DONNA BRIGANTIA & COMPANY

Il nuovo volume di racconti di Rocco Familiari

di Mira Ilijc Servan-Schreiber

Strano paese l’Italia (che malgrado tutto, come la maggior parte degli stranieri che scelgono di viverci, amo immensamente). Mi riferisco in questo caso al fatto che il lettore medio italiano è un divoratore di romanzi, anche i più improbabili, ma disdegna i racconti. Solo degli autori italiani, però, mentre quando si tratta di stranieri, quali che sia il loro livello, li mette volentieri nel suo “carrello” (ormai la maggior parte degli acquisti, anche dei libri, avviene on line e, se il sistema serve ad accrescere il numero dei lettori, non è il caso di demonizzarlo). Eppure, all’alba della sua storia letteraria, accanto al fondatore della lingua e dell’identità nazionali (Dante, naturalmente), vi è il sommo Boccaccio, il Chaucer italiano (o forse sarebbe più esatto dire che sia Chaucer il Boccaccio inglese…). E la tradizione non si è mai interrotta, fino al Pirandello delle Novelle per un anno, a Verga, Capuana, il Principe (Tomasi di Lampedusa che, prima o dopo il suo capolavoro, non ricordo, ha scritto la splendida novella Ligeia) e, più di recente, Parise o Malerba, per citare alcuni degli autori che conosco meglio. E Familiari, aggiungo, il quale qualche anno fa aveva pubblicato sei splendidi racconti, sempre con la casa editrice cui è legato dagli esordi, la veneziana Marsilio (una delle più vivaci non solo italiane), riuniti sotto il titolo del più lungo di essi, Il ragazzo che lanciava messaggi nella bottiglia. E che si riconferma “novelliere” di razza con questo Donna Brigantia e altre storie : per inventiva, originalità, varietà dei soggetti, linguaggio, mantenendo, anche nelle situazioni più a rischio (ad esempio quell’autentico fuoco d’artificio verbale che è Gli zebedei), un ferreo dominio della scrittura (“energica e ironica, erotica e colta”, come viene definita nel puntuale risvolto di copertina) che riesce a piegare alle sue molteplici esigenze espressive. E freschezza. Per la forza, l’impeto creativo, la capacità di collegare, e controllare, eventi in apparenza distanti, non si direbbe infatti il libro di un ottuagenario, ma di un ventenne. Sarà anche perché Familiari, come narratore, “nasce” soltanto nel 2006 con quello che resta, a mio parere, uno dei romanzi più sorprendenti di questo scorcio di secolo, L’odore, tratto da un suo forte dramma (“un pugno allo stomaco” lo definì Giancarlo Menotti che lo mise in scena nel 2003, nel suo Festival dei Due Mondi a Spoleto). Per i trent’anni precedenti Familiari è stato infatti un drammaturgo, uno dei più interessanti e innovativi della scena europea (il suo Il Presidente è stato dato con grande successo alla televisione polacca e al teatro “Viola” di Praga, e L’odore è in repertorio da cinque o sei anni al prestigioso “U Mosta” di Perm in Russia) ed è in tale veste che l’Enciclopedia Treccani gli ha dedicato una voce nell’edizione aggiornata del 2010. La pratica teatrale, o meglio il talento drammaturgico in essa esplicitato, costituisce un punto di forza anche della sua produzione narrativa: i dialoghi sono sempre di un’estrema vivezza e il plot non ha mai punti di debolezza, per non dire poi dei personaggi, che balzano fuori dalle pagine per venirci incontro…

L’atteggiamento con cui l’autore si pone nei confronti delle sue creature è di “affettuosa partecipazione”, anche se l’ironia, il disincanto, espressi ricorrendo a volte a mai banali riferimenti letterari o pittorici (Familiari è anche un ottimo traduttore e un fine saggista, oltre che un collezionista – ha messo insieme una straordinaria raccolta di opere degli espressionisti tedeschi), riescono a creare il necessario distacco.

Queste nuove “storie” come le definisce l’autore, riferendosi – azzardo un’ipotesi – al fatto che hanno l’andamento tipico dei racconti trasmessi di bocca in bocca, sono trascinanti, si leggono d’un fiato, e i personaggi che le interpretano (inevitabile una metafora teatrale…) abitanti un lembo dell’estremo sud d’Italia, del quale l’autore non ci rivela il nome, ma verso il quale nutre un amore che il distacco (se n’è allontanato quarant’anni fa per ragioni di lavoro – è stato un importante civil servant) non affievolisce, ma anzi accresce, costituiscono un microcosmo indimenticabile. Familiari è inesorabilmente uno scrittore meridionale (nella migliore tradizione di quella letteratura: Alvaro, Silone, Brancati anche), per la passione, la potenza delle immagini, l’immedesimazione con i destini dei “miserabili” o degli “strambi” che descrive. Alla fine della lettura, i vari “Cicciobello”, un intemerato provocatore, “Occhibelli”, l’irresistibile arciprete seduttore seriale, “Giuditta”, un’eroina che sembra uscita dal pennello di Artemisia Gentileschi, U gnarru, l’emigrato che sfoga la sua nostalgia del paese da cui si è allontanato, ma in cui tornerà per morirvi, imitando il verso dei gatti in amore, il “paesano Romeo”, il ragazzo iperormonato che “la chiede a tutte”, convinto che, su cento, almeno cinque “gliela daranno”…, U lupu, perennemente a caccia di cibo da procurarsi in tutti i modi, “Rea, la grande madre”, una serva apparentemente schiavizzata, ma che utilizza la propria bellezza per dominare i suoi lerci padroni e padroncini, lo struggente “Aspettatore” (un reduce di guerra in perenne attesa della donna amata pur sapendo che non potrà mai rivederla), fino a “Donna Brigantia” che giustamente dà il titolo alla raccolta, si imprimono nella mente e nella retina del lettore (tanto sono autentici) come amici di vecchia data.

Devo però dare un… punteggio particolare al più geniale di questi racconti, Il necrologista, nel quale Familiari disegna un personaggio degno di stare accanto al protagonista de La patente o de L’uomo dal fiore in bocca, tanto per ricordare alcuni “paradigmi” della narrativa italiana. Fin da piccolo Massimiliano Conforti – il protagonista – ha uno spiccato interesse verso questa particolare forma letteraria, di nicchia (o di loculo… come la definisce l’autore). Si rende conto che attraverso i necrologi è possibile non solo avere un’idea dei meriti (mai dei demeriti…) dei defunti, ma anche delle loro relazioni e, rovesciando il meccanismo, il necrologio può diventare lo strumento con il quale ci si può costruire, da vivi, un sistema di relazioni… trapassate, fino a traguardi impensabili. Ma qui mi fermo per non togliere al lettore il piacere della sorpresa.