Ciao, maestro

Lo scorso 17 luglio ci ha lasciato Andrea Camilleri. Per rendere omaggio alla sua memoria ripubblichiamo l’intervista che realizzammo con lui un paio di anni fa e in cui risaltava pienamente la sua carica umana. Ci mancherà

Incontro con una certa emozione Andrea Camilleri nella sua casa romana. Siamo agli inizi di febbraio e stanno per essere trasmessi i nuovi episodi di Montalbano. Per rompere il ghiaccio, gli dico che il pubblico italiano è in trepidante attesa.

Allora ci siamo: è tutto pronto per le nuove avventure dell’investigatore più famoso d’Italia?

Sì, verranno trasmessi due nuovi episodi, seguiti da un esperimento che mi mette un po’ in ansia: verrà infatti messa in onda la trasposizione di uno dei miei romanzi di ispirazione storica, La mossa del cavallo. È ambientato nel 1877. Il protagonista sarà Michele Riondino che lascia i panni del “Giovane Montalbano” per impersonare Giovanni Bovara, accusato di un crimine non commesso e che dovrà lottare per affermare la propria innocenza. Se va bene si potrà aprire una serie parallela.

Qual è il romanzo tra i suoi che ritiene il più bello, a cui è legato di più?

Dico Il re di Girgenti. È il più complesso, anche come ricerca linguistica: è ambientato nel ’600 siciliano, nel momento del passaggio di consegne dagli spagnoli alla casa di Savoia. In quel contesto a Girgenti accadde un fatto straordinario: il paese si sollevò contro Savoia e spagnoli e si autoproclamò regno. Durò solo 12 giorni e a capo della rivolta ci fu un contadino. Ho impiegato 5 anni a scriverlo a differenza degli 8 mesi che impiego abitualmente.

È soddisfatto di come Zingaretti ha reso sullo schermo Montalbano?

Sì. Zingaretti lo ha interpretato benissimo, nonostante sia fisicamente diverso da come mi figuravo fosse il Commissario quando scrivevo i romanzi. Pensi che io Montalbano me lo vedevo pieno di capelli e con i baffi. C’è da dire che Zingaretti lo conoscevo da tempo perché era stato un mio bravissimo allievo quando insegnavo all’Accademia di Arte Drammatica “Silvio D’Amico”. Quando alla Rai mi dissero che avevano scelto lui come interprete di Montalbano fui subito certo che ce l’avrebbe fatta. Sono davvero contento del suo lavoro.

Zingaretti ha detto che lei era il professore più interessante dell’Accademia, gli allievi non perdevano mai una sua lezione.

Forse perché cercavo di dare ai ragazzi spazio e considerazione, mi piaceva sentire le loro storie e capire a fondo la loro personalità. Credo di essere stato un buon insegnante.

Come la ricorda oggi la Sicilia, a colori o in bianco e nero?

Bella domanda. Direi che la ricordo a colori, colori vivissimi. Le dirò di più: lei sa che ultimamente ho perso la vista. Ebbene, quando sogno vedo colori accesi, come di fronte a delle pitture. È davvero strano: mi sto rendendo conto che con la cecità i miei altri sensi si sono sviluppati. Mi è tornato anche l’odorato, che avevo un po’ perso dopo tanti anni di sigarette.

E la memoria?

L’ho sempre avuta ottima, ma adesso sta avvenendo una cosa bellissima. Leonardo Sciascia chiamava questo fenomeno “presbiopia della memoria”. A una certa età, cioè, cominci a ricordarti di cose lontanissime, che avevi completamente dimenticato, con una straordinaria vivezza, come se fossero successe il giorno avanti.

Sciascia era un suo amico?

Sì, ma non troppo. Lui aveva una ristrettissima cerchia di amici del suo paese, e con loro aveva intimità. Io non ce l’avevo, la nostra era una sorta di amicizia di secondo grado, ma sincera. Litigavamo e il giorno dopo tutto era dimenticato.

È lui il più grande scrittore siciliano?

Per me il più grande scrittore siciliano rimane Pirandello. I suoi Sei personaggi in cerca d’autore hanno cambiato per sempre la storia del teatro.

Qual è il suo rapporto con Roma?

A Roma arrivai nel 1949, è stata la mia città adottiva. In quegli anni era bellissima e mi accolse a braccia aperte. C’era una gran voglia di ricominciare dopo la guerra, mancava tutto ma erano anni pieni di speranza. Eravamo affamati di libri, di film, di cultura, perché per decenni la censura fascista aveva messo il freno al libero dibattito culturale. E poi me la passavo bene: avevo superato l’esame da regista per entrare all’Accademia di Arte Drammatica e prendevo una sostanziosa borsa di studio (30mila lire dell’epoca).

Com’è stato il suo rapporto con il denaro?

