Il debutto ufficiale dei due grandi del Barocco romano

La Chiesa di Santa Bibiana, un piccolo gioiello che in pochi conoscono. Eppure qui lavorarono Gian Lorenzo Bernini

di Francesco Rotatori

Siamo soliti associare il grande Barocco Romano alle chiese disseminate nel cuore della capitale, tra le viuzze e le immagini sacre agli incroci. Eppure, un piccolo gioiello si nasconde in una zona di Roma, effettivamente non lontana dal centro, ma per certi versi più caotica e periferica.

La Chiesa di Santa Bibiana sorge, difatti, lungo la via Giolitti, là dove in pieno Seicento ancora era la natura a fare da padrone con i suoi dolci declivi e i paesaggi verdeggianti. E qua fu ritrovato il corpo della martire, uccisa ai tempi delle persecuzioni di Giuliano l’Apostata, nell’estate del 1623: fu lo stesso neoeletto papa Urbano VIII, al secolo Maffeo Barberini, a voler quindi ricostruire completamente la chiesetta semidiroccata, vedendo nel ritrovamento del corpo un ottimo auspicio con cui il suo pontificato, iniziato proprio in quei mesi, avrebbe perdurato.

D’importanza storica e artistica, la chiesa è la prima opera architettonica di Gian Lorenzo Bernini: egli pensò a una semplice pianta a tre navi scandita da capitelli di spoglio, con un altare a terminazione di ogni navata.

Pietro da Cortona, Santa Dafrosa

Sull’altare maggiore è posta la statua della martire, opera dello stesso Bernini: una figura in marmo meravigliosamente panneggiata, con in mano la palma del martirio di piombo dorato, la colonna a cui sarà flagellata a morte alla sua destra – la medesima che si conserva all’entrata della chiesa in una grata disegnata da Gian Lorenzo – e ai suoi piedi la famosa “erba di Santa Bibiana”, arbusto che si diceva avesse particolari doti curative. Bibiana è collocata in corrispondenza delle sue spoglie umane, raccolte nel sarcofago sotto l’altare, e guarda verso l’alto, verso quel Dio affrescato sulla volta che è pronto ad accoglierla in cielo, circonfusa dalla luce della vetrata che si apre al di sopra dell’altare.

Pietro da Cortona, Flagellazione di Santa Bibiana

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Pietro da Cortona, Santa Bibiana rifiutata da adorare gli idoli

Alla fine del 1624 entrano in scena nel cantiere due pittori, ai quali fu dato di dipingere l’uno di fronte all’altro: si tratta di due pittori toscani – e si ricordi che lo stesso Gian Lorenzo, pur essendo nato a Napoli, era figlio di un toscano –, un fiorentino a destra, Agostino Ciampelli, e un cortonese a sinistra, Pietro Berrettini. Meglio noto come Pietro da Cortona, questi fu il rappresentante per eccellenza della pittura Barocca a Roma: nel giro di dieci anni gli verrà richiesto di affrescare la volta di Palazzo Barberini con il Trionfo della Divina Provvidenza, capolavoro massimo dell’artista. Il Cortona rientrava in quella lunga cordonata degli artisti toscani a Roma che era iniziata alla fine del Cinquecento e che continuerà a innervare la fervida cultura della città papale: egli fu allievo prima di Andrea Commodi e poi di Baccio Ciarpi, collaboratori del Cigoli, pittore di San Miniato tra i maggiori fautori della contromaniera. E lo stesso Pietro sarà maestro a sua volta di Ciro Ferri, un romano, cui però sarà affidata la formazione degli artisti toscani a Roma dopo l’apertura dell’Accademia fiorentina (1673), frequentata tra gli altri da A.D.Gabbiani e G.B.Foggini, lo scultore che creò uno stile unico per la corte Medici, in voga fino alla fine degli anni’30 del Settecento.

Così Pietro si ritrova a essere l’anello di congiunzione fondamentale di questa lunga catena.

Qui egli realizza i suoi primi affreschi in un contesto pubblico aveva lavorato due anni nella Galleria privata dei Mattei sotto P.P. Bonzi detto il Gobbo dei Carracci: essi raccontano tre episodi della storia di Bibiana. Il suo inconfondibile stile entra in contrasto con quello del più attardato Ciampelli, ancora attaccato alla generazione precedente: più di ogni altro sono qui presenti i germi delle novità di Pietro.

Gian Lorenzo Bernini, Santa Bibiana

Si guardi alla scena di Santa Bibiana rifiuta di adorare gli idoli: la martire si volta, come in una danza, a evitare di onorare una statua di Giove, cui altre donne stanno già tributando lodi e sacrifici e che una compagna le indica. Attenzione ai fregi antichi, che l’autore studiò nel circolo di Cassiano dal Pozzo, costruzione scenografica, esasperazione dei gesti per coinvolgere emotivamente il fedele: il Barocco sta sbocciando.

Nella Flagellazione della santa un nudo femminile, studiato dal vivo come ci testimoniano disegni superstiti, viene legato alla colonna e colpito, ma la donna è assente: un angelo è già venuto a incoronarla, mentre in lontananza si apre uno scorcio di quel paesaggio che doveva una volta circondare l’intera costruzione.

Nei due altari a terminazione delle navi laterali troviamo due pale: la Santa Dafrosa del Berrettini, colta nel momento di accoglimento del suo destino, con un putto che scende dall’alto con i simboli del martirio, e la Santa Demetria del Ciampelli, torta in una elegante spirale e abbigliata da vesti rifulgenti. Rispettivamente madre e sorella di Bibiana, rappresentano l’ennesimo scontro tra vecchia e nuova generazione: la grande stagione del Barocco Romano può ormai dirsi avviata sotto il sole e le api dei Barberini.