25 anni da conigli ruggenti

Quando si sono conosciuti quindicenni in una parrocchia di Roma, mai avrebbero immaginato che la loro amicizia li avrebbe portati a diventare i conduttori di una delle trasmissioni radiofoniche più amate dagli italiani, Il ruggito del coniglio in onda su RaiRadio2. Da un quarto di secolo Antonello Dose e Marco Presta ci intrattengono in maniera sagace, ironica, intelligente, creando un ponte tra la vita delle persone comuni e l’attualità del Paese

di Annalisa Bucchieri

Alle soglie del venticinquennale (caduto il 2 ottobre) siamo andati a trovarli per sondare la ragione di un successo che non accenna a declinare. Hanno risposto “in sintonia” radiofonica alle domande, con l’intesa animalesca che gli permette di essere un tandem perfetto in trasmissione.

Partiamo dalla preistoria: entrambi avete intrapreso giovanissimi un percorso attoriale e lavorato in teatro fino a ritrovarvi insieme in uno spettacolo di Luca Ronconi. Sembra paradossale che due aspiranti attori a un certo punto si rivolgano alla radio. Maggiori guadagni?

Macché (ridono, ndr), è la vita che con delle circonvoluzioni stranissime ci ha portato dove non avremmo mai pensato. Dopo l’esperienza parrocchiale, abbiamo lavorato calcando le assi del palcoscenico in diversi ambiti e con compagnie differenti. Ci siamo ritrovati da giovani adulti a dirci “perché non scriviamo qualcosa da proporre in tv?” e per due anni siamo andati avanti così: proponevamo le nostre idee che formalmente venivano respinte per poi essere realizzate da altri. Finché non abbiamo conosciuto un grande maestro di scrittura, Enrico Vaime, che ci ha preso come suoi assistenti e con lui abbiamo iniziato a scrivere per la televisione, sia per programmi come il Festival di Sanremo, sia per personaggi comici come Montesano. Poi un giorno lui diede i nostri riferimenti alla Rai che cercava giovani talentuosi per sperimentare qualcosa di nuovo alla radio. Dopo tanto impegno e studio sulla presenza scenica, fisica, ci siamo ritrovati a esprimere tutto ”a voce”. Però anche quello studio ci è servito in radio…

In realtà non siete solo i conduttori ma anche gli ideatori de Il Ruggito del Coniglio: come andò nel 1995 quando la proponeste a MammaRai?

Inizialmente si era pensato ad un programma di varietà, in onda su Radio1, che tuttavia non aveva particolarmente colpito i dirigenti Rai di allora. Così iniziammo con una striscia breve, un quiz Chidovecomequando (1993-94) su Radio2, che ci permise di capire le potenzialità divertenti dell’interazione con il pubblico e così proponemmo una nuova trasmissione, che fu accettata anche grazie all’intervento benevolo di Renzo Arbore.

Secondo voi a cosa è dovuto il successo imperituro della trasmissione, oltre naturalmente alla vostra bravura?

Al pubblico, perché in realtà noi facciamo la trasmissione insieme a loro, a quelli che ci chiamano, che intervengono, che assistono. In realtà noi siamo degli attivatori “enzimatici” della brillante immaginazione e comicità insita nell’italianità. La capacità di affrontare con un sorriso le difficoltà è loro. Noi siamo i sacerdoti di un rito che è fatto dalla gente comune, dai radioascoltatori.

Un’altra cosa che ci ha aiutato è che viviamo in un Paese che offre una marea di spunti bizzarri e comici, e non solo nella politica ma in genere nell’attualità, nella cronaca quotidiana.

 

Il rapporto tra di voi è sorprendente perché non vi sovrapponete mai, la battuta di uno segue in tandem quella dell’altro, riuscite ad armonizzarvi perfettamente. Studiato a tavolino o vi è una parte di improvvisazione?

