I nuovi significati della mutualità

Oggi, in virtù di specifici innesti nell’ordinamento di nuovi provvedimenti normativi,di cambiamenti sociali ed conomici, lo scopo mutualistico ha assunto un significato più ampio di quello originario, includendo criteri e fattori che non sono più soltanto numerici

di Emiliano Fiore

La mutualità non è più quella di una volta. Se da una parte, in dottrina come in giurisprudenza, la mutualità è consistita, da sempre, “nel fornire beni o servizi od occasioni di lavoro direttamente ai membri dell’organizzazione a condizioni più vantaggiose di quelle che otterrebbero sul mercato”, oggi, in virtù di specifici innesti nell’ordinamento di nuovi provvedimenti normativi, di cambiamenti sociali ed economici, lo scopo mutualistico ha assunto un significato più ampio di quello originario, includendo criteri e fattori che non sono più soltanto numerici.

bcc 1_51C’è, quindi, la necessità di individuare un nuovo criterio ermeneutico che ridefinisca il senso della mutualità, soprattutto alla luce dei recenti sviluppi legislativi che hanno esteso il significato originario di mutualità, superando quella che era la definizione contenuta nella Relazione al Codice civile. Tali considerazioni, provenienti anche dall’esperienza di chi scrive, (socio Bcc Roma, amministratore di cooperativa sociale, consulente aziendale, cultore di Organizzazione Aziendale presso l’Università di Cassino), inducono il management del mondo cooperativo a rivedere i processi di cambiamento in atto, richiedendo inversioni di tendenza e nuove soluzioni organizzative e gestionali ispirate ad una nuova dimensione e ad un nuovo significato di mutualità, molto più vicini al significato attribuitole dai nostri padri costituenti. Il principio mutualistico, nel tempo, ha sempre più fatto i conti con la funzione sociale riconosciuta alla cooperativa dalla nostra Costituzione all’art. 45, per cui la possibilità di agire con i terzi (mutualità esterna) è stata dilatata, riconoscendo alla cooperativa la possibilità di estendere al mondo esterno le condizioni di favore (risparmio e aumento di retribuzione) praticate ai soci, ma anche proiettando fuori quelle condizioni, quei valori, quei processi che solitamente vengono praticati soltanto all’interno di una compagine societaria cooperativa.

E come? Per esempio, con la destinazione a terzi del beneficio mutualistico, ovvero con la destinazione di una percentuale degli utili ai Fondi mutualistici per la promozione e lo sviluppo della cooperazione; con la possibilità di accedere alla compagine sociale senza particolari restrizioni (principio della porta aperta); con la devoluzione, in caso di scioglimento della società, dell’intero patrimonio sociale – dedotto soltanto il capitale versato e i dividendi eventualmente maturati – a scopi di pubblica utilità, conformi allo spirito mutualistico; con lo svolgimento di attività per la promozione dell’interesse generale (L. 381/91).

Pensiamo al significato del carattere mutualistico dell’attività delle cooperative sociali, previste dalla L. 381/91, che consiste nel perseguimento dell’«interesse generale della comunità alla promozione umana e all’integrazione sociale dei cittadini», in quanto, operando a favore di soggetti svantaggiati, che non possono svolgere attività da cui trarre vantaggi rispetto alle condizioni praticate dal mercato, potrebbero essere impossibilitate (le coop. sociali) a rispettare il regime della prevalenza stabilito dal nostro codice (artt. 2512-2513), per cui essa è mutualistica per il solo fatto di essere al servizio della comunità, di sostenere le persone più emarginate.

Per queste ragioni la cooperativa sociale è a mutualità prevalente “di diritto”. Qui il concetto di mutualità non sta affatto nella quantificazione e nella qualificazione del rapporto tra soci e società, quanto nella dimensione operativa entro cui la cooperativa va ad operare, che consiste appunto nel promuovere occasioni di crescita e di auto-realizzazione per persone svantaggiate.

DSC_4167La mutualità, nel tempo, ha assunto sempre di più un significato più ampio di quello originario, estendendo gli effetti interni al mondo esterno, con un ritorno alle origini dell’idea cooperativa, in cui la cooperazione era al servizio della comunità.

Un’ultima sentenza della cassazione (6835/2014), conforta ancora di più questa riflessione, ribadendo che lo scopo mutualistico non è inconciliabile con quello di lucro, mentre la nozione di impresa comprende, oramai, molte entità che svolgono attività economica, indipendentemente dal loro status giuridico e dalle modalità di finanziamento. Scopo lucrativo, mutualistico e consortile, erano tra loro gli spartiacque di modelli societari, oggi le dimensioni si intrecciano con nuove sfide e nuovi bisogni sociali ed economici.

Un management che sarà capace di esplicitare in soluzioni operative questa nuova dimensione di mutualità (che è interna ed esterna, tangibile ed intangibile, intra-soggettiva e comunitaria), potrà fornire un importante contributo alla crescita della nostra economia.

stele ut unum sint