E la natura morta diventò un volto umano

Una grande mostra a Palazzo Barberini celebra Arcimboldo, il genio milanese del Cinquecento. Fu uno dei protagonisti della cultura manierista internazionale, esponente di una corrente artistica, scientifica, filosofica e umanistica lontana da quella classicheggiante della Roma dell’epoca

di Gianfranco Ferroni

Scienziato, filosofo e inventore: così si presenta Arcimboldo (Milano, 1526-1593) in un autoritratto cartaceo che segna l’inizio del percorso della grande mostra che a Roma, nelle sale di Palazzo Barberini, illustra fino all’11 febbraio 2018 il genio di un artista capace di bizzarrie straordinarie, come comporre volti umani con decine di frutti e fiori. L’esposizione è organizzata dalle Gallerie Nazionali di Arte Antica e da Mondo Mostre Skira, a cura di Sylvia Ferino-Pagden, una delle maggiori studiose di Arcimboldo e già a capo della Pinacoteca del Kunsthistorisches Museum di Vienna, e con la direzione scientifica delle Gallerie.

Il Cuoco / Piatto di arrosto

L’Estate, 1555-1560 circa

 

Nella Capitale sono visibili circa un centinaio di opere: i capolavori più noti di Arcimboldo (dalle Stagioni agli Elementi, dal Giurista a Priapo, ma anche i ritratti, l’arazzo di Como, le vetrate del Duomo di Milano, i suoi preziosissimi disegni acquerellati per le feste di corte), in dialogo con dipinti e copie arcimboldesche, oltre a una serie di oggetti delle famosissime wunderkammer imperiali, delle botteghe numismatiche e di arti applicate milanesi e non solo, fino a disegni di erbari, frutta, animali, di cui all’epoca si faceva gran studio al fine di incrementare serre, serragli e giardini ma, anche e soprattutto, la conoscenza scientifica. La scelta degli oggetti per Arcimboldo non è mai casuale: ogni elemento della composizione deve avere un valore simbolico. Esemplare a questo proposito è il ritratto noto come Il bibliotecario, dove l’artista ritrae il committente grazie ai libri. Si trattava di un modo per comunicare allo spettatore numerose informazioni sul soggetto dell’opera.

La Primavera, 1555-1560 circa

L’Estate, 1555-1560 circa

Le teste composte e quelle “reversibili” suscitano sempre sorpresa e stupore, costringendo chi le osserva a studiarle con attenzione: guardando la testa da lontano l’osservatore ne coglie la forma complessiva, spesso mostruosa. Solo quando si avvicina inizia a notare la resa accurata dei singoli oggetti che la compongono. Ognuno di essi contribuisce al significato della rappresentazione, che si tratti della caricatura di un individuo o dell’allegoria di una professione, di una stagione, di un elemento naturale, di una testa “reversibile” o di una natura morta. Ognuno di questi oggetti si intreccia o si sovrappone, gareggiando con gli altri per ottenere un ruolo preciso all’interno del dipinto e accentuarne l’impatto complessivo.

L’Autunno, 1572

L’Acqua, 1566

La Terra, 1566

La mostra è articolata in sei sezioni. La prima raccoglie una serie di opere religiose di artisti, più o meno suoi contemporanei, fra i quali alcuni leonardeschi come Cesare da Sesto, in dialogo oppositivo con le personificazioni delle stagioni. Numerose anche le opere di arte applicata (cristalli, armature, arazzi e vetrate, queste ultime su disegno di Arcimboldo) per testimoniare il valore di una città che in quegli anni era uno dei massimi centri di produzione di oggetti di lusso.

Si prosegue poi con la sezione delineante il periodo in cui l’artista divenne il ritrattista della corte asburgica: il ritratto dell’arciduchessa Anna, figlia dell’imperatore Massimiliano II, testimonia la sua abilità nel cogliere le personalità dei soggetti, tramite effetti luministici e accortezze compositive. In mostra anche gli studi per le feste e le manifestazioni di corte da lui ideate. Tra le opere più significative, realizzate durante il periodo viennese, altre personificazioni delle stagioni in dialogo con gli elementi: Acqua, Aria, Fuoco, Terra, quest’ultima mai vista nelle esposizioni degli ultimi venti anni.

