Colloquio fantastico con Romolo – La mia Roma fu Città Aperta

Il mitico padre fondatore accetta di rispondere alle domande del nostro cronista nel tempo

di Marco Testi

Non è stato facile. Un conto una passeggiata negli Elisi rassicuranti, liberi, e diciamocela tutta, un po’ “borghesi” dei grandi moderni e contemporanei, altro la ricerca del luogo infero, presso la foce del Tevere, dove gli antichi colloquiano tra loro. Trovare il mitico fondatore dell’Urbe, la città senza tempo, è stato semplice, te lo poteva indicare chiunque: difficile è stato convincerlo a quattro chiacchiere, non perché fosse ostile di principio, ma perché proprio non capiva a che servisse chiacchierare. “Parole? Servono?” mi ha risposto autenticamente stupito.

Non c’era da menar le mani né tantomeno da aggregare gente vogliosa di rivincite, di una nuova vita, di una casa, e di una donna. C’era da parlare di sé. Come chiedere ad un anziano contadino di spiegare la tecnica di un innesto: fa prima a fartelo vedere, come si fa.

Lo sai che molti commentatori internazionali paragonano la tua Roma ad una grande potenza dei nostri tempi, gli Usa?

Sai, qui arriva qualche chiacchiera, ma a dirtela tutta, non gli ho mai dato molto ascolto. Sono stato un guerriero. E anche ora lo sono, seppure in modo diverso. Ma Roma è stata Roma. Non altro. Non te lo so spiegare a parole, ma è così.

Rimaniamo un attimo, perdonami, dalle parti degli scrittori, che non ti stanno simpaticissimi: prima, a microfoni spenti, mi confessavi che non capisci a che cosa servano. Qualche storico ha scritto che la tanto celebrata potenza romana ha avuto una componente non nobilissima: la razzìa, l’attacco, la spoliazione delle altre città. Nel migliore dei casi, una forza esclusivamente militare, da temere, mai da amare.

Questo mi spinge ad amare ancora di meno quelli che campano di parole. Nell’ottavo secolo prima della tua era l‘unico modo di sopravvivere era usare la forza, attaccare per non essere attaccati. E per diventare immortali nella storia.

Hai parlato di immortalità, offerta dalla guerra e dalla fama che ne consegue. Ma tu moristi, come tutti i mortali, anche se in circostanze che nessuno ha mai chiarito.

Sciocco mortale. Non parlavo di immortalità individuale, ma di quella collettiva, della sopravvivenza della Città per eccellenza, la mia Roma, nei millenni. Il singolo cittadino non conta, anzi, conta solo nella misura in cui è utile alla Città.

Padre Romolo, ti prego. Ai miei tempi le tue parole potrebbero esser prese come un invito agli assolutismi. Magari ti darebbero del populista.

In teoria. Quella che vi piace tanto. I tiranni non hanno saputo avere l’amore del popolo, ma solo il timore. Per fare una cosa nuova, non basta la paura, ci vuole anche comunanza di intenti. Io feci vivere questa comunanza. Non fu solo paura. Anzi fu amore per la casa comune.

In che modo?

Resi Roma una città aperta. Vale a dire che aprii le nostre porte a tutti quelli che erano perseguitati in altre città per qualsiasi motivo. Da noi ebbero l’assicurazione che non sarebbero mai stati consegnati ai loro ex compatrioti, Sanniti, Etruschi, Equi, Latini, Sabini, Greci che fossero. In questo modo ho cementato interessi ancora più profondi di quelli economici: con Roma essi difendevano se stessi e la propria vita dalla morte orrenda che li aspettava se fossero tornati in patria.

Buon Romolo, raccontaci ora come andò davvero la storia della fondazione di Roma, perché non credo che la favoletta che ci propinano in tutte le scuole di ordine e grado sia vera.

Non sai, miscredente, che in ogni leggenda c’è una parte di verità? Mio fratello era una parte di me: rappresentava Alba, il mio passato, le vecchie leggi. Dovetti lottare con quella parte di noi che non accettava ladri e assassini nelle nostre file, che voleva imporre valori non utili, almeno in quel momento. Non avevamo una casa, e nessuno era disposto ad offrircene una. Alla fine vinsi. Per vincere intendo che ci fu una dolorosa ma necessaria rimozione della antica cultura, di una parte di noi, della nostra parte, forse più pacifica, e dovemmo darci leggi spietate, per sopravvivere. Pensi che mi sia piaciuto?

E la storia di Albalonga?

E’ vera, solo che pochi di voi conoscono le usanze antiche. Ci ordinarono di abbandonare la città sul vulcano per via dell’antico rito del Ver sacrum, la primavera sacra, durante la quale, quando la città è sovrappopolata, i giovani vengono mandati con l’animale consacrato alla città-madre a fondare nuove patrie. Noi scegliemmo la protezione delle colline che dominavano il Fiume, il grande padre dell’acqua e delle oscurità cavernose.

Affascinante. Sul serio. Ma il ratto delle Sabine?

Sai che ci facciamo ancora oggi, qui in riva all’Acheronte, delle grasse risate sulle vostre balle intorno al ratto delle povere fanciulle confinanti? Il raptus era una forma di matrimonio preistorico, quando ci si prendeva la donna, non importa se con il consenso o no dei parentes. Poi è venuto un risarcimento, in farro o in denaro, per compensare simbolicamente il pater familas dell’affronto. Rapire le sabine ha significato semplicemente sposare donne dei dintorni, con il rito di risarcimento attraverso il farro. Dovresti saperlo anche tu, moderno intellettuale, da un particolare vivo ancora ai vostri tempi.

Quale?

Lo vedi che sei più ignorante tu, che ti ritieni colto, di me, rozzo soldato? Quando prendete in braccio la sposa.

Cioè?

E’ il ricordo dell’antico raptus. Diventata usanza pacifica, ricordo di barbari rapimenti di donne, secoli prima dell’aprile in cui il mio aratro delineò il confine sacro della città. Noi abbiamo semplicemente preso le nostre donne e le abbiamo portate dentro la nostra nuova casa. Una casa che sarebbe diventata signora del mondo. con le usanze del tempo, che sprofondavano nel buio della non-storia.

Che lezione, guerriero. Una lezione che prova l’infinito mistero di una città che ha costruito il mondo. anche il mio. Me ne devo andare. Ti lascio al tuo amato silenzio, antico contadino in armi.