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La “tragedia” di Michelangelo

Il monumento funebre di Giulio II a San Pietro in Vincoli

di Francesco Rotatori

A ridosso del Colosseo ci si imbatte nella basilica di San Pietro in Vincoli, costruzione datata ai primordi del Medio Evo (V sec. d.C.) che oggi vediamo rivestita delle ristrutturazioni rinascimentali.

La dedicazione della basilica è rinomata: le leggendarie catene carcerarie nell’Urna sotto l’altare maggiore, le cui vicende sono narrate nella tribuna da Giacomo Coppi e nella volta della navata centrale da Giovan Battista Parodi.

Ciononostante, la basilica è estremamente visitata per un motivo forse meno devozionale ma più artistico: nel transetto destro Michelangelo ha innalzato il monumento al terribile Giulio II della Rovere, per colpa del quale per quaranta anni il Buonarroti visse “la tragedia della sepoltura”.

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Il mausoleo marmoreo, che oggi si erge su una doppia fila di statue, era stato originariamente pensato per la tribuna della novella San Pietro, quella che il Bramante stava allora edificando. Era il 1505 e Michelangelo era stato convocato appositamente da Firenze per questo stratosferico progetto: l’artista aveva pensato a un enorme scrigno di marmo suddiviso in tre ordini, di cui il primo doveva raggiungere gli otto metri di altezza, e al cui vertice avrebbe posto il catafalco del pontefice, da cui l’effige del papa avrebbe dovuto ridestarsi. Tutt’attorno all’incirca quaranta statue avrebbero dovuto disporsi, coi famosi “Prigioni” nel registro inferiore e quattro grandi figure assise in quello superiore, dove appariva già il “Mosè”.

Questa favolosa realizzazione non ebbe luogo, nonostante l’entusiasmo di Michelangelo, che l’aveva intesa come una sorta di consacrazione all’albo degli scultori migliori di tutti i tempi.

bcc 1_51Quando dunque il Buonarroti ritornò a Roma da Carrara, nelle cui cave era andato a scegliere i marmi migliori, fece l’amara scoperta: Giulio II aveva altri pensieri per la testa, e la colossale cifra prevista in realtà era stata devoluta per spese di guerra. Per l’offesa Michelangelo fuggì nell’amata Firenze e solo dopo tre sollecitazioni i due si riconciliarono a Bologna.

Tuttavia della tomba non si discusse fino alla morte del papa, nel 1513, quando gli eredi si accordarono per un secondo progetto, meno esoso, e addossato a una parete. Questo prevedeva uno sviluppo verticale con una Madonna in una mandorla in alto.

Iniziarono i lavori per i “Prigioni” e il “Mosè” che furono tuttavia interrotti più volte e ricambiati in una serie di contratti successivi: ad esempio quello del 1532 sancì lo spostamento della tomba in San Pietro in Vincoli, ma il progetto che tuttora vediamo risale al 1542.

I “Prigioni” sono spariti – ora sono alcuni a Parigi, altri a Firenze-, nella fascia inferiore troneggia possente il “Mosè”, la cui nervosa attitudine vibra nelle vene dei bracci e nella risoluta disposizione degli arti. Sembra quasi alzarsi e invitarci alla contemplazione della sua figura e delle Tavole cui si appoggia con la mano destra e che però ancora non recano scritti i Dieci Comandamenti. Le corna, attributo mosaico della letteratura ecclesiastica, qua hanno anche funzione performativa: quando un raggio di luce dalle finestre raggiunge le due punte, esso si frantuma in una miriade di particelle brillanti che scintillano su tutto il monumento.

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Ai lati, nelle nicchie, “Rachele”, in panneggi avvolgenti, e “Lia”, rimando alla statuaria antica, sono tradizionalmente associate la prima alla Vita contemplativa, la seconda alla Vita attiva: d’altronde non vi può essere salvezza senza la Fede e l’operare, una perfetta congiunzione del cattolicesimo con le teorie della cerchia di Vittoria Colonna.

In alto Michelangelo interviene solo di sbozzatura: la “Madonna col Bambino” tiene la mano destra tra le cosce del piccolo mentre questi gioca con un passerotto- motivo iconografico di rimando alla Passione -, il “Profeta” si presenta come una classicheggiante commistione fra i duchi della Cappella Medicea fiorentina e il “Giona” del Lorenzetto in Santa Maria del Popolo mentre la “Sibilla” è forse quella Eritrea, ritenuta da Sant’Agostino la più vicina a Dio per i suoi vaticinii, e qui ritratta con i seni prosperosi della Diana Efesina, sottolineandone la saggezza. Sono frutto di Raffaello da Montelupo con l’intervento di Domenico Fancelli nelle ultime due.

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Il pontefice è di Tommaso Boscoli, col volto scalpellato da Michelangelo: ormai disteso, è un corpo morto che tenta un risveglio, come un bozzolo in attesa della metamorfosi.

Sebbene appaia di dimensioni non modeste, la tomba è di per sé una relativa porzione della monumentalità a cui il Buonarroti aveva guardato. È pur vero che se le folle sono attratte dallo sguardo riflessivo ma irruente del legislatore Mosè ci sarà pure un valido motivo: in fondo, come scrisse Ascanio Condivi nella sua biografia su Michelangelo, “questa sola statua è bastante a far onore alla sepoltura di papa Giulio”.