Qualche esempio? Nella sua straordinaria fantasia, per l’estate le ciliegie ornano tutto l’orlo della capigliatura e si ritrovano anche sul viso a comporre il labbro superiore, la guancia è formata da una pesca, il naso è un cetriolo, l’orecchio visibile è una melanzana, il sopracciglio è formato da una spiga, mentre il vestito è formato interamente da grano e dal petto spunta un carciofo. Per l’autunno il collo è formato da ortaggi e due pere, sul viso sono visibili le mele, il mento è una melagrana, l’orecchio è un fungo e regge un pendente a forma di fico. Le labbra e la bocca sono formate dal riccio della castagna, la peluria del viso è formata da grano. La capigliatura è composta esclusivamente da uve e viti, alla cui sommità si trova una zucca.

L’Ortolano (Priapo)/Ciotola di verdure, 1590-1593 circa

L’Inverno, 1563

Un capitolo a parte è riservato a studi naturalistici e Wunderkammer, nella terza sezione, di cui i sovrani asburgici si fecero promotori, alla ricerca di pezzi da collezione: ecco così oggetti considerati “meraviglie della natura”, come zanne, coralli, oggetti curiosi, e alcuni dipinti raffiguranti gli “irsuti” (uomini ipertricotici che venivano portati di corte in corte come divertissement e intrattenimento).

Si passa poi alle cosiddette teste reversibili, immagini di nature morte, di raffinata ambiguità visiva, che, ruotate di 180 gradi, assumono una conformazione del tutto diversa (L’Ortolano e Il Cuoco), in rapporto con il nascente genere della natura morta, che si andava affermando nella Milano di fine Cinquecento e inizio Seicento. La quinta sezione mostra veri e propri paradossi iconici e analizza il metodo del composito in vari contesti culturali: busti che a un primo sguardo appaiono del tutto naturali, ma che in realtà sono costruiti attraverso il sapiente incastro logico di forme diverse, naturali o artificiali. Infine, ecco le “pitture ridicole”, nella sezione che conclude l’esposizione: Arcimboldo fu un maestro del gioco e dell’ironia, proseguendo la tradizione leonardesca e lombarda della caricatura, come nelle personificazioni dei mestieri.

Il Giurista, 1566

Formatosi alla bottega del padre nell’ambito dei seguaci di Leonardo da Vinci, Arcimboldo è stato uno dei protagonisti della cultura manierista internazionale, esponente di una corrente artistica, scientifica, filosofica e umanistica lontana da quella classicheggiante della Roma dell’epoca. Apprezzato dalle corti asburgiche di Vienna e Praga, al servizio di Ferdinando I, Massimiliano II e Rodolfo II, Arcimboldo è riuscito a guadagnare persino il titolo nobiliare, rarissimo per gli artisti, di “Conte Palatino”. Per Massimiliano II è da segnalare anche attività di scenografo, ideatore di apparati scenici e costumi. In qualità di musico e poeta, nel 1570 a Praga prepara i fondali per un torneo organizzato per le nozze tra Elisabetta, figlia di Massimiliano II, e il re di Francia Carlo IX. L’anno seguente, a Vienna, realizza gli apparati decorativi per la celebrazione delle nozze tra Carlo, arciduca d’Austria, e Maria di Baviera. Nel 1577, l’artista si propone con una nuova serie di stagioni per Rodolfo II, che lo incarica inoltre di recarsi in Baviera per arricchire la sua collezione di antichità e meraviglie. Nel 1587, pur rimanendo in ottimi rapporti con l’Imperatore, al quale invia nel 1591 il ritratto in veste di Vertumno, Arcimboldo ritorna a Milano, ormai sessantenne. Un ritratto che entra nel cuore e nella mente di Rodolfo II, tanto da far conquistare al pittore la nomina nel 1592 di Conte Palatino, un solo anno prima della sua morte, avvenuta a Milano l’11 luglio 1593.