Velazquez, Ritratto di Innocenzo X Pamphilj

A Diego Velazquez, uno dei maggiori artisti spagnoli e in generale dell’arte internazionale, si deve l’ancor più rinomato Ritratto di Papa Pamphilj. Il sivigliano, giunto in Italia per la seconda volta, riprende soluzioni compositive elaborate dalla ritrattistica di Raffaello e Tiziano: rappresenta Innocenzo seduto mentre accoglie il pittore, dal quale ha appena ricevuto la lettera di presentazione che stringe ancora nella mano sinistra. In una sinfonia di rossi tizianeschi, il personaggio scruta l’osservatore, quasi mettendolo straordinariamente sotto pressione e a disagio. L’affondo psicologico del protagonista è ottenuto anche per il tramite della modulazione del colore che contribuisce a definire la severità e l’alterigia di un Vicario di Cristo meno sensibile al mecenatismo rispetto al suo predecessore, Urbano VIII Barberini, ma grande sostenitore della politica spagnola.

Si tratta solamente di alcuni tra i massimi esempi di quello che è in grado di offrire un posto magico come questo, affacciato sulla caotica via del Corso eppure immerso in un’atmosfera sospesa.