Non ho mai pensato a questa cosa. Il denaro, comunque, non è mai stato un obiettivo ma solo uno strumento. Anche quando ho avuto un po’ di soldi sono sempre stato disposto a perdere tutto senza disperarmi. Il successo mi ha dato solo più agiatezza economica, ma non mi ha mai cambiato, è rimasto sempre fuori dalla porta. Condivido questo stile di vita con mia moglie, che non ha mai voluto che le regalassi pellicce o gioielli: come eravamo siamo rimasti. Mi sono solo potuto permettere qualche libro in più.

Quali sono i luoghi di Roma che rivestono un significato maggiore per lei?

Sono molto affezionato alla piazza del Gianicolo, dove c’è la statua di Garibaldi. Ci andavo spesso: la zona è piena di piccole strade sconosciute e meravigliose. Poi c’è un posto che credo piaccia solo a me, ed è via San Sebastianello, nei pressi di Piazza di Spagna: ci ho lasciato il cuore.

Che differenze ci sono tra i romani e i siciliani?

Tra i romani e i siciliani ci sono molte differenze. Il romano è più accogliente, mentre il siciliano ha bisogno di un po’ più di tempo per aprirsi. Anche se poi quando si apre la sua amicizia è forte, sincera e duratura.

Tra radio e Tv cosa preferisce?

Continuo a preferire la radio, perché c’è più varietà: i tre canali di Radio Rai sono molto differenziati tra loro, differenze che in Tv, purtroppo, si sono appiattite. C’è sicuramente stato un calo della qualità.

Cosa ricorda dei suoi anni alla Rai?

Io in Rai ho lavorato dal 1958 fino all’età della pensione. Era una Rai molto diversa da quella di oggi.

Come ci entrò?

Tornavo da Bergamo, dove avevo fatto una regia lirica al “Donizetti”, quando mi chiamò un dirigente Rai. Andai ad incontrarlo, sicuro che mi volesse chiedere di occuparmi di qualche regia teatrale per la Tv. Invece mi propose un contratto di 6 mesi come funzionario per seguire gli spettacoli di prosa del Terzo Programma della radio, al posto di una collega che era andata in maternità. Io accettai. Quando stavo uscendo dalla porta del suo ufficio mi avvertì: “Guardi che chi mette piede qui dentro difficilmente ne esce”. Era vero, non ne uscii più. La funzionaria tornò dalla maternità dopo qualche mese e lavorammo per un periodo insieme. L’esperienza andò talmente bene che lei chiese di far prolungare il mio contratto.

E poi?

Poi nacque il secondo canale Tv della Rai. Era il 1961. Passai alla televisione e iniziai facendo il produttore di otto commedie di Eduardo De Filippo. Fu un’esperienza bellissima: ho imparato più sul teatro in quei mesi a fianco di Eduardo che in tutti gli anni all’Accademia di Arte Drammatica. Era un grande: riusciva a dirigere con poche parole e gli attori lo seguivano alla lettera.

Cosa ci può raccontare di un gigante come Eduardo?

Ricordo un aneddoto divertente. L’ufficio censura della Rai in un primo momento approvò senza problemi le sue commedie. Ci mettemmo al lavoro. Quando le riprese erano quasi finite, l’ufficio mi chiamò e mi disse che andava tagliata una battuta un po’ troppo irriverente nei confronti della politica contenuta in una delle commedie che non avevamo ancora terminato di girare. Mi arrabbiai: non sapevo davvero come dirlo a Eduardo. Quando, il giorno stesso, arrivò il momento di registrare il passaggio incriminato, Eduardo mi disse che la battuta, proprio quella battuta, l’avrebbe tagliata per ragioni di minutaggio complessivo. Io mi sentii sollevato e non dissi nulla. Arrivato il momento della pausa caffè, Eduardo – eravamo in ascensore nella sede Rai di Viale Mazzini – mi guardò e mi disse: “Camilleri, come vede quella frase l’ho tolta”. Io, stupito, gli risposi: “Eduardo, ma chi gliel’ha detto che andava eliminata?”. E lui: “La vostra faccia preoccupata me l’ha detto”. Mi aveva tolto dall’imbarazzo con eleganza.

Ce l’ha ancora un sogno nel cassetto?

Alla mia età non si hanno sogni nel cassetto. Adesso che ci penso però un desiderio ce l’ho. È una sfida con me stesso. Mi hanno proposto, per il prossimo giugno, di apparire da solo sul palco del Teatro Greco di Siracusa a parlare del personaggio di Tiresia. Ho accettato e ci sto lavorando, sperando che la salute mi assista.

Un’ultima domanda: i veri arancini sono in bianco o col sugo? E come si preparano?

Ci vogliono due giorni a prepararli, vanno fatti in bianco con piselli, carne di vitello e maiale non macinata ma tagliata. La carne va cotta a fuoco lento. Poi un po’ di uovo, di salame e di besciamella. La bravura consiste nella frittura della pastella. Gli arancini devono essere completamente sommersi nell’olio e non girati, mi raccomando!