Galleria Borghese Nella Villa di Scipione Borghese per riscoprire la bellezza

di Francesco Rotatori

È uno dei musei più affascinanti del mondo: la Galleria Borghese sorge nel villino che una volta dominava la vigna che la famiglia Borghese aveva acquistato fuori porta, immersa nella pace della campagna romana.

Il nucleo principale della collezione si deve a Scipione Borghese, cardinal nepote dal 16 maggio 1605, quando lo zio salì al soglio pontificio col nome di Paolo V. Amante dell’arte, spregiudicato collezionista e committente raffinato, alla sua figura sono riferiti numerosi aneddoti.

Raffaello, Deposizione Baglioni

È il caso della Deposizione Baglioni che Raffaello aveva realizzato e firmato nel 1507 per Perugia, ma che il cardinale, corrotti i custodi, fece furtivamente portare a Roma nel 1608. A seguito delle numerose proteste, Scipione concesse alla città una copia sostitutiva, da collocarsi nel luogo originario, dapprima del Lanfranco e poi del Cavalier d’Arpino. Un medesimo atteggiamento di arroganza lo colloca al centro di un altro episodio, legato alla Caccia di Diana del Domenichino, oggi al primo piano della Galleria: il dipinto, eseguito per il cardinale Aldobrandini, fu ottenuto da Scipione con la sottrazione della tela al pittore, che fu addirittura imprigionato finché non concesse il quadro al Borghese, che si fece comunque carico del pagamento.

Altre opere furono frutto di acquisti più regolari: forse dai lotti della collezione Sfondrato proviene Amor Sacro e Amor Profano di Tiziano. La celebre tela del cadorino, nota dal 1693 col titolo con cui la conosciamo ancora oggi, era un dono di nozze realizzato in occasione del matrimonio del 1514 tra Niccolò Aurelio e Laura Bagarotto. Secondo una celebre lettura neoplatonica, l’Amor Profano, vestito e ingioiellato, è il simbolo delle forze procreatrici della natura, mentre l’Amor Sacro, nudo e leggermente rialzato, è l’effige dell’amore celeste, cui Cupido, che mesce le acque del sarcofago trasformato in fontana, fa da intermediario.

Tiziano, Amor Sacro e Amor Profano

Al cardinal Borghese sono legati, inoltre, due geni del XVII secolo.

Il primo è Caravaggio, di cui si conserva qui il più alto numero di dipinti in un museo: sei, anche se originariamente Scipione ne possedeva ben dodici esemplari. Tra tutti, spicca la Madonna dei Palafrenieri, che l’artista lombardo aveva realizzato per la cappella di Sant’Anna nella basilica di San Pietro. Oscuri sono i motivi che spinsero il committente, la confraternita dei Palafrenieri, a rifiutare l’opera: al di là del decoro, spesso ritenuto la causa, forse possiamo vedere anche qui l’ombra del cardinal Borghese allungarsi sull’opera. Egli difatti si offrì di acquistarla per la propria collezione, che finì per vantarsi del capolavoro almeno dal 1613.

G. L. Bernini, Apollo e Dafne

Gian Lorenzo Bernini, il regista del Barocco, era un amico del cardinale e dovette trascorrere parecchio tempo a osservarne i marmi antichi e le collezioni pittoriche. Per Scipione Bernini realizzò i gruppi borghesiani che mostrano l’evoluzione stilistica dell’artista verso una maggiore dimestichezza con lo stile barocco: l’Enea e Anchise, il Ratto di Proserpina (ben presto ceduto al cardinal Ludovisi nel tentativo di imbonirlo, essendo all’epoca pontefice lo zio di questi, Gregorio XV), il David e l’Apollo e Dafne. Quest’ultimo è meritatamente ricordato come uno dei vertici della poetica barocca e dell’abilità dello scultore. È la prima volta che il tema della metamorfosi in atto di un corpo viene rappresentato in scultura: la carne della ninfa si tramuta in corteccia, le mani son già fronde e foglie, i piedi sono radici, in un eterno divenire. Del Bernini sono anche le due versioni del Ritratto marmoreo del cardinal Scipione. Si vuole che l’artista avesse quasi compiuto il primo marmo, quando si accorse di una venatura che avrebbe causato una frattura. Nel giro di pochissimo tempo avrebbe realizzato una seconda versione, compiendo un gesto miracoloso. Entrambi i busti, massimi esempi di “ritratto parlante”, sono oggi esposti nella villa.

Ulteriori acquisizioni furono fatte nei secoli successivi: al principe Camillo Borghese, che aveva ceduto una parte della collezione antiquaria al cognato Napoleone Bonaparte (oggi al Louvre), si deve l’acquisto nel 1827 della Danae di Correggio, uno dei quattro Amori di Giove che l’artista emiliano aveva realizzato nel Cinquecento per i Gonzaga come dono per l’imperatore Carlo V, e la committenza ad Antonio Canova del Ritratto di Paolina Borghese come Venere vincitrice. Paolina, al centro di una delle sale del pianterreno, è ritratta nelle vesti di Venere mentre è mollemente adagiata su di un letto all’antica, che cela in realtà un meccanismo che permette alla statua di ruotare. Il marmo raggiunge un grado di rifinitura eccezionale, ottenuta anche con l’aggiunta di una speciale patina rosata che imita l’incarnato.

Gli eoni dorati del passato paiono quindi risplendere tra queste stanze colme di opere e traboccanti di bellezza. Una bellezza che, col tempo, è tuttavia aumentata.