Cervelli in fuga? No, in viaggio

Al via le interviste doppie del Lab, che rientrano nel più ampio progetto Next Generation Bcc Roma. Obiettivo: riportare al centro del dibatto i giovani

di Piergiorgio Liberati

Cervelli in fuga? È ancora così? Il sistema universitario del nostro Paese, fresco di Premio Nobel per la Fisica assegnato al Prof. Giorgio Parisi, è ancora in grado di attrarre i giovani, farli crescere professionalmente, far mantenere loro il fuoco sacro della curiosità e della voglia di apprendere? Il Laboratorio Giovani Soci della Bcc di Roma lo ha voluto chiedere direttamente a chi, nel percorso professionale, ha vissuto – o sta ancora vivendo – un’esperienza all’estero. Lo ha fatto con la prima delle Interviste Doppie, che rientrano nel più ampio progetto Next Generation Bcc Roma, che si propone proprio di riportare al centro del dibatto i giovani. Ospiti del primo appuntamento Caterina Garone, laureata in Medicina e Chirurgia, che ha lavorato come ricercatrice presso la Columbia University a New York, per poi rientrare prima ad Oxford in Inghilterra e ora in Italia, all’Università di Bologna, dove dirige il laboratorio di ricerca di medicina mitocondriale traslazionale. Ospite, insieme a lei, Marco Gandolfo, laureato in Neuroscienze all’Università La Sapienza, che dopo un dottorato presso l’Università di Bangor, nel Galles, ha ottenuto un assegno di ricerca “Marie Curie” presso il Donders Institute, che fa parte della Radboud University a Nijmegen, in Olanda, dove vive e lavora e resterà certamente fino al 2024.

“Cervelli in viaggio” e i vantaggi all’estero

Stimolati dalle domande del giovane conduttore Andrea Dianetti, entrambi hanno detto di non apprezzare l’appellativo di cervelli in fuga. Prima di tutto perché si tratta di esperienze, che possono durare un tempo indefinito, portarti in diverse parti del mondo, per poi – si spera – rientrare in Italia, tanto che sarebbe meglio parlare di “cervelli in viaggio”. Ma se quelle all’estero sono certamente esperienze formative dal punto di vista professionale, lo sono altrettanto anche dal punto di vista della crescita personale e umana, ecco perché non si tratta solo di cervelli, ma di persone che cercano di aprire i loro orizzonti. E le differenze con l’Italia ci sono. Come quelle spiegate da Marco Gandolfo. “Le tasse che gli studenti pagano nel Regno Unito sono più alte di quelle italiane, dunque altrettanto alta è l’aspettativa e l’ambizione dei laureandi, che hanno anche a disposizione mezzi, laboratori e docenze che gli aprono le porte del lavoro o della ricerca nelle migliori università europee. Oltre al fatto”, ha aggiunto Marco, “che all’estero c’è una percezione e un riconoscimento sociale molto più alto dei dottorandi o dei ricercatori scientifici, che in Italia spesso non vengono apprezzati”. Sulla stessa lunghezza d’onda anche Caterina Garone, che ha anche spiegato le differenze di interdisciplinarietà che il sistema universitario straniero offre rispetto a quello italiano. “Qui in Italia è difficile far passare il concetto che un medico debba fare ricerca in laboratorio per la propria professione. Negli Stati Uniti e in Inghilterra, come medico, ho avuto invece questa possibilità e ora, una volta rientrata in Italia, hanno capito che pur essendo medico, ho bisogno di fare ricerca in laboratorio, per tornare dal paziente con una risposta alla sua malattia”. Poi l’altra grande differenza, notata da entrambi i ricercatori, è che all’estero la ricerca scientifica gode di uno status più alto che in Italia, anche e soprattutto in termini di finanziamenti. 

Anche l’Italia sta cambiando

Eppure gli italiani all’estero sono apprezzati proprio per quel tipo di formazione, forse troppo teorica e poco pratica, che però garantisce un metodo di approccio che all’estero non hanno. E anche in Italia non mancano le opportunità, ha aggiunto Caterina Garone: “Da poco c’è stato il bando del Ministero per l’università che mette a disposizione 50 milioni di euro per progetti di ricerca e la cosa che in pochi sanno è che ci sono assegni di ricerca che non riusciamo a coprire, proprio perché i ricercatori tendono ad andare all’estero”. Un trend, che alcune volte può avere risvolti paradossali, come racconta Marco Gandolfo: “La mia ex ragazza è irlandese, ma ha trovato lavoro in Italia, all’Istituto italiano di tecnologia IIT, anche con un buono assegno, dovuto al fatto che le persone che entrano in un Paese con un lavoro altamente qualificato, come i ricercatori, hanno vantaggi fiscali simili a quelli di cui usufruisco io qui in Olanda”. E infatti oggi i docenti e i ricercatori che decidono di ritrasferire la propria residenza fiscale in Italia (dopo una permanenza all’estero) possono godere di un’esenzione Irpef del 90% sui redditi derivati dalle attività di docenza e ricerca. In altre parole, solo il 10% di questi guadagni è soggetto all’Irpef, mentre il restante 90% non risulta come imponibile. Inoltre, grazie al PNRR, l’attuale Governo prevede di stanziare 9 miliardi per la ricerca, e delle misure che saranno messe a Bando ci sarà una quota del 40% riservata alle donne.

E se Caterina è rientrata nel 2019 con il cosiddetto “Programma Rita Levi Montalcini” di rientro dei cervelli e oggi dice fieramente di non essere pentita, anzi “vedo la possibilità di fare ricerca e sono contenta di poterla fare nel mio Paese”, per Marco la prospettiva olandese arriva almeno fino al 2024. E poi? “Il mio desiderio è certamente di rientrare, ma lo farò se ci saranno le condizioni giuste per continuare a fare il tipo di ricerca che sto conducendo qui”.