Dietro l’apparente spontaneità c’è un lavoro giornaliero di scrittura del programma di quasi 8 ore e più. Le parti improvvisate sono quelle con il pubblico e funzionano perché ormai abbiamo esperienza e i nostri trascorsi attoriali ci permettono di gestire il gioco a tema che abbiamo scelto per quella puntata. Di solito seguiamo il principio che se troviamo divertente quel gioco scherzoso può esserlo anche per i nostri radioascoltatori. L’intesa tra noi è quasi animalesca, sono talmente tanti anni che ci conosciamo che ci capiamo senza bisogno di dirci niente. Fra l’altro abbiamo metabolizzato anche il fatto che ogni tanto capita che ci parliamo sopra. Del resto sono tre ore di trasmissione, qualche imperfezione concedetecela.

Dopo 5mila puntate e 25 anni di fila on air come si affronta la routine e la stanchezza? Come si fa a tenere la voce e il morale sempre alti e brillanti?

L’esperienza ci ha insegnato che non devi combattere il tuo stato d’animo ma metterlo in scena. Se un giorno sei stanco e intontito perché hai dormito poco e male lo dici ai microfoni, perché ci sarà una metà del pubblico che è stanca e ha dormito poco e immediatamente capisce, si crea subito empatia ed effetto comico anche in questa debolezza. Il bello della radio rispetto alla televisione dove devi stare sempre azzimato o rispettare una formalità visiva, è che puoi essere te stesso veramente. Presentarti anche con la barba lunga. Inoltre ci sostiene un senso di missione: facciamo un lavoro bellissimo, siamo fortunati per cui cerchiamo di restituire qualcosa di questa buona fortuna e di contribuire allo stato vitale del Paese.

A maggior ragione ai tempi del covid19, la vostra trasmissione ha avuto un ruolo importante, quasi terapeutico.

Basti pensare al ruolo diversissimo che hanno avuto radio e televisione nel rapporto con il pubblico. La televisione informava, dava i bollettini di guerra, era tenuta alle notizie terribili. La radio ti sosteneva, tutto il giorno ti accompagnava dicendoti “dai forza, non mollare, ce la faremo insieme, coraggio ne usciremo insieme, state attenti a lavarvi bene le mani e ora sentite questa notizia qui..”. Il ruolo amicale lo svolgeva la radio, perciò la gente vuole bene alla radio perché la radio è un amico che ti segue sempre mentre fai altre cose, lavori, guidi, fai la spesa. ti sta vicino, ti informa ma ti da anche un po’ di coraggio. Ti accompagna.

La radio sta al cinema e alla televisione come l’hockey su prato sta al calcio. Si può fare con poco investimento ma movimenta anche pochi soldi. Eppure la vostra trasmissione conta molte inserzioni pubblicitarie. Qualcosa è cambiato?

Beh, a volte discutiamo con la Rai perché c’è troppa interruzione pubblicitaria per i nostri gusti ma rimane pur sempre un segno di salute. La radio è anche un grande veicolo di promozione, è presente nei supermercati, nella filodiffusione dei luoghi di lavoro come degli esercizi commerciali, ti segue ovunque nei viaggi.

Ogni giorno, 35 milioni di italiani sentono le varie stazioni: un bacino di utenza enorme al quale la televisione non arriva neanche lontanamente. Ed è per questo che molte aziende stanno investendo sulla radio piuttosto che sul piccolo schermo, prima fra tutte la Fiat che ha rilevato le radio del gruppo L’Espresso. Persino i grandi editori lo hanno capito: la Mondadori ha tre emittenti radiofoniche. La radio è modernissima e prosperosa.

Come è andato il Talent Marconi che avevate indetto per il ventennale del vostro show?

Speravamo meglio, sono arrivate tante adesioni ma non abbiamo trovato personaggi folgoranti. Dobbiamo stimolare meglio i giovani a studiare la radio, ad informarsi su un media con cui loro hanno poco dimestichezza essendo molto concentrati sul web e sui social. Ciò ci sprona a coinvolgere di più i giovani e fargli scoprire questo mezzo dove si possono fare cose meravigliose e rivoluzionarie come hanno dimostrato le radio libere di qualche anno fa…

Allora cari Dose e Presta, visto che ancora non ci sono delfini all’orizzonte a cui lasciare il testimone, non potete mollarci: Aloha! Ci sentiamo domani mattina, stessa onda, stessa ora.