Quando dipingere è una missione

Intervista con il maestro Mario Salvo, socio BCC Roma e tra i pochi al mondo a padroneggiare la tecnica della spatola stratigrafica. Con la sua associazione Aletes si dedica meritoriamente a trasmettere la passione per l’arte anche ai ragazzi disabili: “Li aiutiamo a recuperare i colori persi a causa dell’handicap. È un grande impegno, anche emozionale, ma i risultati ripagano di qualsiasi sforzo”

 Quando e come ha iniziato il suo percorso?

Sono stato iniziato all’arte prestissimo da mio padre, all’età di 6 anni. Per lui l’arte era una delle cose serie della vita, visto che la insegnava nelle scuole e se ne occupava come critico. Oggi ho 62 anni, e quindi è più di mezzo secolo che mi occupo di colori, di quadri, di creatività. Mio padre fu una guida preziosa, mi insegnò tutte le tecniche. A 13 anni feci la mia prima mostra collettiva e a 15 anni la mia prima personale. All’epoca vivevo a Gaeta perché mio padre era stato trasferito a insegnare lì. Di pomeriggio, dopo aver finito di studiare, mi mettevo a disegnare, perché mio padre voleva così. Quindi per me non c’era il momento del gioco e dello svago. Il gioco era diventata l’arte.

Oasi, 2012

Poi però andò via da Gaeta…

Sì, mio padre era molto severo e i suoi metodi erano troppo rigidi. Era inevitabile che prima o poi arrivasse il momento dello scontro. Un giorno lo affrontai e mi rispose che non c’erano alternative: o si faceva quello che diceva lui o quella era la porta. Uscii di casa, mi precipitai in edicola e comprai “Tuttoconcorsi”. Lessi di un bando per l’arruolamento nella Guardia di Finanza. Non ci pensai due volte: partecipai, vinsi e andai via di casa. Fu una fuga. Continuai però, mentre lavoravo, a occuparmi di arte, a fare quadri e mostre. Una passione che non mi ha mai lasciato e che mi ha portato a impormi al pubblico dell’arte a partire dagli anni ’80. Tra i tanti i riconoscimenti che ho avuto mi piace ricordarne in particolare uno: era il 2008 e fui scelto a rappresentare l’Italia in Lettonia, per la realizzazione di quadri en plein air da donare al Museo Mondiale Mark Rothko di Daugavpils.

Rimembranze, 2013

Parliamo allora della particolare tecnica pittorica che lei predilige e di cui è maestro, la spatola stratigrafica.

Sono solo io in Italia che la uso, oltre naturalmente ai miei allievi. Nel mondo siamo in tutto circa una quarantina. È una tecnica ardua, che consiste in una sorta di palinsesto di impasti di colore, che variano tra vigorosi e delicati, sovrapposti l’uno all’altro.

Quali soggetti preferisce nella realizzazione dei suoi quadri?

Il mio soggetto è la natura, che considero ciò che c’è di perfetto nella realtà. La pittura di paesaggio, delicata ma carica al tempo stesso di calde tonalità mediterranee. Quelle volte in cui ho ritratto un essere umano è stato per sottolinearne i difetti, come in un atto di accusa, relativo ad esempio alla distruzione sistematica che sta operando della stessa natura, alla falsità e alla insincerità così diffuse nei rapporti quotidiani.

C’è poi Aletes, la sua associazione culturale. Di cosa si occupa?

È un progetto al quale ho pensato per molti anni, ma l’ho realizzato nel 2009, alla fine della mia carriera lavorativa in Finanza. Tutta la mia esperienza artistica sarebbe andata persa se non fosse stata trasmessa a qualcuno, e così ho messo in campo questa associazione con la quale proponiamo corsi d’arte gratuiti nelle scuole, in particolare nelle classi che hanno uno o più studenti disabili. Aiutiamo questi ragazzi, in qualche modo, a recuperare i colori persi a causa dell’handicap e ci rapportiamo con loro come se fossero normodotati, dandogli gli stessi mezzi, gli stessi attrezzi e gli stessi soggetti che vengono proposti agli altri studenti, cercando così di elevarne l’autostima. Aggiungo che siamo convenzionati con il Tribunale Ordinario di Roma, che ci affida persone condannate a lavori socialmente utili. Li porto con me in classe, fanno lezione insieme a noi e si dedicano ai ragazzi disabili cercando di aiutarli a risolvere eventuali problemi.

Vento d’autunno, 212

C’è una storia esemplare che può raccontarci sulla sua esperienza con i disabili, qualcosa che l’ha toccata nel profondo?

Sì, ce n’è una. Feci un corso d’arte a tre persone che erano diventate cieche. Prendevo la loro mano e la dirigevo sulla tela, descrivendo loro i colori. In qualche modo riuscii a far vivere nel loro “terzo occhio”, quello interno, il quadro. Quando l’opera fu completa ci fu commozione, qualcuno pianse. La cosa mi colpì molto. D’altronde questo lavoro, questo contatto a volte così profondo con le persone disabili, richiede un impegno anche emozionale non indifferente, ma, come ripeto spesso, chi ama l’arte non conosce fatica. Anche perché è difficile descrivere il senso di appagamento che provo quando entro in classe e vedo i bambini entusiasti. Vorrei aggiungere due cose, che mi paiono importanti.

Tornado, 212

Prego…

Io faccio anche corsi d’arte per le maestre delle elementari, in maniera gratuita, perché loro possano applicare quello che imparano nelle loro classi e piantare un seme che, chissà, in un futuro si svilupperà, regalandoci nuove generazioni di artisti. Nel periodo estivo siamo presenti anche presso il Carcere Minorile di Casal del Marmo con progetti di carattere artistico. Concludo ricordando che chi vuole vuole può donarci il 5 per mille, basta andare sul nostro sito per avere le informazioni.

G.P.