Un museo per tutti

Intervista a Federica Pirani, da circa un anno direttrice dell’Unità Organizzativa che raggruppa i musei dedicati all’arte moderna e contemporanea del Comune di Roma: il MACRO, nelle sue sedi di Via Nizza e Testaccio, il Museo di Roma a Palazzo Braschi, il Museo di Roma in Trastevere, la Galleria d’Arte Moderna di Roma, il Museo Napoleonico, la Casa Museo Alberto Moravia, il Museo della Repubblica romana e della Memoria garibaldina a Porta san Pancrazio e l’Ossario Garibaldino al Gianicolo. Un patrimonio culturale vasto della cui importanza la direttrice Pirani è perfettamente consapevole e che guida spinta da entusiasmo e motivazione palpabili, convinta com’è che l’arte vada resa disponibile su nuove e più moderne basi. Soprattutto l’arte contemporanea, che troppo spesso il grande pubblico trova di difficile fruizione. La incontriamo nel suo ufficio di Palazzo Braschi, uno dei cuori pulsanti della storia culturale della Capitale da cui si gode una splendida vista su Piazza NavonaFederica Pirani

Direttrice Pirani, il suo modello museale è quello che consente di accostarsi all’arte a tutte le fasce di popolazione. Come pensa di svilupparlo?

Paul Valery, tra i maggiori poeti francesi del XIX secolo, non fece mistero della propria opinione riguardo ai musei, arrivando a dichiarare che il museo gli ricordava “il tempio e il salone, il cimitero e la scuola”, un luogo, quindi, potenzialmente ostile e non accogliente, dove l’eccessiva quantità e l’affollamento delle opere creava confusione, spaesamento e senso di estraneità. A volte anche oggi questa opinione trova consenso, soprattutto perché un senso di inadeguatezza spesso avvolge il visitatore di fronte alla quantità di opere esposte, per lo più decontestualizzate e allineate sulle pareti nelle sale dei musei. Quegli oggetti – dipinti o sculture – non sono eloquenti. Dobbiamo cercare di ribaltare questa sensazione, far sì che la visita al museo diventi un’esperienza formativa e divertente. Dal punto di vista dell’approccio al Museo, il visitatore deve potersi sentire costantemente rassicurato ed accolto, in grado cioè di interagire emotivamente con le opere e i contenuti trattati, anche se molto lontani nel tempo e nello spazio. La funzione narrativa ed evocativa del Museo sarà, ad esempio, al centro del nuovo allestimento del Museo di Roma a Piazza Navona, proprio per essere in grado di coinvolgere, con modalità e strumenti diversi – dalle app ai dispositivi multimediali – sia gli studenti che i turisti e i cittadini romani.

Il mondo dell’arte contemporanea è spesso un mondo troppo chiuso. Quali i modi per aprirlo di più al grande pubblico?

Credo soprattutto che occorra lavorare per far conoscere la creatività contemporanea a un pubblico vasto. Il pubblico dell’arte contemporanea è ancora circoscritto, se non addirittura “incestuoso”, come è stato definito da Alfred Jarr, artista cileno tra i più importanti al mondo. L’ampliamento può avvenire attraverso diverse modalità integrate le une con le altre: sostenendo l’offerta espositiva nei musei, nelle gallerie private e pubbliche, nelle fondazioni; attraverso fiere e festival dedicati; con l’insegnamento dell’arte nelle scuole, nelle Accademie, Università, Istituti di ricerca; con il sostegno della creatività giovanile attraverso la possibilità di utilizzare laboratori, studi, residenze dedicate, ma anche con opere pubbliche e interventi artistici che parlano a “tanti”, ad esempio con opere di “street art”, soprattutto in quartieri periferici. In questo senso il Macro, ormai da diversi anni, ospita le residenze per giovani artisti, ha recentemente realizzato forti partnership con Accademie e Università, e sta organizzando diverse iniziative dedicate alla “street art”, tutti progetti che pongono l’arte contemporanea come strumento di inclusività sociale e identitaria.

Lei è impegnata in un interessante progetto che riguarda la facilitazione dell’accesso all’arte per i non vedenti. Come si articola?

In quattro Musei del polo di arte moderna e contemporanea della Sovrintendenza capitolina (MACRO, Museo di Roma, Galleria d’Arte Moderna e Museo Napoleonico) a partire da novembre sono stati avviati servizi di visite guidate mediante esplorazione tattile di alcune opere in mostra. Attraverso questi percorsi tattili permanenti, i musei si aprono, quindi, alla disabilità e all’integrazione affinché il patrimonio artistico diventi accessibile alle persone con diverse disabilità. Grazie all’avvio di questo processo, condiviso con istituti specializzati, anche il mondo della scuola sarà coinvolto attraverso laboratori e visite guidate.

Lei ha parlato, a proposito di giovani e studenti, della necessità di trasformare l’esperienza della visita al museo in una esperienza il meno possibile noiosa, a tutto tondo, utile a trarre insegnamenti di vita. Ce ne può parlare? E cosa fare per trasformare i musei in qualcosa di sempre più appetibile per i ragazzi?

Penso che dovremo articolare l’offerta culturale attraverso strumenti come app, smartphone e tablet, che sono di immediato uso per un pubblico giovane. Ormai in molti musei all’estero è possibile “leggere” le opere esposte attraverso beacon e QR – code applicati accanto alle didascalie. I beacon, ad esempio, sono piccoli emettitori Bluetooth con un raggio d’azione che va da pochi centimetri a 70 metri ed hanno grandissime potenzialità. Ogni volta che uno smartphone o un tablet entra all’interno di questo raggio può ricevere innumerevoli informazioni: immagini, schede, audioguide, quiz e giochi collegati all’opera. Ognuno può creare un proprio percorso, scegliere gli argomenti da approfondire e avere la possibilità di scaricarsi contenuti diversi. Non solo si potrà interagire con l’opera ma, grazie alle app associate, “portarsi il museo a casa” e approfondire la visita oltre i confini fisici del museo. Dovremo naturalmente essere anche capaci di creare connessioni tra il passato e il presente, far capire che la memoria storica, di cui le opere sono testimonianza, è parte della nostra identità.

Direttrice, un’ultima domanda. Roma sta attraversando mesi davvero difficili. Cosa fare per rilanciarne l’immagine e dare di nuovo fiducia ai cittadini?

Difficile rispondere. Credo che dovremo tutti essere più coscienti del patrimonio che dobbiamo custodire e valorizzare. Forse siamo troppo indifferenti e conosciamo superficialmente lo straordinario panorama culturale e urbano in cui siamo immersi. Di contro, all’estero, l’immagine dell’Italia è ancora ai primi posti al mondo per quanto riguarda alcuni settori, dall’arte alla qualità del cibo. Consapevolezza e maggior attenzione alla storia dell’arte nelle scuole potrebbero rappresentare un importante aiuto per una più ampia valorizzazione del nostro patrimonio.